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Stipendi da fame e spese da anticipare: i dottorandi sono i paria della ricerca

La borsa di dottorato da quest’anno è salita a 1.132 euro. Una magra consolazione, considerando che i dottorandi spesso non possono lavorare e sono costretti ad anticipare anche 800-1.000 euro per le missioni di ricerca all’estero. Tanto che alla fine molti rinunciano

Sapienza Linkiesta

Università La Sapienza (Flickr/Simone Ramella)

21 Marzo Mar 2018 0900 21 marzo 2018 21 Marzo 2018 - 09:00

Poco più di mille euro netti al mese. Con le spese di viaggio, albergo e iscrizione ai convegni, in Italia o all’estero, da anticipare di tasca propria. E il rischio di vedersele rimborsare anche con sei mesi in ritardo, o solo in parte. Se il mondo della ricerca universitaria fosse diviso in caste, i 20mila dottorandi italiani sarebbero i paria, quelli più in basso. Lontani anni luce dai prestigiosi PhD anglosassoni, da noi i dottorandi sono costretti a rinunciare addirittura a finanziamenti e ricerche perché, con una borsa di dottorato risicata (se ce l’hai) e gli affitti salati delle grandi città, non sempre sul conto hai i soldi da anticipare per seguire seminari e conferenze dentro e fuori dall’Italia.

Da quest’anno, dopo dieci anni di blocco, il ministero dell’Istruzione ha approvato un aumento di 125 euro al mese nette sull’importo minimo della borsa di dottorato, salita quindi a 1.132,72 euro mensili. Una magra consolazione (considerando anche che al momento sono ancora numerosi gli atenei che devono adeguarsi) per uno stipendio che resta molto basso, tenendo conto che a molti dottorandi è richiesta la presenza fissa giornaliera in ateneo. E un quarto dei corsi prevede l’incompatibilità d’ufficio con altre attività lavorative, nonostante in realtà il Miur stabilisca che debba essere il collegio dei docenti ad autorizzare di volta in volta il dottorando a svolgere attività retribuite. Per fare un confronto, negli Usa le retribuzioni per i dottorandi sono circa il doppio di quelle italiane, le università offrono affitti a prezzo calmierato e si fanno carico dei costi di conferenze e materiali tecnologici (in media, ogni dipartimento americano investe circa mezzo milione di dollari per la formazione di ogni singolo dottorato).

Non solo. Sui loro “stipendi”, i dottorandi italiani borsisti pagano anche tasse annue di iscrizione che possono superare pure i 2mila euro. Alcuni atenei (Bologna e Pavia) le hanno abolite, mentre altri le hanno introdotte nel 2017 (Reggio Calabria, Messina, Foggia, Catanzaro, Molise, Modena e Reggio Emilia). Senza dimenticare quelli che hanno ottenuto il posto di dottorato senza borsa, che sono il 18% sul totale dei 9.250 posti banditi nel 2017 (in aumento rispetto agli 8.700 del 2016 grazie all’introduzione dei dottorati innovativi e industriali del Miur).

Per fare un confronto, negli Usa le retribuzioni per i dottorandi sono circa il doppio di quelle italiane, le università offrono affitti a prezzo calmierato e si fanno carico dei costi di conferenze e materiali tecnologici

Il Fondo di finanziamento ordinario, l’entrata principale delle università italiane, intanto, è stato falciato negli ultimi dieci anni. E la legge di bilancio 2018 ne ha ridotto la dotazione di ulteriori 18 milioni. Con una coperta così corta, per i “paria” della ricerca italiana resta poco o nulla. Alcune università meridionali non erogano il 10% aggiuntivo sul budget di ricerca destinato all’acquisto di materiali, libri e computer, o ne limitano l’utilizzo. «Altre si rifiutano invece di riconoscere il diritto all’accesso a questi fondi extra per i dottorandi non borsisti, quando invece le linee guida del Miur lo prevedono», racconta Andrea Claudi, responsabile nazionale comunicazione dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi). Non esistono linee guida, e ogni corso si fa le sue regole. Anche il 50% (della borsa) in più destinato a svolgere una parte del dottorato all’estero è stato rosicchiato. «Dal 2013 questa percentuale non rappresenta più il minimo ma il massimo da erogare. Con il risultato che alcune università, come Bologna, lo hanno ridotto al 30%», spiega Claudi.

E se poi è necessario spostarsi in un’altra città o all’estero per partecipare a un convegno, dei costi da sostenere si deve occupare il dottorando, anticipando fior fior di soldi. La gestione delle spese varia di università in università. Alcune, come il Politecnico di Milano, hanno un ufficio dedicato alle missioni e i rimborsi arrivano subito senza aspettare il ritorno dal viaggio. Ma altrove è la giungla. E le procedure – tra carte bollate, moduli da compilare e passaggi vari tra tutor e coordinatori – sono spesso molto complicate.

I dottorandi così finiscono per prenotare con le proprie carte di credito alberghi e mezzi di trasporto, perché molte università non hanno né un conto dedicato né accordi con le agenzie di viaggio. I rimborsi, poi, arrivano con tempi diversi. Ma se si conta che lo stipendio è di poco più di mille euro, anticipare cifre anche di 800-1.000 euro diventa un problema. Soprattutto se bisogna aspettare molto tempo prima di rivedere i soldi sul conto.

