Scuola, scuola e ancora scuola: ecco da dove deve ripartire la sinistra (se vuole prendersi la rivincita)

Qualsiasi opposizione si deve fondare su una proposta identitaria forte. La nostra (modesta) proposta è che la sinistra dica: “più scuola”. Veicolo di innovazione, inclusione, mobilità sociale, integrazione. È ora che le spese per la scuola siano scorporate dai vincoli di bilancio Ue

Novita Scuola
26 Marzo Mar 2018 0750 26 marzo 2018 26 Marzo 2018 - 07:50

Ogni opposizione si fonda, si deve necessariamente fondare, su un’idea forte che rifondi la sua proposta politica, che faccia da contraltare a chi sta al governo, che ne contrasti l’agenda e nel contempo ne contamini la proposta politica.

Così è stato durante la scorsa legislatura: chi poi ha vinto le elezioni, Lega e Cinque Stelle, ha sin da subito fondato la propria opposizione su una o più proposte manifesto - via i clandestini, abolire la riforma Fornero e la flat tax, la Lega, il reddito di cittadinanza il Movimento Cinque Stelle - e le ha portate avanti incessantemente per tutta la legislatura. Vi piaccia o meno, è anche grazie a questo che hanno fatto breccia nel cuore dell’elettorato: dapprima rubricate a immondizia populista sono entrate di forza nel dibattito pubblico arrivando a dominare l’agenda politica: senza Cinque Stelle e reddito di cittadinanza, tanto per dire, difficilmente ci sarebbe stato il Reddito d’Inclusione. Senza la propaganda leghista, non ci sarebbe stata l’agenda Minniti. In entrambi i casi, peraltro il tema non è sparito dal dibattito dopo i provvedimenti del governo, che hanno solo concorso a legittimarlo. Così si vincono le elezioni.

Ecco perché il centrosinistra sconfitto dovrebbe innanzitutto partire, più che dalle lotte per la leadership o dalle architetture di partito, proprio da qui: da una bandiera programmatica da issare oggi e sventolare per i prossimi cinque anni, incessantemente. Una bandiera che sia nel contempo cifra identitaria di una proposta politica, che marchi la differenza con chi sta al governo e che, ovviamente, possa concorrere allo sviluppo del Paese.

Questa bandiera non può che essere la scuola. In primo luogo perché è la grande assente nel modello di sviluppo di Lega e Cinque Stelle. Che a vincere le elezioni siano stati due leader non laureati, senza alcun curriculum professionale è il bello della democrazia, ma è anche il segnale tra i pochi ascensori sociali che funzionano in questo Paese la scuola non c'è. C'è il consenso politico, c'è uno spirito del tempo che, giustamente o meno, ha delegittimato le élite, in favore della gente comune. Ma non c'è la scuola.

L’Italia ha un problema enorme con l’educazione delle persone e la formazione del capitale umano

Manca, ed è una grave mancanza. Perché l’Italia ha un problema enorme con l’educazione delle persone e la formazione del capitale umano. Abbiamo un problema con la spesa scolastica, che solo durante l’ultima legislatura è tornata a salire e che per tutta la durata della crisi è andata incessantemente a diminuire, facendo dell’Italia uno dei Paesi europei che spende meno in istruzione. Abbiamo un problema con l’istruzione superiore, con le nostre 65mila immatricolazioni in meno tra il 2005 e il 2015, e col nostro 18% di laureati sul totale della popolazione, davanti al solo Messico nell’area Ocse. Abbiamo pure un problema con la qualità della formazione e basta andare a cercare i nostri studenti a fondo classifica nei test Pisa, sempre dell’Ocse, per rendercene conto. Soprattutto: la nostra scuola non aiuta a trovare la lavoro, né tantomeno a cambiarlo, con una formazione continua inesistente e con un mismatch tra domanda e offerta di lavoro che non ha eguali in Europa.

D’accordo, direte voi: negli ultimi anni chi c’era al governo? Esatto. E benché la Buona Scuola e il suo insuccesso pesino come un macigno su una proposta politica per il domani, così come i tagli della spending review di Bondi e Giarda sotto il governo Monti che hanno colpito l’istruzione più di qualunque altra cosa, è innegabile che solo scuola e formazione possano essere il nucleo di un vasto programma che tenga assieme innovazione, inclusione, integrazione e mobilità sociale.

Innovazione, perché è dalla scuola che deve passare tutto l’apprendimento dei nuovi saperi e delle nuove tecnologie, da zero a novantanove anni, e perché l’unico modo per tornare competitivi è investire nella ricerca scientifica e tecnologica, con capitali pubblici e privati, adeguatamente e drasticamente defiscalizzati.

Perché non chiedere all’Unione Europea che gli investimenti in formazione possano essere scorporati dal calcolo della spesa pubblica, non soggetti, pertanto, ai vincoli di bilancio che gli accordi di Maastricht impongono ai Paesi europei?

Inclusione, perché «dopo la salute, oggi la formazione è il diritto più importante di ogni lavoratore: è il diritto al futuro, perché offre più stabilità, più salario, più qualità del lavoro stesso», come ripete sempre Marco Bentivogli, segretario della Fim-Cisl, sindacalista metalmeccanico «eretico», strenuo sostenitore della formazione continua, così come dell’alternanza scuola-lavoro e del modello formativo duale e professionalizzante «alla tedesca». Ma, aggiunge, «Il modello della life long learning all’italiana è un disastro totale, è il festival dei formatori. Noi spendiamo l’1% in meno rispetto all’Europa e la metà dei tedeschi. E la spendiamo pure male».

Mobilità sociale, perché il sapere - e non il reddito senza fare nulla - è la vera moneta del ventunesimo secolo. E se è vero che oggi un ex operatore di call center come Roberto Fico può diventare presidente della Camera dei Deputati, è altrettanto vero - parafrasando un tweet di Francesco Luccisano, fondatore di Al Lavoro - che solo attraverso una scuola che funziona il figlio di un operatore di call center può diventare capo del call center. Altrimenti, rimarremo per sempre in una società a caste, in cui, per dirla con l’ultimo libro di Federico Fubini, sei e sarai sempre quello che nasci.

Integrazione, perché l’unica strada per fare davvero degli immigrati delle risorse per il nostro Paese è far loro imparare qualcosa. E l’unica strada per evitare l’anomia delle seconde generazioni - che abbiamo imparato a conoscere tra Francia e Regno Unito - è integrarle attraverso percorsi scolastici di alta qualità.

Questa è la diagnosi e l’onore di farne un programma - che dovrà necessariamente partire dalle strutture e dalla qualificazione del personale docente, questo è chiaro - lo lasciamo volentieri ad altri. Ci limitiamo, tuttavia, a fare una piccola proposta. Perché non chiedere all’Unione Europea che gli investimenti in formazione possano essere scorporati dal calcolo della spesa pubblica, non soggetti, pertanto, ai vincoli di bilancio che gli accordi di Maastricht impongono ai Paesi europei? In fondo, non avremmo dovuto diventare - sono parole della strategia di Lisbona - la più competitiva e dinamica economia della conoscenza? Partire da qui, dal principio che non possiamo sacrificare ciò che ci dovrebbe caratterizzare sull’altare dei vincoli di bilancio, sarebbe già un ottimo inizio.

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