Contro Re Giorgio: perché Napolitano dovrebbe dare meno lezioni e prendersi le sue responsabilità

La giaculatoria del presidente emerito, con cui si è aperta la diciottesima legislatura, è condivisibile sotto molti punti di vista. Ma omette un particolare non irrilevante: che di tutte le colpe che imputa a Renzi & c. lui è quantomeno corresponsabile. Un minimo di autocritica sarebbe stato utile

Napolitano Linkiesta

ALBERTO PIZZOLI / AFP

24 Marzo Mar 2018 0745 24 marzo 2018 24 Marzo 2018 - 07:45

D’accordo i presidenti emeriti sono sacri e i segretari di partito molto meno. D’accordo, all’anzianità - anagrafica e di servizio - è dovuto un rispetto che ai giovani è molto spesso precluso. D’accordo, nel merito l’analisi è in larga parte condivisibile. Ma che nel discorso di Giorgio Napolitano non vi sia nemmeno un’ombra di autocritica, come se tutti i mali di «governi e partiti di maggioranza» e delle «forze politiche radicate» - che è un modo aristocratico per dire Pd - dipendano da Matteo Renzi e dalla sua «autoesaltazione» appare francamente fuori fuoco. E bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di ammetterlo.

E quindi diciamolo, che se «il voto del 4 marzo ha rispecchiato un forte mutamento nel rapporto tra gli italiani e la politica quale si era venuta caratterizzando da non pochi anni a questa parte», qualche responsabilità ce l’ha pure il presidente della repubblica che nomina senatore a vita Mario Monti, esautora Silvio Berlusconi e inaugura la stagione dei governi tecnici, sbarrando il passo alle elezioni anticipate nei primi mesi del 2012. Che, a quanto ci risulta era proprio lui. E poteva pure avere ragione, Re Giorgio. Ma se il Paese andava salvato con una cura da cavallo di cui nessuna forza politica poteva reggere il peso, allora abbia il coraggio di rivendicarlo con forza. Perché «le sofferte vicende personali di tanti» e i «diffusi sentimenti di insicurezza e di allarme» sono in primo luogo l’effetto collaterale di quella cura da cavallo, non certo degli 80 euro e della Buona Scuola.

Allo stesso modo, Napolitano avrebbe dovuto avere il coraggio di rivendicare la paternità e l’inevitabilità di quei governi di larghe intese - quattro consecutivi - che hanno, loro per primi, «travolto certezze e aspettative di forze politiche radicate da tempo nell'assetto istituzionale e di governo del Paese» e aperto praterie politiche a formazioni «che hanno espresso le posizioni di più radicale contestazione, di vera e propria rottura rispetto al passato». Molto semplicemente, sarebbe bastato dire che hanno premiato le uniche due forze che sono rimaste sempre all’opposizione degli ultimi quattro governi, tre dei quali sono stati da lui nominati, o forse sarebbe meglio dire creati. Mentre il quarto, l’unico che non è figlio suo, l’ha comunque benedetto solo poche settimane fa quando ha detto, testuale, che Gentiloni era «il punto essenziale di riferimento per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia».

E parliamone ancora, di quel Renzi chiamato a fare una nuova legge elettorale, la cui mancata riforma nel 2005 era «imperdonabile», per il Giorgio Napolitano appena rieletto il 22 aprile del 2013. Così come del resto, disse allora, «non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario». Esattamente quelle riforme che Renzi si è caricato da solo sulle spalle e che hanno polverizzato la sua fugace ascesa politica. Forse sarebbe stato più carino chiedergli scusa.

E parliamone ancora, di Matteo Renzi, quello la cui «autoesaltazione dei risultati ottenuti» è stata così poco compresa dai cittadini. Già, quel Renzi, destinatario ultimo degli strali di Re Giorgio, che è stato lui a spedire a Palazzo Chigi per rivitalizzare una legislatura agonizzante dopo che Berlusconi, il 26 novembre 2013, aveva tolto il sostegno al governo Letta e che la Consulta, il 4 dicembre, aveva dichiarato incostituzionale il Porcellum. Quel Renzi chiamato a fare una nuova legge elettorale, la cui mancata riforma nel 2005 era «imperdonabile», per il Giorgio Napolitano appena rieletto il 22 aprile del 2013. Così come del resto, disse allora, «non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario». Esattamente quelle riforme che Renzi si è caricato da solo sulle spalle e che hanno polverizzato la sua fugace ascesa politica. Forse sarebbe stato più carino chiedergli scusa.

E invece no, Napolitano prosegue nella sua catilinaria: «Sono stati condannati in blocco, anche per i troppi esempi da essi dati di clientelismo e corruzione», spiega, e davvero ci chiediamo a chi si riferisca, visto che non ci ricordiamo piene giudiziarie in questa legislatura, se non l’affare banche, per il quale Maria Elena Boschi non è stata mai nemmeno indagata, e il caso Consip, dove sono state manipolate delle intercettazioni per indagare il presidente del consiglio. E ci chiediamo, ancora, a chi si riferisca quando parla «di circoli dirigenti e gruppi da tempo stancamente governanti»: al turbo-riformismo di Matteo Renzi? A Padoan, Gentiloni, Minniti, Calenda? Mistero. Forse, semplicemente, quello che ha parlato oggi è un sosia del presidente emerito. Con una memoria claudicante e uno scarsissimo senso dell’autocritica.

Potrebbe interessarti anche