L’ipocrisia degli addetti ai lavori che fanno finta di amare musica di merda

Trovarsi alla presentazione di un disco e osservare addetti ai lavori che, consapevoli di stare ascoltando musica di merda, parlano di capolavoro. Viaggio (troppo tipico) al termine dell’ipocrisia. E dell’immondizia musicale

Musica Linkiesta
28 Marzo Mar 2018 0735 28 marzo 2018 28 Marzo 2018 - 07:35

Per lavoro frequento un numero piuttosto elevato di persone. A dirla tutta frequento molto raramente un numero piuttosto elevato di persone, perché ho optato per ricoprire il ruolo di quello che non c'è, e col tempo questa posizione è stata presa per buona un po' da tutti quelli che altrimenti dovrei incontrare piuttosto spesso. Comunque per lavoro frequento un numero piuttosto elevato di persone. A volte, raramente, appunto, mi capita di stare nello stesso posto con parecchie di loro. Immagino, per una questione di statistiche e un po', lo ammetto, anche dando credito a certe leggende metropolitane che girano nell'ambiente nel quale lavoro, l'ambiente, appunto, che ho scelto di frequentare di lato, che alcuni di loro sia dedito a pratiche non esattamente conformi al buon gusto o, più semplicemente, a quella che genericamente viene identificata con una condotta non patologica. Parlo di feticismi e ossessioni? Anche, ma non solo. Non è importante che io entri nei dettagli, anche perché, parlando di immaginazione e di leggende metropolitane, finirei giocoforza nel mondo delle supposizioni e delle fantasie.

Ma, poniamo il caso, possiamo presupporre che, durante una di quelle mega presentazioni che vedono radunate nello stesso luogo decine, a volte anche centinaia di addetti ai lavori, giornalisti, critici musicali, discografici, addetti stampa, artisti, promoter e chi più ne ha più ne metta, non ci sia almeno uno che, sempre per dire, si mangia la merda? O si fa pisciare in testa mentre si trova nel letto incaprettato come in una scena de Il Padrino? Il tutto, sia chiaro, detto con leggerezza, perché se uno ama mangiare merda e farsi pisciare in testa incaprettato, e nel dar seguito alle sue passioni non viola la libertà di nessun altro, credo, sarà ben libero di farlo. Se dico questo, se descrivo questa situazione bizzarra e, magari, anche un po' spiazzante, è per arrivare a un assunto semplice, quasi elementare. Un assunto che riguarda il mondo della musica, ora ci arrivo.

Poniamo che siate anche voi dell'ambiente musicale e vi ritroviate in uno di quei luoghi cool dove si tengono le presentazioni dei dischi importanti. Un personaggio qualsiasi presente nel locale cool dice ad alta voce: «Sì, proprio ieri ho mangiato una bella merda a cena. Davvero squisita»

Poniamo che siate anche voi dell'ambiente musicale e vi ritroviate in uno di quei luoghi cool dove si tengono le presentazioni dei dischi importanti, quelli con un budget importante (budget importante che, visto i tempi che stiamo vivendo, non rientrerà mai dalle vendite, ma amen). Siete in questo luogo, la ressa intorno al buffet, dove c'è gente che si abbuffa, sic., come non ci fosse un domani. Altri ne approfittano per stringere accordi, per prendere contatti, per allacciare ipotetiche connessioni future. C'è chi si fa i selfie, chi controlla cosa stanno postando gli altri. Insomma, il solito.

Siete lì, un flute in mano, che cercate di far ricorso a una tecnica zen che vi hanno insegnato anni fa in un fine settimana passato in un agriturismo in Umbria, una tecnica che vi dovrebbe teletrasportare altrove, e al momento qualsiasi altrove andrebbe bene, non necessariamente l'agriturismo in Umbria, anche una cava di marmo in Siberia. State ricorrendo a questa tecnica che, ahivoi, risulta però fallace quando un personaggio qualsiasi presente nel locale cool dice ad alta voce: «Sì, proprio ieri ho mangiato una bella merda a cena. Davvero squisita. Una di quelle compatte, del tipo che in genere si fanno quando si è in viaggio da un po' di giorni e ancora non ci si è abituati al nuovo gabinetto. Davvero gustosa». La gente intorno resta basita. Cala il silenzio. A qualcuno viene un conato di vomito che gli fa uscire lo champagnino del flute dal naso. Gli occhi dei più sono sgranati.

