Silvio Muccino è un analfabeta narrativo, leggetevi Werner Herzog

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. L'ultimo libro di Muccino è così mediocre, che potreste leggerlo solamente per capire come non si scrive un romanzo. Herzog invece è un narratore geniale

Silvio Muccino2 Linkiesta
30 Marzo Mar 2018 0735 30 marzo 2018 30 Marzo 2018 - 07:35

Il bastone. Quando leggo un libro ho occhi solo per l’opera. Me ne frego del pedigree e del nome&cognome appiccicato sopra il titolo. La storia di Quando eravamo eroi è per analfabeti narrativi. Il protagonista, Alex, ci dice ciao dalla tazza dell’incipit e ci svela i suoi progetti futuri. “Mi chiamo Alex e fra tre giorni tutto ciò che sono stato cesserà di esistere”. Il lettore all’inizio pensa che Alex voglia suicidarsi, ma da alcuni indizi disseminati poche righe sotto – “vedo solo un ragazzo di trentaquattro anni che non vuole crescere, un uomo che non mi piace, un’identità che non mi appartiene” – capisce che le cose forse non stanno così. Per festeggiare la nuova vita – o la bella morte – Alex organizza un incontro con gli amici della giovinezza, che non vede da quindici anni, Melzi, Eva, Torquemada e Rodolfo. Ognuno di loro, va da sé, ha una vita di merda sulle spalle. Eva, che ama tanto Alex, si stordisce di Xanax e di anfetamine ed è affetta da un vertiginoso eccesso di romanticismo; Rodolfo è ricco, ha l’Audi Q7, si fa spampinare da “una puttana ucraina” con notevole scorta di cocaina ma – ovviamente – non è felice mai; Melzi ha una moglie rompicoglioni, Torquemada è un coglione. Quando gli amici s’incontrano, scopriamo ciò che sospettiamo. Alex non si uccide. Alex annuncia ai cari amici che cambierà sesso. Stop. Il romanzo è utile per capire come non si scrive un romanzo. Trama facile, fasulla (il gruppo di vecchi amici che si incontra per il momento fatale: Il grande freddo è del 1983, all’autore si è congelato il cervello?). Assenza di lavoro sul linguaggio, sullo stile (ma dove sono gli editor?). Esempio. Pagina 10. Si parla di “una vecchia foto”: “Sembra essere saltata fuori di sua spontanea volontà per ghermirmi, sfidarmi, ridere di me e delle mie sicurezze ora che sto per compiere quello che considero l’atto più oltraggioso e spregiudicato della mia vita. Forse per questo stamattina ho deciso che era arrivato il momento di schiudere il vaso di Pandora e di riaprire quel cassetto dove avevo accuratamente nascosto tutto ciò che ero, ciò che mi definiva – in pratica il mio passato e misurarmi con i suoi demoni prima di affidarmi al mio destino”. Frasi troppo lunghe – se sei Faulkner, bene, altrimenti meglio seguire i consigli di Hemingway. Troppi aggettivi, abusati (“oltraggioso e spregiudicato”). Verbi arcaici, formule metaforiche demodé, incomprensibili nel contesto narrativo di riferimento (“per ghermirmi”; “schiudere il vaso di Pandora”). Frasi involute, che perdono di vista il soggetto (“i suoi demoni”: a chi si riferisce suoi? Al “cassetto”, al “passato”, a “tutto ciò che ero”?). L’acme del libro, in cui si muovono pupazzi che abitano nelle intenzioni fantastiche dell’autore restando intangibili al lettore, è l’atto d’amore tra Alex e Eva (pagine 220-221). Come si sa, la descrizione del sesso di solito mette a novanta lo scrittore. In questo caso il narratore, strafatto di Harmony, perde il dominio della penna. “Le mani di lei accarezzavano il corpo di lui riconoscendolo e smarrendolo, percependo sia l’uomo sia la donna in un delirio di sensi e piacere… Come un animale che si muove su un territorio che conosce a perfezione, si fece guidare dall’istinto. Scivolò con la testa tra le gambe di lei e con le mani le afferrò i fianchi per non permetterle di scappare”. Al cospetto di questi centrini da verginella, E. L. James pare il Marchese de Sade. L’esperimento di creare in vitro un Fabio Volo con transgender si è rivelato un Moloch dal sorriso ebete e piacione. Ah, già. Lo scrittore. Ininfluente. Si chiama Silvio Muccino. È il fratello più giovane di Gabriele. Ha fatto qualche film dimenticabile – qualcuno diretto dal fratellone – e ha il cattivo gusto di mutare in film i brutti libri scritti con Carla Vangelista. Quando eravamo eroi è “il suo esordio solista”. “Questo libro per me è una grandissima vittoria”, scrive lui, nei Ringraziamenti. Punti di vista. Di solito, in letteratura, quello dell’autore conta pochissimo.

