Perché solo in Italia è un problema essere giovani, nell’era dei giovani

Il tasso di disoccupazione giovanile è ai minimi storici più o meno in tutto il mondo. Ma non per l'Italia, dove i giovani tra i 25 e i 29 anni detengono il peggior tasso di occupazione in tutta Europa: un estratto dal nuovo libro di Francesco Cancellato, “Né sfruttati, ne bamboccioni”

Ragazza Finestra
29 Marzo Mar 2018 0612 29 marzo 2018 29 Marzo 2018 - 06:12

In un contesto mondiale in cui tutto sembra volgere a favore dei giovani – l’avanzamento tecnologico, la predisposizione alla flessibilità, la sfida delle nuove competenze per un’industria 4.0 – l’Italia si configura come un’anomalia. Pubblichiamo, di seguito, un breve estratto dell'ultimo libro del direttore de Linkiesta Francesco Cancellato, Né sfruttati, né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l'Italia, Egea, 2018.

Quando tra cinquanta, cento anni racconteranno la storia della nostra epoca, non scriveranno di noi. Racconteranno, piuttosto, di Andrea Rodriguez, una donna californiana che lavorava come responsabile vendite in un’azienda di Cupertino che si occupava di marketing. Rimasta senza lavoro, Andrea era andata a bussare alla porta di una delle tante startup della zona, ma subito si era accorta che la sua età era un problema. Non perché fosse troppo giovane, ma perché era troppo vecchia: aveva cinquantun anni e nelle tante imprese in cui aveva sostenuto colloqui non c’era nessuno della sua età.

Qualcuno, vantando chissà quale apertura mentale nei confronti degli anziani, le aveva detto, addirittura, che nell’azienda che rappresentava c’erano «addirittura» persone di 48 anni. Nessuno, ovviamente, si era sognato di offrirle un lavoro. Per lei, nel contesto di quella che ancora oggi, nel 2018, è la frontiera del capitalismo globale, non c’era spazio. Era troppo vecchia. Andrea, allora, decide di fare finta di essere più giovane. Rimette nell’armadio i suoi tailleur da donna in carriera e comincia a vestirsi con magliette colorate, gonne e giacche sportive. Passa le notti a leggere l’Urban Dictionary per imparare parole che non ha mai usato in vita sua. Consulta compulsiva sul suo smartphone siti internet come Reddit, alla ricerca di argomenti di conversazione virali, che non può non conoscere.

E comincia a parlarne sui social network, aprendo profili su LinkedIn, Twitter, Pinterest, Snapchat e un suo blog personale. Risultato? Dopo cinque mesi passati a mandare curricula invano, le bastano poche settimane da finta giovane per trovare un nuovo posto di lavoro. La storia di Andrea Rodriguez è apparsa, insieme ad altre, in un articolo di Bloomberg del 2016 che denunciava quanto fosse difficile trovare lavoro in Silicon Valley per chi avesse più di quarant’anni. Non in tutto il mondo è così, sia chiaro. Nemmeno in altre zone degli Stati Uniti d’America lo è. Però il mondo sembra marciare più o meno in quella direzione: stando ai dati diffusi dall’Ocse relativamente al 2016, il tasso di disoccupazione giovanile, calcolato tra chi cerca lavoro in età compresa tra i 15 e i 24 anni, è ai minimi storici più o meno in tutto il mondo. Negli Stati Uniti d’America è pari al 10,4% e sebbene sia fisiologicamente più o meno doppio rispetto al tasso di disoccupazione generale (i giovani a trovare lavoro ci mettono un po’ di più e lo cambiano più in fretta) sta scendendo a un ritmo decisamente più rapido rispetto a quanto accade tra gli over 25. Meglio ancora va alla Germania e al Giappone, in cui il tasso di disoccupazione giovanile è rispettivamente al 7,1% e al 5,2%. Non va male nemmeno in un paese come la Gran Bretagna che ferma l’asticella al 13%.

Il mondo sembra marciare più o meno in quella direzione: stando ai dati diffusi dall’Ocse relativamente al 2016, il tasso di disoccupazione giovanile, calcolato tra chi cerca lavoro in età compresa tra i 15 e i 24 anni, è ai minimi storici più o meno in tutto il mondo

Mentre qualche problema in più ce l’hanno in Francia, dove il dato dei giovani disoccupati che lambisce il 24,6% colloca il paese, unico tra le grandi economie considerate sinora, sopra l’asticella della media Ocse (13%), delle sette maggiori economie del mondo (11%), dell’Unione Europea (18,7%), dell’Eurozona (21%). Unico, a parte l’Italia. Perché quella del mondo a misura dei giovani è una storia che vista da qua può sembrare assurda quanto le favole ambientate nei mondi all’incontrario che ci raccontavano quando eravamo bambini. Da noi, infatti, il problema è diametralmente opposto. Da noi, in Italia, i problemi a trovare lavoro ce li hanno i giovani. I numeri li conosciamo, ma forse vale la pena ripeterli: in Italia non trova lavoro il 37,8% dei giovani tra il 15 e il 24 anni che lo cercano, la terza peggior percentuale del continente dopo quelle di Grecia e Spagna, 26 punti percentuali più alta rispetto al tasso di disoccupazione generale, che nel medesimo anno era pari all’11,3%. E, relativamente alla medesima classe d’età, c’è quasi un giovane su cinque, il 19,1% per la precisione, che non studia né lavora, la percentuale più alta insieme a quella di Romania e Grecia. Anche il tasso di occupazione dei giovani tra i 20 e il 24 anni è il più basso dell’Unione Europea insieme a quello greco, gli unici paesi che scendono sotto il 30%.

