Caso Facebook: le nostre opinioni possono davvero essere condizionate? Gli esperti dicono di no

Nell’intervista alla Cnn Zuckerberg ha sottolineato che la sua piattaforma non vende dati. È il loro possesso a fornire un vantaggio competitivo. Tuttavia diversi studiosi americani ritengono che il microtargeting psicometrico non sia efficace in politica

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JUSTIN SULLIVAN / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

27 Marzo Mar 2018 1120 27 marzo 2018 27 Marzo 2018 - 11:20
Tendenze Online

Al centro delle attenzioni globali c’è Mark Zuckerberg e la sua piattaforma. Avviene da tempo, accade ancora di più dopo aver appreso di Cambridge Analytica. Le principali domande attorno alle quali ruota il dibattito pubblico sono sostanzialmente due: c’è stata una sorta di manipolazione durante le ultime campagne elettorali? E perché Facebook è stata così “permeabile”? Sul primo punto, sarebbe quasi assolutorio giustificare esiti elettorali non previsti o non desiderati chiamando in causa influenze esterne o lo strapotere tecnologico, ma la conclusione più ovvia pare essere lontana dalla realtà.

In un lungo articolo su Medium, il giornalista Felix Simon ricorda che Cambridge Analytica ha aiutato il team di Ted Cruz ma a causa dei dubbi sull’efficacia dei metodi usati, a un certo punto la collaborazione si è interrotta. In effetti, non sappiamo nemmeno se quella con il team di Donald Trump sia durata per tutta la campagna presidenziale, infatti Brad Pascale, che aveva responsabilità della campagna digitale per Trump, in un’intervista dichiarò di non credere all’efficacia dei metodi di tipo psicologico usati. Simon riporta anche l’opinione di diversi esperti, in particolare Daniel Kreiss, docente all’ University of North Carolina at Chapel Hill, ritiene che in base alla ricerca ci sia scarsa evidenza che il targeting psicometrico possa essere efficace in politica.

Inoltre, nel caso specifico, i profili ottenuti sono quelli di circa 300 mila persone che hanno scaricato l’app, i profili degli amici di questi ultimi sono stati ricavati indirettamente in base a dei modelli. Ancora, secondo Jessica Baldwin-Philippi, della Fordham University, sono molto più utili i dati relativi al censimento e ai voti espressi in precedenza, mentre quelli di tipo psicografico rientrerebbero nel marketing. In altre parole, non abbiamo prove che il microtargeting possa persuadere le persone sul piano politico.

Zuckerberg e soci bannarono l’app di Kogan dalla loro piattaforma e chiesero a quest’ultimo e a Cambridge Analytica di distruggere le informazioni degli utenti in loro possesso, fornendone una certificazione. Ma il Guardian, il New York Times e Channel 4 hanno scoperto però che i dati non furono distrutti

Venendo al coinvolgimento di Facebook, è intervenuto, sebbene un po’ in ritardo, proprio Mark Zuckerberg. Il tono del suo post dello scorso 21 marzo, se paragonato al clamore dell’intera vicenda, sembra far trasparire una calma quasi serafica. Il Ceo di Facebook ripercorre le tappe nella maniera più chiara possibile. Spiega che nel 2013 un ricercatore di Cambridge, Aleksandr Kogan, sviluppò un’app scaricata da 300 mila persone e che all’epoca era possibile accedere non solo ai dati degli utenti ma anche a quelli dei loro amici. Dal 2014, a seguito di alcune modifiche di Facebook, non solo questo non è stato più reso possibile ma da quel momento in poi, venne richiesto agli sviluppatori di app di avere l’approvazione da parte di Facebook per accedere ai dati dei suoi utenti. Tuttavia tre anni fa, il Guardian scoprì che Kogan aveva condiviso i dati in suo possesso con Cambridge Analytica.

Zuckerberg e soci bannarono l’app di Kogan dalla loro piattaforma e chiesero a quest’ultimo e a Cambridge Analytica di distruggere le informazioni degli utenti in loro possesso, fornendone una certificazione. La scorsa settimana, ancora il Guardian, il New York Times e Channel 4 hanno scoperto però che i dati non furono distrutti. Zuckerberg elenca gli eventi e poi le misure che intendono attuare dalle parti di Menlo Park, dal controllo dei dati a cui hanno avuto accesso le app prima del 2014, alle restrizioni alla disponibilità di informazioni da parte degli sviluppatori, fino a uno strumento-previsto per il prossimo mese- nella News Feed con l’elenco delle app di ciascun utente. Eppure la vicenda non può essere archiviata con un post.

Lo stesso Zuckerberg mostra di esserne consapevole, sia quando scrive che Facebook ha la responsabilità di proteggere i dati e che se non è in grado di farlo, non merita di fornire un servizio alle persone; sia quando usa un media tradizionale come il canale televisivo Cnn per fornire ulteriori chiarimenti. Intervistato da Laurie Segall, si è scusato e ha parlato di rottura della fiducia, quella nei confronti di Cambridge Analytica che pur avendo detto di aver distrutto i dati, evidentemente non l’ha fatto; ma soprattutto quella degli utenti di Facebook nei confronti della piattaforma. Zuckerberg si è detto disponibile a testimoniare al Congresso, se ritenuta la persona più adatta a farlo ed è notizia recente che Mark Warner, esponente dell’Intelligence Committee al Senato per il Partito Democratico, ritiene che lo sia e che non debba inviare altri a parlare. Nell’intervista alla Cnn Zuckerberg ha sottolineato che la sua piattaforma non vende dati. È il possesso di questi ultimi in effetti, a fornire un vantaggio competitivo, impossibile negare tuttavia che Facebook sia stato troppo superficiale sulla privacy.

La comodità di accedere alle notizie, il piacere di contattare amici, vedere foto, filmati e fare tutta una serie di cose ovunque e in qualunque momento ha un prezzo: i nostri dati. Sono questi ultimi la moneta di scambio

La comodità di accedere alle notizie, il piacere di contattare amici, vedere foto, filmati e fare tutta una serie di cose ovunque e in qualunque momento ha un prezzo: i nostri dati. Sono questi ultimi la moneta di scambio, una moneta che non circola solo tra chi usufruisce di un servizio e chi lo offre, ma che arriva a terzi che ne estrapolano altro valore, moltiplicandolo a loro volta e investendolo. Non possiamo quindi illuderci che possa servire la campagna #DeleteFacebook che si ravviva ogni volta che Facebook svela qualche suo meccanismo controverso.

Sul New York Times, è stato notato infatti, che sarebbe inutile eliminare il proprio account da una piattaforma che conta oltre due miliardi di utenti in tutto il mondo e che in alcuni Paesi è uno dei pochi modi per essere aggiornati o entrare in contatto con altre persone. Inoltre, tentativi di manipolazione o di diffusione di disinformazione non riguardano solo Facebook, ma - ad esempio- anche Youtube o Twitter. Le due domande poste all’inizio possono dunque essere formulate anche in un altro modo: le nostre opinioni possono essere condizionate concretamente? Gli esperti dicono di no. Siamo davvero così ingenui da ignorare i flussi relativi alle nostre informazioni? Nemmeno.

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