Ecco perché Renzi è pronto a far saltare il Partito Democratico

Buona parte del partito è riunita attorno al segretario-reggente Martina. Ma Renzi e i renziani non mollano. Anzi, in caso il partito appoggiasse un governo a Cinquestelle Matteo pronto a far saltare tutto. Mentre incombe la paura elezioni

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Andreas SOLARO / AFP

29 Marzo Mar 2018 0730 29 marzo 2018 29 Marzo 2018 - 07:30

«Forse era meglio andare alla conta sui capigruppo, così avremmo definitivamente risolto il problema Martina». È sufficiente questa battuta, che circolava ieri in ambienti renziani, per misurare il grado di fiducia che l'ex segretario nutre nei confronti del suo vecchio vice e ora reggente del partito. La vicenda dell'elezione dei presidenti dei deputati e dei senatori dem ha scavato un solco tra Renzi e Martina e messo in luce quali siano oggi i veri rapporti di forza dentro il Partito Democratico. La situazione è fondamentalmente questa: i gruppi parlamentari, soprattutto a Palazzo Madama sono ancora sotto il solido controllo dell'ex presidente del Consiglio. Ma non si può dire certo la stessa cosa per quanto riguarda il corpaccione del partito.

Attorno alla figura di Martina, che si sta dimostrando molto più "di garanzia" di quanto sia Renzi che gli altri si aspettassero, si sta coagulando un fronte che va dalla minoranza di Andrea Orlando all'area di Dario Franceschini, dai ministri (Gentiloni e Minniti) al neocapogruppo Graziano Delrio. Dall'altra parte l'ex rottamatore e i suoi fedelissimi, ridotti sostanzialmente al Giglio Magico e a quelli che una volta si chiamavano i Giovani Turchi di Matteo Orfini. Sia chiaro, il "correntone" che si sta riposizionando attorno a Martina è tutto fuorché una componente omogenea e politicamente unitaria, ma, per la prima volta da cinque anni a questa parte il renzismo duro e puro rappresenta una minoranza, seppur numerosa e molto potente, all'interno del Pd.

Dall'altra parte l'ex rottamatore e i suoi fedelissimi, ridotti sostanzialmente al Giglio Magico e a quelli che una volta si chiamavano i Giovani Turchi di Matteo Orfini

Una situazione che allarma e, al tempo stesso, solletica Renzi, da sempre a suo agio nel ruolo dell'uno contro tutti. Talmente a suo agio che c'è chi non esclude la possibilità di un colpo di mano. Decisivo, in questo senso, sarà l'atteggiamento che il Partito Democratico terrà nel contesto delle consultazioni per il governo che il presidente della Repubblica avvierà la prossima settimana. Intanto, c'è da capire da chi sarà formata la delegazione. Sicuri i nomi di Martina e dei capigruppo Delrio e Marcucci. Molto probabile quello del presidente Orfini, da decidere se ci sarà, in rappresentanza della minoranza congressuale, anche Orlando. In questo senso, l'insistenza di Renzi nei giorni scorsi per mettere a capo dei deputati e dei senatori due suoi uomini di fiducia (Guerini, poi saltato, e, appunto, Marcucci) era propedeutica alla vicenda delle consultazioni. Per l'ex segretario è fondamentale che la maggioranza della delegazione sia ferma sulla linea dell'opposizione a tutti i costi. Anche perché se le cose dovessero cambiare nel corso delle prossime settimane, per il Pd sarebbe un vero e proprio big bang.

La road map tracciata nei giorni scorsi è la seguente: Pd stabilmente all'opposizione di un governo Destra-M5s, l'Assemblea nazionale che elegge nuovamente Martina come segretario-traghettatore, congresso e primarie in autunno per affrontare la scadenza delle europee, con un leader e una squadra finalmente nel pieno della proprie funzioni. Un percorso che però potrebbe essere messo in discussione proprio dall'esito della partita sul governo. Le variabili "impazzite" sono fondamentalmente due: la prima è il cedimento del Pd ad eventuali pressioni per sostenere la nascita di un governo, la seconda è l'impossibilità di trovare una maggioranza parlamentare e il ritorno immediato alle urne. È esattamente per questo che l'Assemblea nazionale non verrà convocata finché non verrà chiusa questa partita.

Se la situazione dovesse precipitare, lo scenario che potrebbe aprirsi è quello della tanto temuta scissione, con i renziani pronti a formare gruppi autonomo

Se il "correntone" governista avrà la meglio, Renzi è pronto a far saltare tutto. "Non potremmo mai accettare che il Pd faccia da stampella a Di Maio o a Salvini - ci spiega un uomo dell'inner circle renziano - e se verificheremo che questo è l'atteggiamento prevalente nel partito faremo vedere il nostro peso in Parlamento. Senza i nostri voti il Pd non può sostenere proprio nessuno". Già, ma anche solo un indirizzo del genere sarebbe sufficiente per far scattare l'operazione che Renzi tiene nel cassetto da settimane: imporre un suo uomo all'Assemblea nazionale al posto di Martina e andare alla conta. Se la situazione dovesse precipitare, lo scenario che potrebbe aprirsi è quello della tanto temuta scissione, con i renziani pronti a formare gruppi autonomo. La suggestione macroniana è sempre forte e potrebbe richiamare anche molti moderati del centrodestra che non hanno alcuna intenzione di "morire salviniani".

L'altra variabile, quella che lo stesso Matteo Salvini oggi considera "possibile al 50%" è il ritorno alle urne in mancanza di un accordo di governo. Un'opzione che inquieta i sonni dei maggiorenti del Pd, preoccupati dall'effetto ballottaggio che si creerebbe nel Paese tra Cinque Stelle e Lega. Uno scenario che per i dem potrebbe preludere a una disfatta elettorale ben peggiore di quella già drammatica patita il 4 marzo. In questo caso il futuro di Martina alla guida del partito sembra segnato. Le possibilità sono due: o l'Assemblea elegge un segretario forte o si va subito a congresso, sempre con l'obiettivo di scegliere un leader in grado di affrontare la partita elettorale. I nomi in campo sono noti: Nicola Zingaretti, Matteo Richetti, Carlo Calenda, lo stesso Delrio. Ma non è da escludere che, in caso di risultato negativo, per Renzi l'epilogo possa essere lo stesso: "ciaone" al Pd e tornare a sognare di fare il Macron italiano.

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