Ready Player One, così Spielberg vi ha distrutto gli anni Ottanta

L'ultimo film di Steven Spielberg è un affresco totale del nostro immaginario degli ultimi 40 anni e riesce ad essere il più grande gioco derivativo della storia del cinema e, insieme, il mostro finale di tutte le manie nostalgiche dei nostri anni

Ready Player One
21 Marzo Mar 2018 1225 21 marzo 2018 21 Marzo 2018 - 12:25

Ci sono due modi di parlare di un film come Ready Player One. Il primo, il più semplice, è costruire un monumento alla maestria di Steven Spielberg di maneggiare l'intero immaginario della civiltà occidentale degli ultimi quarant'anni e alla sua capacità di costruire una trappola narrativa dentro la quale ci perderemo per i prossimi cinquant'anni.

Il secondo, più complicato ma molto più affascinante, è ripensare alla storia di James Halliday, genio bambino, inventore di Oasis, una specie di social network virato al videogame e basato sulla simulazione della realtà in cui tutti possono essere ciò che vogliono e in cui, a metà del XXI secolo — l'epoca dei fatti raccontati dal film — la popolazione mondiale passa la quasi totalità del proprio tempo per sfuggire alla desolante realtà.

Il primo sarebbe un elenco di citazioni mozzafiato, di colpi di genio, di minuscoli indizi sparsi in ogni angolo della pellicola, nei costumi, nelle battute, addirittura nella colonna sonora, che di tanto in tanto pare riprendere i motivi di Indiana Jones, Jurassic Park, forse persino di Star Wars. Il secondo, invece, ci porta dritti dritti sul limite di un abisso vertiginoso, quello di un futuro prossimo che assomiglia fin troppo a quello che viviamo tutti i giorni, in cui il virtuale si fa sempre più reale e in cui tutto ciò che per secoli ha fatto parte della vita dell'uomo — l'amore, l'amicizia, la violenza, la morte — è previssuto digitalmente da dei simulacri di noi stessi, da avatar le cui sembianze sono mutevoli.

Ma se il primo alla fine si riduce a un gioco da nerd a chi ne indovina di più, a chi ha riconosciuto in ogni singolo frame una parte della propria vita e del proprio immaginario, il secondo ci costringe a ragionare. Gli elementi sul tavolo sono tantissimi, quasi quanto il numero, seriamente incontabile, delle opere e degli universi narrativi che Spielberg ha messo in questo film, reinterpretando magicamente il capolavoro di Ernest Cline — l'autore del romanzo omonimo, ripubblicato da DeA Planeta, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura — e altrettante sono le lezioni che possiamo imparare.

Se infatti James Halliday, il genio autistico che con la propria morte dà avvio alla più grande caccia al tesoro della storia dell'immaginario umano, vertiginosa e fantastica da far impallidire l'infinita biblioteca di Jorge Luis Borges, rappresenta la perfetta crasi tra il genio algido di un Elon Musk, la potenza creatrice di uno Steve Jobs e la fantasia anarchica di un Tolkien, la sua creatura, Oasis, ci racconta meglio di un saggio di Morozov o di Bauman la liquefazione delle nostre vite interiori, sempre più schiave di immaginari trappola, derivativi fino alla citazione di se stessi, giganteschi labirinti costruiti per non arrivare mai al mostro finale.

E mentre la mefitica IOI, acronimo per Innovative Online Industries, è una delle più efficaci rappresentazioni del potere tardo capitalista, quello che non si accontenta di dominare i bisogni e il commercio, ma pretende di quotare anche i desideri e l'immaginario, i sette miliardi “gunters”, donne e uomini che sacrificano la propria esistenza negli infiniti meandri della simulazione di OASIS, hanno i nostri volti, resi identici dalla maschera della realtà virtuale e deformati allo specchio distopico di un Mondo Nuovo di Aldous Huxley, elevato alla Ernest Cline.

Siamo proprio noi, magari già tra vent'anni. Noi che saremo pronti a investire nostra nonna in macchina pur di accalappiare un Pokemon GO, noi che spenderemo volentieri i soldi dell'affitto pur di comprarci un upgrade virtuale che ci compensi delle nostre insicurezze nel mondo reale. Noi, che non ci parliamo più tra vicini e che cerchiamo in universi di pixel la compagnia, l'amore e l'umanità che non siamo più capaci di trovare altrove.

I 140 minuti di questo Ready Player One, che è difficilissimo non definire un capolavoro, sono tutto questo. Sono i due modi di intenderlo. È il genio incomparabile di Steven Spielberg, che in una mossa sola buca il pallone di tutti gli strangerthingers e i retromaniaci del mondo, un genio talmente immenso da dimostrare — con soli 140 minuti di pellicola, che in un'epoca che annacqua tutto in serialità sono una prova di continenza per niente facile — che non soltanto il gioco della derivazione l'ha inventato lui, ma anche che d'ora in poi chiunque voglia giocare con la retromania avrà a che fare con un metro di paragone impossibile.

Fa quasi sorridere che, nemmeno un mese fa, qualcuno, dopo aver visto The Post, abbia avuto l'ardire di dare a Spielberg del bollito. Anzi, fa proprio scompisciare dal ridere. Perché sono gli stessi che andranno a vedere questo film e ne usciranno commossi come se avessero visto il vero volto di dio. E ci torneranno, ancora e ancora, per rivedere ogni personaggio, ogni frame, per risentire ogni frase, senza nemmeno rendersi conto che, se Spielberg è James Halliday e l'industria cinematografica la IOI, loro sono i gunter, eterni bambini che giocano alla vita come si gioca a Golden Axe, dimenticandosi che qui, nell'unica realtà che abbiamo e in cui ci tocca vivere, non hanno né asce né parole magiche per saltare i livelli, che il mostro finale non si batte con una combinazione segreta di tasti, e che la libertà, quella vera e pura, gli fa più paura di un blackout che li costringa a ripartire da zero una volta arrivati all'ultimo livello del loro gioco preferito.

Steven Spielberg, insomma, in un mondo di sfigati che vivono come D.L. à la “guarda-mamma-senza-mani”, ha girato un capolavoro à la “mamma-guarda-senza-bici”. E ora, dopo che avete creduto di poter giocare con la sua valigetta degli attrezzi e con le sue invenzioni, se ci riuscite, provate a copiargli questo.

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