Rebus Governo: e se, zitto zitto, alla fine la spuntasse Gentiloni?

La formazione del Governo è una empasse: qualsiasi soluzione è bloccata da interessi opposti. Tra i vari casi possibili si fa avanti un Gentiloni premier, mentre Lega e Cinquestelle si fanno una nuova legge elettorale in Parlamento

Paolo Gentiloni Linkiesta
20 Marzo Mar 2018 0755 20 marzo 2018 20 Marzo 2018 - 07:55

«I tempi della politica sono cangianti anche se le nuvole sembrano ferme», soleva dire Giulio Andreotti, per ricordare a noi tutti fuori dai palazzi che un accordo si trova sempre. Chissà se lo penserebbe anche della situazione attuale. Già, perché a dispetto di tutti i movimenti, le dichiarazioni, le telefonate e le aperture, un accordo di governo sembra ancora una mezza chimera.

Intendiamoci, nel momento in cui leggerete questo articolo, la politica potrebbe averci già smentito tre volte, ma ad oggi siamo ancora alle 23:01 del 4 marzo: chi diavolo ha vinto le elezioni? Il Movimento Cinque Stelle, che ha preso il 32% dei voti? O la Lega, che ne ha preso il 18%, ma è leader della coalizione che ne ha presi il 37%? Nessuno, in sedici giorni, è riuscito a dare una risposta chiara a questa domanda. Non è la sola questione che rende difficile la formazione di un esecutivo, peraltro: anche chi ha un’opinione in merito al vincitore delle elezioni si deve scontrare con la dura realtà di un rompicapo apparentemente senza soluzioni

Per chi sostiene abbia vinto Di Maio, ad esempio, l’ipotesi numero uno si chiama governo Cinque Stelle-Pd-Leu. Affinché si realizzi, servono 95 deputati che si sommino ai 221 del Movimento, però: 14 arriverebbero da Liberi e Uguali, 81 dovrebbero arrivare dal Partito Democratico, che a Montecitorio ne porta 110. I tempi saranno pure cangianti, ma alla Camera sono accreditati 86 renziani, alcuni di ferro altri meno, mentre al Senato il manipolo dei sostenitori dell’ex sindaco di Firenze ne conta 43 su 54. Servirebbe un clamoroso tradimento o un ancor più clamoroso voltafaccia di Renzi. Difficile, se non impossibile.

Speculare è il ragionamento nel caso decidiamo abbia vinto Salvini. Ma allo stesso modo, un governo di centrodestra, anche solo con l’appoggio esterno del Partito Democratico appare altrettanto improbabile. È il disegno di Berlusconi, dicono i ben informati di Piazza Colonna. Ma è anche l’unico a cui conviene. Non conviene a Salvini, soprattutto, a meno che non sia lui a fare il premier, come da accordi pre-elettorali. A quel punto, tuttavia, non converrebbe nemmeno al Partito Democratico, che mai potrebbe sostenere per cinque anni un esecutivo a guida Salvini. Converrebbe, e molto, ai Cinque Stelle invece, che si troverebbero a fare opposizione da soli, o ai potenziali transfughi del Pd, che con Liberi e Uguali avrebbero finalmente spazio per costruire una forza di sinistra d’opposizione. Difficile venga fatto loro un regalo simile.

Ecco perché, zitta zitta, si fa largo pure un’ipotesi di scuola numero sei: cambiare la legge elettorale in Parlamento e lasciare a Palazzo Chigi Gentiloni e il suo esecutivo fino al 23 maggio del prossimo anno, a sfangarsi tutti i guai dell'Italia. In fondo, il caro Paolo non si è mai dimesso e se nessuno lo sfiducia perché dovrebbe andarsene?

Le maggioranze con uno dei due vincitori al governo e l’altro all’opposizione finiscono qua, in ogni caso. Da qui in poi, ci sono quelle in cui governano assieme. Ad esempio, l’ipotesi di scuola numero tre, il governo di tutti e di nessuno per fare le riforme e la legge elettorale, lanciato da Dario Franceschini in un’intervista sul Corriere (e da questo giornale, un paio di giorni prima). Ipotesi tanto affascinante, quanto remota. Nessuno dei due vincitori, allo stato attuale, vuole lasciare il timone a Mattarella, o a un tecnico da lui designato: troppo alto il rischio di perdere il pallino dell’azione di governo, di lasciare a un soggetto terzo la possibilità di fare il bello e il cattivo tempo, senza nemmeno poterlo contestare dai banchi dell’opposizione, andassero male le cose.

Rimane l’ipotesi di scuola numero quattro allora, non a caso quella su cui pare si stiano esercitando buona parte dei poteri forti (o presunti tali) rimasti in Italia, dalle grandi banche alla Confindustria: lo spauracchio del governo Lega-Cinque Stelle. Anche in questo caso, più facile a dirsi che a farsi. Innanzitutto, aridaje, perché si dovrebbe comunque decidere chi comanda dei due. Logica direbbe Di Maio, visto che ha più parlamentari, ma Salvini farebbe comunque pesare l’imprescindibilità del manipolo leghista. E per quanto le due agende si assomiglino, l’incidente è dietro l’angolo: davvero la Lega farebbe passare a cuor leggero un reddito di cittadinanza (minimo garantito condizionato) che, simulazioni alla mano, trasferisce altri 12 miliardi di euro da Nord a Sud? E come si concilia, tutto questo, con il dogma leghista del residuo fiscale che deve rimanere alle regioni settentrionali? Mistero.

Più percorribile, allora, l’ipotesi di scuola numero cinque: Cinque Stelle e Lega che si accordano per cambiare in fretta e furia la legge elettorale, quella attuale con un bel premio di maggioranza, per tornare a votare il prima possibile, magari insieme alle elezioni europee del 23 maggio 2019. Anche in questo caso, tuttavia, dovrebbero sobbarcarsi il Def e la Legge di Stabilità, con annesse clausole di salvaguardia - leggi: aumento dell’Iva - da disinnescare. E con tutti i mal di pancia dei deputati e senatori neo eletti, che dovrebbero sobbarcarsi una nuova campagna elettorale a breve, con tutti i rischi del caso.

Ecco perché, zitta zitta, si fa largo pure un’ipotesi di scuola numero sei: cambiare la legge elettorale in Parlamento e lasciare a Palazzo Chigi Gentiloni e il suo esecutivo fino al 23 maggio del prossimo anno, a sfangarsi tutti i guai dell'Italia. In fondo, il caro Paolo non si è mai dimesso e se nessuno lo sfiducia perché dovrebbe andarsene? Sembra fantascienza e il Quirinale fa sapere di non gradire l'eventualità - o di non ritenerla percorribile: c'è tutta la differenza del mondo -, ma siamo in Italia, si sa. E del resto, come dice quello, sempre lui: meglio tirare a campare che tirare le cuoia, no?

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