Silvio Muccino, Quando eravamo eroi, La Nave di Teseo 2018, pp.238, euro 17,00

La carota. L’effetto è quello di Usain Bolt con la maglia del Borussia Dortmund. Straniante. Grottesco. Che cavolo ci fa lì, Usain? Sembra un déjà-vu. Vi ricordate Michael Jordan, la divinità della pallacanestro, con il caschetto di un giocatore di baseball qualunque? Ecco. Gli attori o i registi che passano dal palco al libro mi fanno lo stesso effetto. Il genio è geloso e vendicativo, non fa sconti a chi lo tradisce. Federico Fellini è vezzosamente banale quando scrive dei suoi film e anche Ingmar Bergman in Lanterna magica rimpicciolisce le sue visioni perverse nella nenia di un bimbo viziato, quando passa dalla telecamera alla carta. Eppure, il fenomeno tira: fa felici gli editori – meglio avere un vip dalla propria parte – fa vendere qualche copia in più senza spostare di un ciglio la storia della letteratura. Pupi Avati ha appena pubblicato per Guanda l’ennesimo libro che possiamo serenamente ignorare (Il signor diavolo); Tom Hanks (Bompiani ha tradotto il suo primo libro, Tipi non comuni), non pago di essere stato Forrest Gump, pensa di essere Salinger, nessuno ha il coraggio di spiegargli che recitare parole altrui non gli dà il diritto di credere di saperne creare di proprie, letterariamente digeribili. Di Muccino, che non è un grande attore come Tom Hanks, che non è un grande regista come Pupi Avati, che non è uno scrittore, abbiamo già detto. L’unica eccezione – vita devota all’eccezionalità, d’altronde – mi pare Werner Herzog. Anche in questo caso, vale la regola somma. Herzog è un regista geniale. Guardate i suoi film. Dopo, leggete i libri. I libri da leggere sono due. Il primo si chiama Sentieri nel ghiaccio. Io vi parlo del secondo. Fitzcarraldo. Di fatto, è il soggetto del film, con il conturbante Klaus Kinski e una sciantosa Claudia Cardinale. L’ode al pensiero impossibile. Il desiderio di vivere per il gusto di assaggiare l’incredibile e di dissiparsi. Il libro è costruito per fotogrammi – a volte lietamente diversi dal film – è fitto di descrizioni, senza evoluzioni psichiche o complicanze retoriche. Nella sua struttura lignea, indice di umiltà (Herzog non fa finta di essere uno scrittore, non imita il linguaggio della letteratura, non gli importa quel tipo di lignaggio), traluce la poesia. Alcune immagini sono memorabili – ad esempio quando il feroce imprenditore Borja, con sprezzo neoliberista, “getta il denaro nel laghetto, e subito l’acqua si trasforma in un’unica furibonda battaglia, come se mostri marini stessero lottando fra loro. Un gigantesco paiche, una specie di enorme luccio dell’Amazzonia, lungo quasi tre metri, afferra con la bocca il fascio di banconote e lo trangugia con un orrendo rumore”. La figura di Fitzcarraldo, “eroe dell’inutile”, che si denomina “l’Eccesso e il Soprannumero. Io sono l’Ultima Battaglia. Io solo lo Spettacolo nella foresta vergine”, questa specie di Chisciotte e di idiota dostoevskijano e di Gesù amazzonico, senza parole di salvezza, è indimenticabile. E poi, quel finale… Spregiudicato. Possente. Fitzcarraldo che insegna al suo pappagallo spennato “una nuova frase: ‘Al di là dell’equatore non esiste il peccato’”. E infine, dopo aver portato l’opera sui barconi, a musicare lungo il Rio delle Amazzoni, sorride, “felice”. Il romanzo dell’impossibile, si chiude sulla soglia della felicità. Pochi scrittori saprebbero fare meglio.

Werner Herzog, Fitzcarraldo, Guanda 2018, pp. 132, euro 14,00

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