Viviamo in una società e ci sono delle regole di comportamento, anche regole non scritte, che in genere uno tende a seguire. Nella musica, invece, non funziona così

Il tizio però non fa un plissè. Anzi, rialza: «Che avete da guardare? I gusti sono gusti? Come si dice... De gustibus etc etc». Ecco. Fine della storiella buffa. Una storia del genere, cioè ritrovarsi in un contesto affollato in cui almeno uno dei presenti ami mangiare merda, potrebbe anche non essere così improbabile. Succede, se frequentate il mondo della musica vi sarà anche venuto in mente qualcuno a riguardo. L'aspetto che invece non improbabile, ma impossibile, puro paradosso alla Swift, è che chi ami mangiare merda ne faccia vanto pubblico, parlando dei gusti riguardo ai quali non si può dire nulla. Questo perché, in genere, chi mangia merda sa che la faccenda non viene considerata dagli altri così naturale. La merda non la si trova nei supermercati, almeno non dichiarata, e in genere se si usa la parola merda non riferita alla merda, lo si fa per parlare di qualcosa di poco gradevole, di schifoso, una merda appunto. Non senza un motivo. Per questo chi mangia merda lo fa in privato, e in pubblico non lo ammetterebbe mai. Non so se se ne vergogni, dubito, ma quantomeno è consapevole che gli altri considerano a ragione la merda qualcosa da cagare, non da mangiare.

Fin qui, suppongo, siamo tutti d'accordo. Anche chi, magari, tra i lettori fosse dedito alla coprofagia. Viviamo in una società e ci sono delle regole di comportamento, anche regole non scritte, che in genere uno tende a seguire. Nella musica, invece, non funziona così. Esiste musica che è oggettivamente una merda. Senza ombra di dubbio. Lo è perché ha una scrittura, parlo di composizione e di liriche, talmente banale da sfociare nel volgare. Lo è perché ha dei suoni sciatti, tamarri, scontati. Lo è perché figlia della contemporaneità non per una urgenza di confrontarsi con l'oggi, ma perché dall'oggi è partita assumendone prima quelle che apparivano come sembianze familiari a un pubblico di massa, e poi ha cercato una via per non apparire eccessivamente uguale a tutte le altre, come di chi deve taroccare la linea di vestiti di uno stilista restandogli simili ma senza correre rischi di denuncia per plagio.

Uno la mangia, ma lo dovrebbe fare in privato, e non ne dovrebbe parlare. Non ne dovrebbe fare vanto. Non dovrebbe attaccare chi non la mangia dandogli addosso come avesse detto che mangia caviale

Insomma, una merda. Una merda che, però, a qualcuno piace. Magari anche a un sacco di gente. Del resto, questo è un aspetto che con la merda proprio faticheremmo a accettare per ragioni, suppongo, più legate all'istinto che alla razionalità, l'analfabetismo di ritorno cui ci hanno sapientemente sottoposto livellando quotidianamente verso il basso il nostro livello culturale, attraverso i media e, di conseguenza, attraverso la cultura, Dio mi perdoni, di massa, ha pian piano avvicinato al sapore della merda tutto, volendo anche il cibo. Al punto che la merda sembra più buona della sana cucina biologica, perché ha quel sapore lì, che per anni e anni ci hanno detto fosse buona. Al punto che ci abbiamo creduto. Motivo per cui la merda, in musica, come nel cinema, nei libri, nella televisione, ci potrebbe anche apparire plausibile, tanto familiare da sembrarci bella, buona, sana. Però resta merda.

Uno la mangia, ma lo dovrebbe fare in privato, e non ne dovrebbe parlare. Non ne dovrebbe fare vanto. Non dovrebbe attaccare chi non la mangia dandogli addosso come avesse detto che mangia caviale. Non direbbe mai che i gusti sono gusti, perché i gusti si educano, si sa, e perché se hai gusti orribili te lo dovresti tenere per te. In un mondo normale funzionerebbe così. Ma il mondo della musica non è un mondo normale.

Anche per questo è bello poterci lavorare, magari mantenendo quelle giuste distanze di cui si parlava in esergo di questo articolo. Una sorta di villaggio antropologico dove certe stranezze paiono normali. Dove il mercato ha optato per produrre merda, raccontandosi di essere tutti piccoli Willy Wonka nella fabbrica di Cioccolato. Dove, per traslato, una presentazione come quella che ho descritto sopra si trasforma, quotidianamente, in una scena scartata in montaggio delle 120 giornate di Sodoma. Dove chi dice che la merda è merda è quello strano, mentre chi se la mangia in pubblico è quello normale. E magari hanno ragione loro.

Come direbbe Marcello Marchesi, parafrasando, ascoltate merda, milioni di mosche non possono sbagliare.

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