Chi (non) muore, si rilegge

Kafka, Bolano, Foster Wallace, Eco: continuano ad uscire libri "nuovi" di scrittori morti, libri inediti, spesso non finiti, non riveduti né corretti, ma è inutile fare i puristi, è il mercato, bellezza, perché nemmeno la morte ti salva dai lettori

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21 Marzo Mar 2018 1510 21 marzo 2018 21 Marzo 2018 - 15:10

Gli appassionati di Bolaño hanno iniziato l’anno con una splendida notizia: c’è un nuovo Bolaño in libreria. E se tutti sappiamo, con ragionevole certezza, che Roberto Bolaño è morto il 15 luglio 2003 all’ospedale Valle de Hebrón di Barcellona per una grave malattia al fegato e che quindi non può aver prodotto nulla di nuovo, rimane il fatto che non c’è niente di scorretto nell’affermare che ci troviamo di fronte a una sua nuova opera, dove l’aggettivo “nuovo” viene utilizzato nel suo significato di inedito.

Si tratta di Lo spirito della fantascienza, pubblicato in Italia da Adelphi, opera inedita di un Bolaño non ancora trentenne, composto all’inizio degli anni ’80. Un romanzo giovanile e sicuramente acerbo, nel quale però troviamo traccia degli elementi della scrittura bolañesca che conosciamo: non solo i temi – l’amicizia di due giovani nel Messico degli anni ’70, la passione letteraria, l’idealismo – ma anche lo stile inqualificabile – ho cercato per un po’ un aggettivo e poi ho rinunciato – e la struttura complessa, fatta di rimandi, intertestuale. Ma non è del libro che voglio parlare qui, bensì dell’opportunità di mandare in libreria un testo postumo, evento che è toccato nello specifico a Bolaño moltissime volte dalla sua morte.

L’ultimo libro non postumo, ovvero pubblicato in vita, dell’autore cileno è Una novelita lumpen (titolo italiano Un romanzetto lumpen, Adelphi), romanzo breve uscito in Spagna nel 2002. Sono invece stati pubblicati postumi, limitandoci alle sole uscite italiane: Il terzo Reich, Il gaucho insopportabile, 2666, I dispiaceri del vero poliziotto, la raccolta di poesie L’università sconosciuta, la raccolta di saggi e interviste Tra Parentesi e la raccolta di interviste L’ultima conversazione. Se pensiamo all’Italia, un destino simile sta riguardando uno dei nostri maggiori intellettuali di tutti i tempi e al contempo autore di best-seller, connubio più unico che raro.

Sto ovviamente parlando di Umberto Eco, scomparso a Milano il 19 febbraio 2016 e “tornato” in libreria ben 4 volte nel corso di poco più di un anno, con un nuovo saggio, due raccolte inedite e un libretto di poche pagine ma di grande attualità, non inedito perché appartenente a una precedente raccolta. Di un altro autore italiano di bestseller, scomparso prematuramente, Giorgio Faletti, è uscito in libreria un libro inedito nel 2016, a due anni dalla morte, sempre per Baldini & Castoldi, l’editore che nel 2002 aveva portato al successo Io uccido, thriller da 5 milioni di copie vendute. Parliamo di L’ultimo giorno di sole, una fiaba apocalittica, descritto dalla moglie di Faletti come il lavoro al quale il marito teneva di più e al quale ha messo mano fino alla fine.

Non vi sto certo rivelando nulla che non sappiate già o che non abbiate già dedotto: in un momento in cui si leggono sempre meno libri, in cui le case editrici navigano in cattive acque e osare pare azzardato se non folle, ad alcuni scrittori non si può proprio rinunciare. Nemmeno da morti. Chi muore, infatti, continua a parlarci dagli scaffali e fioccano quasi quotidianamente novità editoriali di autori che non possono, tecnicamente, aver prodotto nulla di nuovo. Nel caso del romanzo di Bolaño da poco uscito in libreria c’è da sottolineare che non si tratta di un testo incompiuto.

Idem per il primo libro postumo di Eco, Pape Satàn Aleppe, la cui uscita “anticipata” avvenne pochi giorni dopo la sua morte, per la casa editrice da lui co-fondata, La nave di Teseo, non senza polemiche per la decisione di Elisabetta Sgarbi di darne l’annuncio durante i funerali di Eco. Come dichiarato da Elisabetta Sgarbi a commento dell’uscita, il libro era stato “finito, consegnato e corretto” dallo stesso Eco. Ma non sono poche le occasioni in cui si è scelto di pubblicare qualcosa di non finito, prendendo decisioni al posto di chi non poteva più farlo. Sarebbe troppo facile, e soprattutto generico, liquidare la questione come la mera volontà di fare cassa che vede allineata tutta la catena produttiva editoriale, dall’erede all’editore. Oggi vogliamo quindi metterci per un attimo nei panni di eredi, amici, agenti e chiederci: se fossimo al loro posto, come faremmo a prendere certe decisioni? Lasceremmo un’opera al suo destino, ovvero l’oblio, o ci prenderemmo la responsabilità di fare scelte diverse?

