L’Italia è stata l’antipasto, alle prossime europee le destre e i No Euro faranno il pieno

Cronache dal 2019: il boom degli euroscettici, il crollo dei socialisti, la svolta a destra dei popolari, la nascita di nuovi gruppi. Se pensavate di averle viste tutte, negli ultimi tre anni, vuol dire che non sapete cosa ci aspetterà il 26 maggio 2019

Visegrad Linkiesta

Wojtek Radwanski / AFP

28 Marzo Mar 2018 0755 28 marzo 2018 28 Marzo 2018 - 07:55

Segnatevi la data: 26 maggio 2019. Quel giorno, con ogni probabilità, assisteremo alla deflagrazione del quadro politico in Europa, una specie di summa di tutte le piccole e grandi esplosioni elettorali cui abbiamo assistito sinora, ma tutte assieme, in tutto il continente: più precisamente, il drastico ridimensionamento del partito socialista europeo, un cambio di pelle di quello popolare, un forte spostamento a destra dell’asse politico e la nascita di gruppi e realtà nuove che disarticoleranno ulteriormente il quadro.

Partiamo dall’inizio, però. Più precisamente, dalle elezioni europee del 25 maggio 2014. Che noi, in Italia, ci ricordiamo per il 40,8% da record del Partito Democratico di Matteo Renzi, ma che nel resto del continente erano già stati un mezzo terremoto. Qualche numero: il Front National di Marine Le Pen aveva preso il 24,9%, l’Ukip di Nigel Farage il 26,8%, il Movimento Cinque Stelle il 21,2%, il Fpoe in Austria il 19,7%, FIdesz di Orban il 51,5% con Jobbik al 14,7%, il Pvv di Geert Wilders, in Olanda il 13,3%. Con quei risultati, né i socialisti né i popolari erano riusciti nemmeno ad avvicinarsi alla maggioranza dei seggi in parlamento e avevano eletto Juncker presidente della Commissione Europea con un accordo di grande coalizione.

Facciamo un salto in avanti, adesso. In Germania, oggi, c’è una forza euroscettica che si chiama Alternative Fur Deutschland che vale il 14% e che nel 2014 non c’era. In Italia, Lega e Movimento Cinque Stelle sono passate dal complessivo 27% delle europee del 2014 al 52% delle elezioni politiche del 2018. In Francia, il Front National di Marine Le Pen - presto Rassemblement National - sta leccandosi le ferite dopo la sconfitta alle presidenziali francesi, dove comunque ha preso il 33% al secondo turno. In Austria il Fpoe è al governo ed è accreditato del 24,7% dei consensi. Orban veleggia sempre attorno al 51% dei consensi, ma Jobbik è cresciuto a oltre il 16%, E il Pvv di Wilders in Olanda è sempre, stabilmente attorno al 10%. Due più due fa quattro, insomma: nel prossimo parlamento europeo le forze eurocritiche rischiano di aumentare considerevolmente il loro peso. Ancor di più, se i cittadini dell’Unione, come spesso accade, voteranno alle Europee per mandare dei segnali.

Segnatevi la data: 26 maggio 2019. Quel giorno, con ogni probabilità, assisteremo alla deflagrazione del quadro politico in Europa, una specie di summa di tutte le piccole e grandi esplosioni elettorali cui abbiamo assistito sinora, ma tutte assieme, in tutto il continente

Mal ne incolga ai partiti tradizionali, soprattutto. Ai socialisti, soprattutto, che si ritrovano un Pd che passa dal 40% all’attuale 18%, i socialisti francesi ridotti all’inesistenza dalla tenaglia Macron-Melenchon, i socialdemocratici tedeschi minacciati addirittura da Afd come seconda forza politica tedesca, quelli spagnoli ormai sotto a Ciudadanos e addirittura a rischio quarta posizione a causa del 16% di Podemos. Roba che il caro vecchio Pasok greco - che nel frattempo diventato Ka, Kinima Allagis, Movimento per il cambiamento - per anni additato a spettro per le socialdemocrazie continentali, è quello che se la passa meglio, con una crescita dal 5% al 10% nel giro di un anno. Rimane il Portogallo, unico Paese del continente in cui le forze socialdemocratiche se la passano bene. E sì, ci sarebbe pure il Labour di Corbyn che veleggia in testa a tutti i sondaggi, ma il Regno Unito, al prossimo giro, non ci sarà più. Si accettano scommesse: ce la farà il Pse a restare il secondo gruppo dell’Europarlamento, il prossimo anno?

Mistero, per ora. Di sicuro al primo posto ci sarà il Partito Popolare Europeo, ma non sarà una passeggiata nemmeno quella. Più della perdita di consenso, tuttavia, più contenuta di quella socialista, merita di essere segnalata la decisa svolta a destra di tutti i partiti conservatori del continente nel corso dell’ultimo anno. L’Italia, con la Lega che minaccia di mangiarsi Forza Italia, è l’esempio più clamoroso. Ma a destra ha svoltato tutto l’est Europa del blocco di Visegrad, sull’onda della crisi dei profughi, facendo proseliti pure in Austria, dove l’Ovp di Sebastian Kurz, per andare al governo, si è alleato con l’estrema destra del Fpoe. E in Olanda, dove Mark Rutte ha battuto Wilders solamente perché ne ha sussnlto molte delle posizioni- Svolte a destra si segnalano pure in Francia, dove il neo presidente dei Repubblicani, Laurent Wauquiez, ha recentemente dichiarato che lo spazio di Schengen rappresenta ciò che non funziona in Europa. A destra sarà costretta a virare pure Angela Merkel, che ora ha la concorrenza di Afd. Victor Orban, che del Ppe ha sempre rappresentato l’ala più conservatrice, si starà fregando le mani.

A questo cocktail, aggiungiamo un ulteriore fattore di complessità, ossia la nascita di nuovi raggruppamenti e di nuove forze trasversali che si sono consolidate e sono cresciuto nel corso degli ultimi anni, come En Marche, che nel 2014 nemmeno esisteva e ora esprime il presidente francese, il Movimento Cinque Stelle, Podemos, Ciudadanos. Cosa faranno, dove finiranno, con chi si alleeranno è ancora terra ignota. No, cara Angela: il consolidamento dell’Unione Europea non sarà un pranzo di gala. Per nulla.

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