Lega e Cinque Stelle volano nei sondaggi: ecco perché nessuno sa cosa fare

Lega e Cinque Stelle volano nei sondaggi, ma non vogliono tornare al voto, Pd e Forza Italia puntano all’instabilità, l’establishment vuole i populisti al governo, nessuno ci capisce nulla: alzi la mano chi pensava che finisse così

Salvini Dimaio Linkiesta

Matteo Salvini e Luigi Di Maio (Tiziana Fabi/AFP)

23 Marzo Mar 2018 0755 23 marzo 2018 23 Marzo 2018 - 07:55

Valgono quel che valgono, i sondaggi di questi giorni ci raccontano cose interessanti: che il Movimento Cinque Stelle è sopra il 35% dei consensi, che la Lega ha superato o quasi il 20%, che il Partito Democratico tiene a fatica il suo 18% e che Forza Italia sta lentamente, ma inesorabilmente scivolando attorno al 10%. Ergo, se si votasse domani, altro che scossa di assestamento: il bipolarismo italiano si ricomporrebbe attorno alle due figure di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, senza alcun ragionevole dubbio.

Alla luce di tutto questo, quanto sta accadendo in questi giorni in Parlamento è quantomeno curioso, con Di Maio e Salvini - soprattutto il primo - che si fanno in quattro per trovare accordi che consentano loro di andare al governo, quando in realtà avrebbero ogni interesse a tornare al voto. E con Berlusconi e il Partito Democratico che invece sembrano voler disseminare di trappole e tranelli il percorso dei due vincitori, nonostante il ritorno alle urne li cancellerebbe, con ogni probabilità, dalla scena politica.

Curioso, paradossale, ma fino a un certo punto. Perché Di Maio e Salvini, in realtà, hanno addosso la pressione di un Paese, dai poteri forti agli ultimi della fila, che tutto vuole fuorché rivotare. Un po’ perché ha votato con in testa un paio di agende molto precise - meno tasse, più protezione sociale: qualcuno comunque finirà per rimanerci male - e adesso vuole veder realizzate queste proposte. Un po’ - le élite - perché hanno il terrore che sull’Italia instabile si addensino di nuovo le nuvole della tempesta finanziaria. Il crollo di ieri dei titoli bancari, la minaccia dei dazi di Trump, la prossima fine del Quantitative Easing sono già sufficienti motivi di preoccupazione.

Quanto sta accadendo in questi giorni in Parlamento è quantomeno curioso, con Di Maio e Salvini - soprattutto il primo - che si fanno in quattro per trovare accordi che consentano loro di andare al governo, quando in realtà avrebbero ogni interesse a tornare al voto. E con Berlusconi e il Partito Democratico che invece sembrano voler disseminare di trappole e tranelli il percorso dei due vincitori, nonostante il ritorno alle urne li cancellerebbe, con ogni probabilità, dalla scena politica

Pure Berlusconi e i democratici non hanno nessuna intenzione di tornare alle urne, ovviamente. Il Cav, perché ha bisogno come l’aria di andare qui e ora, per evitare che il centrodestra finisca egemonizzato dalla Lega e per garantire un futuro a Mediaset. Il Partito Democratico, perché ha bisogno di stare all’opposizione per trovare una nuova identità senza farsi cannibalizzare dai Cinque Stelle. Eppure entrambi bluffano, in questa fase: a Berlusconi, ad esempio, sarebbe bastato un nome diverso da quello di Paolo Romani al Senato, per dare il via libera all’accordo sulla presidenza delle Camere e per entrare a pieno titolo tra gli interlocutori governativi di Luigi Di Maio, evitando la rivolta della base pentastellata. I sussurri della buvette raccontano invece delle azioni diplomatiche dei democratici per far saltare il tavolo tra Lega e Cinque Stelle. Perché, fatichiamo a capirlo.

Costretti a governare, i populisti. Costretti a fare casino, gli argini al populismo. Ce l’avessero detto sei mesi fa, probabilmente ci saremmo messi a ridere. Ora, quasi quasi, viene da piangere.

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