Le situazioni sono tante e differenti e in molti casi basterebbe farsi guidare dal buonsenso. Partiamo dalla circostanza più semplice, quella in cui il libro esce postumo ma su esplicita volontà dello scrittore. È il caso della già citata raccolta di racconti Il gaucho insopportabiledi Bolaño, il quale il 30 giugno 2003, due settimane prima di morire, ne stampò una copia e la consegnò personalmente al suo editore. O ancora quello di Stieg Larsson, scrittore e giornalista svedese e autore di bestseller, il quale non ha potuto godere in alcun modo della sua enorme fortuna letteraria, interamente postuma. Anche in questo caso le intenzioni dell’autore furono esplicite: nel 2004, poco prima di morire improvvisamente per infarto ad appena cinquant’anni, contattò la Norstedts, una delle principali case editrici svedesi, e consegnò personalmente i tre volumi che compongono la celebre trilogia di thriller Millenium, tradotta in 25 paesi con vendite pari a 8 milioni di copie.

Non sempre però le cose sono così semplici. Quando le intenzioni non sono altrettanto esplicite, una strada è quella di cercare degli indizi e elementi che ci facciano capire la volontà dell’autore. Prendete il caso di The pale king (in Italia pubblicato da Einaudi come Il re pallido), il terzo e ultimo romanzo di David Foster Wallace, uscito nel 2011, a quasi tre anni dalla sua scomparsa. Romanzo non finito, frutto in gran parte di un lungo lavoro dello storico editor di Wallace, Michael Pietsch.

Si può condannare la scelta di Bonnie Nadell, agente di Wallace, e della vedova Karen Green di pubblicarlo? Probabilmente no. È noto che a due mesi dal suicidio di Wallace, l’agente, accompagnato dalla moglie, andò nel suo garage-ufficio per vedere le sue carte: sulla scrivania trovarono impilate circa 200 pagine, corrispondenti a diversi capitoli del romanzo al quale Wallace lavorava da oltre 10 anni. Fu poi il suo storico editor della Little, Brown and Co, Michael Pietsch, a mettere ordine tra quelle e molte altre pagine rinvenute, completamente senza ordine. Un lavoro di due anni che portò alla pubblicazione di un’opera che oggi costituisce un importante tassello della produzione narrativa di DFW, nonché un documento fondamentale del modo di lavorare di una delle più grandi menti della letteratura americana contemporanea.

Ci sono anche casi nei quali le intenzioni sono palesemente contrarie, ma gli esiti della pubblicazione sono talmente felici da non permetterci di giudicare. Un nome su tutti: Franz Kafka. È noto che Kafka bruciò gran parte dei suoi lavori in vita e non conosceremmo quasi nulla della sua produzione se non fosse stato per il gran rifiuto di Max Brod, scrittore ceco e grande amico di Kafka. Dopo la morte di Kafka, nel 1924, fu ritrovata nella sua scrivania una lettera a Brod nel quale lo pregava di bruciare tutte le sue carte. «Carissimo Max, la mia ultima richiesta: tutto quello che lascio dietro di me… diari, manoscritti, lettere (miei e di altri), bozze e così via, sono per essere bruciate e non lette».

È solo grazie all’ostinazione di Brod se abbiamo potuto leggere alcuni dei maggiori capolavori della letteratura del Novecento, titoli quali Il processo, Il castello e Amerika, usciti tra il 1925 e il 1927. Nel 1939 Brod salvò anche una valigia di carte – lettere, disegni, diari – dell’amico, scappando da Praga su un treno, diretto in Palestina, cinque minuti prima che i nazisti chiudessero il confine ceco.

Ma togliamoci ora i panni improbabili di eredi, agenti o esecutori testamentari per tornare a indossare i nostri, quelli di lettori. Il lettore come vive questi eventi? Posso parlare per me: con un misto di senso di colpa, dubbio etico e trepidazione, nei quali spesso la seconda prevale sui primi. Ricordo ancora la sensazione che provai chiudendo Il Re Pallido, un sentore di nostalgia, la consapevolezza che non avrei mai più avuto tra le mani un nuovo romanzo di David Foster Wallace. E se oggi mi dicessero che hanno trovato nella soffitta dei suoi genitori a Ithaca i racconti scritti in terza media, forse avrei voglia di leggerli. Ma cos’è poi la morte dell’autore, ammesso che esista?
Non è forse uno dei frutti più ambiti della scrittura, quello di poter continuare a parlare per sempre?

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