Pd, centrodestra, Cinque Stelle: vediamo chi si spacca per primo

I rapporti tesi tra Salvini e Berlusconi, la fronda contro Di Maio, le minacce di scissione nel Pd: non c’è schieramento che non è attraversato da venti di tempesta. Ecco perché il destino delle legislatura passa dal risultato delle guerre interne. Col Quirinale spettatore interessato

Salvini Renzi Dimaio Linkiesta
29 Marzo Mar 2018 0755 29 marzo 2018 29 Marzo 2018 - 07:55

Serviva un cadavere (politico) eccellente per far nascere la diciottesima legislatura. Questo abbiamo pensato quando Matteo Salvini ha tradito Silvio Berlusconi rifiutandosi di sostenere il nome di Paolo Romani, sgradito ai Cinque Stelle, come presidente del Senato: che il corpo a terra fosse quello del Cavaliere. E che il coltello in mano, dalla parte del manico, ce l’avesse il giovane leader leghista.

A distanza di una settimana, complice la Pasqua, tocca constatare che più che morto, il vecchio leader di Forza Italia è semplicemente zitto. E che Salvini, per quanto in posizione di forza, ha ancora bisogno di lui. Se rompe con Silvio, infatti, il buon Matteo perde i suoi superpoteri nella trattativa con Di Maio: da leader della coalizione vincente di centrodestra col suo 37% dei consensi, diventa il capo di un partito che ha preso il 17%, meno del 32% dei Cinque Stelle, e nel migliore dei casi si può accontentare di essere il junior partner di un esecutivo a guida Di Maio. Gli conviene? Crediamo di no, ed è lui stesso a dirlo: «Non mi ci vedo a fare il ministro di Di Maio», racconta. E poi assicura: «I rapporti nel centrodestra sono granitici», sebbene alle consultazioni ci andrà da solo. Chissà che ne pensa Berlusconi. A occhio, interpretiamo il suo silenzio, più la come la quiete prima della tempesta, che come una muta agonia. Staremo a vedere.

Nella buvette già si accettano scommesse su chi si spaccherà per primo. Il problema semmai è che rischia di essere un gioco fine a se stesso: né la spaccatura del centrodestra, né tantomeno quella di Cinque Stelle e Pd sono funzionali alla nascita di un governo. A meno che, s’intende, si spacchino tutti. A quel punto, toccherebbe a Mattarella rimettere assieme i cocci, con un governo del Presidente

Se si spacca il centrodestra, insomma, Di Maio ha la strada spianata verso Palazzo Chigi? Forse sì o forse no. Forse sì, perché finalmente sparisce la pregiudiziale a un governo con Berlusconi che sta facendo sobbollire la base del Movimento. Forse no, perché sussurri e retroscena, buon ultimo quello di Amedeo La Mattina e Ilario Lombardo sulla Stampa, raccontano di Cinque Stelle tutt’altro che allineate, di crepe tra Di Maio e Casaleggio, di Grillo furioso con entrambi, di Di Battista che aspetta paziente prima di sganciare la sua bomba contro qualsivoglia alleanza e candidarsi, dal Sudamerica, come backup per i grillini delusi. Forse è per questo che Di Maio è quello che, più di chiunque altro, vuole accelerare i tempi e giurare da primo ministro: perché qualunque altra soluzione sarebbe un bel problema da gestire. Forse è per questo che gioca ai due forni, corteggiando a giorni alterni il Partito Democratico.

Pd che pure ha i suoi discreti problemi che covano sotto la cenere, che si sono manifestati tutti nella scelta dei capigruppo. La scelta di Delrio al posto di Guerini, una forzatura imposta dal reggente Maurizio Martina ai renziani, non è che l’ultima schermaglia tra il partito dei cosiddetti Collisti - quel che ci chiede il Colle, cioè Mattarella, è sacro -, di cui fanno parte Franceschini, Gentiloni e lo stesso Delrio, contro quello degli Aventiniani - stiamo all’opposizione in ogni caso - guidato da Renzi. Per ora, come racconta bene, proprio stamane, il nostro Giulio Scranno, le due fazioni hanno evitato la conta interna, e lo faranno fino a che Martina sarà percepito come una figura di garanzia da ambo le parti. Poi sarà guerra, anche tra i dem.

Nella buvette già si accettano scommesse su chi si spaccherà per primo. Il problema semmai è che rischia di essere un gioco fine a se stesso: né la spaccatura del centrodestra, né tantomeno quella di Cinque Stelle e Pd sono, da sole, funzionali alla nascita di un governo. A meno che, s’intende, si spacchino tutti. A quel punto, toccherebbe a Mattarella rimettere assieme i cocci, con un governo del Presidente. E forse forse, tutta questa zizzania nemmeno dispiace, dalle parti del Colle più alto.

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