Vuoi clonare il tuo animale da compagnia? Sei un ignorante egoista

La clonazione dei propri cani e gatti è costosa ma possibile. Il problema è che pone alcune questioni etiche piuttosto serie che le aziende che forniscono il servizio preferiscono nascondere, e i loro clienti non sapere

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KIM JAE-HWAN / AFP

23 Marzo Mar 2018 0720 23 marzo 2018 23 Marzo 2018 - 07:20
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Tutti sono abituati alle stranezze delle star, ancora di più se sono americane. Per questo la notizia che Barbra Streisand abbia fatto clonare il suo cane ha fatto scalpore, ma non troppo. Il processo, dal punto di vista scientifico, è ormai un traguardo raggiunto. Da quello etico, però, presenta alcuni risvolti poco chiari.

Clonare i propri animali da compagnia, come ha fatto la celebre cantante, è possibile. Certo, bisogna avere dei soldi da parte: per ricreare il proprio cane, per esempio, servono 50mila dollari. Per un gatto solo 25mila, una differenza di prezzo che ricalca la differenza, sostanziale, nel processo riproduttivo tra i due animali. Chi se ne occupa sono, soprattutto, aziende sudcoreane, per cui ci sono anche viaggi da mettere in conto. Ma pur di stare ancora con il proprio amato animale, questo e altro.

L’ultimo problema da superare, allora, è di tipo etico. Clonare un animale, anche se possibile, non è una procedura innocua. Come spiega bene questo articolo dello Smithsonian, dalla cellula iniziale fino al cucciolo finale ci sono molti passaggi da affrontare. Prima di tutto, occorre isolare e poi coltivare le cellule somatiche dell’animale che si vuole riprodurre. Dopo di che, procurarsi un ovulo da un altro cane, estraendolo dalle tube di Falloppio dell’animale (procedura non dannosa ma invasiva). Poi, in laboratorio, bisogna rimuovere in modo manuale il nucleo dall’ovulo, privandolo dal suo contenuto genetico originario (si può fare anche bombardandolo con raggi ultravioletti). E sostituirlo con il materiale genetico del cane che si vuole ricreare. Per fondere bene la cellula con l’ovulo, si dà una scossetta elettrica. Fino a qui, tutto bene.

Dopo poco tempo, l’ovulo (che in effetti è già un proto-embrione, avendo in sé entrambe le componenti genetiche, maschile e femminile) viene impiantato in un altro animale, il cane-madre surrogato. Perché la cagna produca gli ormoni necessari per portare avanti la gravidanza, viene trattata con degli ormoni. Altrimenti, o in aggiunta, viene fatta accoppiare con altri cani, su cui è stata praticata una vasectomia, che li rende sterili. A quel punto, se le condizioni sono buone, l’ovulo può crescere nel grembo della cagna-madre surrogato.

Si tratta di una situazione complicata. Per essere sicuri di portare a casa il risultato, servono tantissimi cani. Nel caso di Snuppy, il primo cane clonato, sono serviti oltre mille embrioni impiantati in 123 madri surrogato. Da quella volta, avvenuta nel 2005, il processo è migliorato. Ora il tasso di successo di un intervento è del 20%. Ma richiede comunque una quantità di altri animali molto alta. Vale la pena?

In certi casi, forse sì. Se si tratta di replicare animali in via d’estinzione. O per creare esemplari destinati alla ricerca. O per riprodurre alcune qualità desiderabili. Il problema è che per ricreare il proprio cane, alla fine, si utilizzano tanti altri cani, che – è inevitabile – diventano una sottoclasse, strumentale, inferiore, per realizzare un desiderio comprensibile ma, diciamolo, piuttosto fatuo. Anche perché il nuovo cane, nonostante abbia le stesse caratteristiche genetiche, non è lo stesso cane. Non ha né la storia né l’esperienza del cane che si vorrebbe riportare in vita. Il quale, se lo sapesse di venire sostituito da una copia, si sentirebbe anche offeso.

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