E le cose non migliorano se ci riferiamo alla classe di età compresa tra i 25 e i 29 anni, che detiene il peggior tasso di occupazione di tutta Europa, attorno al 54%. Per finire, siamo assieme alla Spagna il paese in Europa in cui è più alta la percentuale di contratti atipici. E non a caso siamo il paese in cui si esce più tardi dalla casa dei genitori e in cui le madri hanno l’età media più alta del continente alla nascita del loro primo figlio. C’è qualcosa che non va, è evidente. Com’è possibile che nello stesso mondo occidentale convivano due universi così diversi? Quello di Andrea Rodriguez e della Silicon Valley, in cui se non sei giovane non lavori, e quello delle ragazze e dei ragazzi italiani, in cui essere giovane equivale a una specie di maledizione? Chi è che sta andando contromano? Chi è la regola e chi l’eccezione? La risposta, purtroppo, è molto facile. L’eccezione siamo noi, europei nel mondo, italiani in Europa. In quanto europei, viviamo nell’unico continente in cui la popolazione decresce, nell’unico in cui, per dirla con le parole di Marianne Thyssen, commissaria UE responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, secondo cui questa è l’epoca in cui «i giovani d’oggi e i loro figli potrebbero ritrovarsi in condizioni peggiori rispetto ai genitori»5 . In quanto italiani in Europa, invece, i dati li avete letti poche righe sopra: non c’è economia, tra le grandi economie del continente, che ha un problema giovani equiparabile al nostro.

Siamo assieme alla Spagna il paese in Europa in cui è più alta la percentuale di contratti atipici. E non a caso siamo il paese in cui si esce più tardi dalla casa dei genitori e in cui le madri hanno l’età media più alta del continente alla nascita del loro primo figlio

Non servirebbero peraltro nemmeno i dati per rendersene conto: basterebbe guardarsi attorno per capire che forse nella Storia non c’è mai stata un’epoca migliore di questa in cui essere giovani – anche in Europa e in Italia, soprattutto in Europa e in Italia. Stiamo vivendo una lunghissima parentesi di pace, innanzitutto, che solo a noi sembra essere scontata e banale. Fate un gioco, scegliete un anno antecedente al 1920 e immaginate di essere nati proprio in quell’anno. Difficilmente non vi sareste trovati in mezzo a una guerra, come soldati, come fidanzate, mogli, figli, madri di uomini e ragazzi al fronte, o nel bel mezzo di un razionamento alimentare o di una carestia. Non è solo una questione di sopravvivenza. Non dover partire per una guerra a quindici anni o non dover lavorare per mantenere la propria famiglia vuol dire poter accumulare saperi e conoscenze il capitale più prezioso del ventunesimo secolo, perlomeno in questo suo primo scorcio. È il ritmo della modernità, scandito dal rapidissimo tasso d’incremento delle prestazioni dei chip semiconduttori – che, stando all’ormai arcinota legge di Moore, raddoppia ogni diciotto mesi – che rende così necessaria la formazione e che offre ai giovani di quest’epoca opportunità mai sperimentate prima.

È una condizione, questa, come racconta Michael S. Malone, uno dei più importanti giornalisti tecnologici americani, in cui «I Millennials si trovano di fronte a una delle più straordinarie opportunità rispetto a qualsiasi altra generazione, quella di ridefinire completamente il mondo in cui vivono». Nessuno come i giovani – non solo i Millennials, ma anche le generazioni successive – sa rapportarsi meglio a un mondo che cambia a queste velocità. Nessuno, più di loro, ha in mano le competenze dell’economia digitale ed è nel contempo consapevole dell’estrema caducità di ciò che ha studiato a scuola e della necessità di continuare a formarsi e imparare per tutto l’arco della propria esistenza. Nessuno più di loro sa che cosa significhi adattarsi e lavorare nel contesto di organizzazioni esponenziali, «ambienti di lavoro del prossimo futuro che cresceranno a ritmi dieci volte più veloci rispetto alle attuali aziende di maggiore successo».

Non solo: nessuno più di loro è cittadino del mondo, nativo globale oltreché nativo digitale, portatore di una cultura che travalica i confini nazionali, le barriere linguistiche, i pregiudizi e gli stereotipi: secondo la Global Shapers Annual Survey del World Economic Forum, per redigere la quale sono stati intervistati 25mila ragazze e ragazzi tra i 18 e i 35 in 186 paesi, otto giovani su dieci affermano che non avrebbero alcun problema a lasciare il proprio paese per trovare lavoro e progredire nella propria carriera. Di fatto, a differenza dei loro genitori, molti dei quali non hanno mai varcato i confini del paese natio, i giovani oggi hanno a disposizione un bacino di opportunità grande come il mondo, così come del resto le competenze e le attitudini necessarie a coglierle. Il problema per i giovani italiani semmai è un altro: una concorrenza spietata, anch’essa grande come il mondo, di giovani come loro.

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