Se poi è necessario spostarsi in un’altra città o all’estero per partecipare a un convegno, dei costi da sostenere si deve occupare il dottorando, anticipando fior fior di soldi con la propria carta di credito. E rimborsi possono arrivare anche dopo sei mesi, o solo a metà

«In questo momento sono in attesa di 4.000 euro di rimborso da parte dell’università», racconta Federico, dottorando a Padova. «Qui si può aspettare spesso anche oltre i sei mesi». In alcuni casi, poi, il rimborso non arriva neanche per intero. «In passato, per ragioni non chiare, una missione del tutto regolare dal punto di vista amministrativo mi è stata rimborsata solo parzialmente malgrado fossero disponibili i fondi per l’intera cifra», racconta Simone, dottorando a Genova.

La possibilità di accedere a un “anticipo di missione” esiste in tutti gli atenei, ma non copre mai la somma intera (il 75% alla Sapienza di Roma e Genova, l’80% di Salerno, il 70% a Trieste ecc.) e riguarda solo alcune delle spese. «Tra pochi giorni andrò per ragioni di ricerca negli Stati Uniti. Mi è andata bene, ho ottenuto un anticipo di missione del 75% sul prezzo del biglietto dopo pochi giorni dall’acquisto, fatto ovviamente a mie spese», spiega Simone. «Alla Sapienza possiamo chiedere l’anticipo del 75% solo per le spese di viaggio e albergo, non per l’iscrizione ai convegni, che può costare anche 400-500 euro», racconta Alessandro. «Il rimborso del 75% arriva nel giro di 3-4 giorni, ma per il restante 25% e le spese del convegno c’è da aspettare il rientro dalla missione. Che vuol dire che se prenoto per un convegno che ci sarà tra tre mesi, rimango scoperto per parecchio tempo». E così spesso ci si riduce all’ultimo momento per prenotare, finendo per spendere di più. «Se l’università avesse un ufficio ad hoc, si potrebbe prenotare in anticipo, risparmiando parecchi soldi».

Poi ci sono quelli che hanno vinto il posto di dottorato, ma senza borsa di studio. Tra di loro sono in tanti a rinunciare a convegni e conferenze importanti per la ricerca per ragioni economiche. Come racconta Sara, dottoranda a Roma: «In assenza di una retribuzione per me è molto difficile anticipare somme per le missioni. Purtroppo lo scorso anno ho dovuto rinunciare a un finanziamento che prevedeva una missione all’estero, proprio perché non avevo il denaro da anticipare per il viaggio».

Il rimborso del 75% arriva nel giro di 3-4 giorni, ma per il restante 25% e le spese del convegno c’è da aspettare il rientro dalla missione. Che vuol dire che se prenoto per un convegno che ci sarà tra tre mesi, rimango scoperto per parecchio tempo

Nonostante le raccomandazioni dell’Ocse, secondo le quali «i dottorati di ricerca giocano un ruolo cruciale nel guidare l’innovazione e la crescita economica», in Italia negli ultimi dieci anni, il numero di dottorandi si è quasi dimezzato (-41,6%). Con soli dieci atenei, di cui otto al Nord, che garantiscono l’offerta dei posti di dottorato totali in Italia.

Senza dimenticare la qualità della formazione garantita a un dottorando. Come raccontano da Adi, i corsi di lingue straniere e quelli di preparazione per partecipare ai bandi per l’accesso ai fondi di ricerca sono una rarità. «C’è l’obbligo di raggiungere 30 crediti formativi, ma l’università non organizza corsi specifici per dottorandi», raccontano. «Siamo convocati all’ultimo minuto per riempire aule altrimenti vuote e seguire seminari spesso non attinenti il tema del dottorato».

E dopo il dottorato? Secondo i dati di Adi, solo il 9,2% dei giovani ricercatori avrà la possibilità di essere assunta a tempo indeterminato nell’università. Per gli altri, almeno in Italia, l’orizzonte è tutt’altro che roseo. «Migliaia di giovani che ogni anno vengono formati alla ricerca scientifica, non hanno alcuna possibilità di mettere a frutto le loro competenze», dice Andrea Claudi. «Sentiamo spesso parlare di innovazione come volano per il rilancio del nostro Paese, ma purtroppo c’è ancora molto da fare. I dottori di ricerca che intendono mettere a frutto le loro competenze nell’istruzione devono affrontare un percorso ad ostacoli di concorsi e tirocini che varia ogni due o tre anni; nella pubblica amministrazione faticano a trovare una collocazione, spesso a causa di bandi di concorso che non considerano per nulla il titolo; e il sistema delle imprese fatica ancora a capire che la formazione alla ricerca non è un inutile orpello, ma la base per ogni serio tentativo di innovazione di prodotto o di processo».

In Italia negli ultimi dieci anni, il numero di dottorandi si è quasi dimezzato. Solo il 9,2% dei giovani ricercatori avrà la possibilità di essere assunta a tempo indeterminato nell’università

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