Israele - Palestina: la pace impossibile di una guerra (ormai) inutile

Sedici morti e più di mille feriti tra i palestinesi, dopo la reazione israeliana alla “Marcia del ritorno”. Dettagli statistici, in una guerra senza soluzioni, né speranze di pace durature diverse da questo. Si rassegnino, le anime belle occidentali: meglio di così non potrà andare mai

Israele Palestina Linkiesta

MAHMUD HAMS / AFP

31 Marzo Mar 2018 0745 31 marzo 2018 31 Marzo 2018 - 07:45

Sedici morti e mille feriti. Questo il bilancio - provvisorio - della reazione israeliana alla “Grande marcia del ritorno”, una manifestazione indetta da Hamas per “celebrare” la Giornata della Terra, ossia l’esproprio, che iniziò proprio il 30 marzo del 1976, da parte del governo israeliano di terre di proprietà araba in Galilea, manifestazione che si concluderà il prossimo 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, altrimenti detta nabka, la catastrofe. Fondazione datata 1948, settant’anni fa.

Sedici morti e mille feriti per nulla. Perché quella tra Israele e Palestina è una guerra stanca e inutile, senza alcuno sbocco, senza alcuna possibilità di soluzione, né di vittoria, da ambo le parti. I palestinesi non riusciranno mai a scacciare gli israeliani dalla Terra Promessa, a causa del soverchiante dominio economico e militare di questi ultimi, unica potenza nucleare dell’area (sebbene non abbia mai confessato di esserlo) insieme alla Turchia. Gli israeliani, al pari, non riusciranno mai ad avere la meglio sulla jihad della fertilità dei palestinesi, che a Gaza sono ormai più di un milione e seicentomila anime, 4570 per chilometro quadrato, e quasi sei milioni in tutto lo Stato di Palestina.

Il problema è che difficilmente potrà esserci tra i due Paesi una convivenza diversa da quella attuale, stabile nel suo essere sempre sul ciglio di un conflitto finale. Le anime belle, noi per primi, che a ogni conta dei morti sogniamo l’accordo di pace definitivo, senza muri né proditorie occupazioni del territorio altrui, senza intifade né attentati, senza missili né rappresaglie, dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose, a questo equilibrio ciclicamente sanguinario

Il problema è che difficilmente potrà esserci tra i due Paesi una convivenza diversa da quella attuale, stabile nel suo essere sempre sul ciglio di un conflitto finale. Le anime belle, noi per primi, che a ogni conta dei morti sogniamo l’accordo di pace definitivo, senza muri né proditorie occupazioni del territorio altrui, senza intifade né attentati, senza missili né rappresaglie, dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose, a questo equilibrio ciclicamente sanguinario. Un equilibrio che i militari (e i media) israeliani hanno soprannominato cutting the grass, taglio dell'erba. Tagliare le frange estreme della minaccia alla propria esistenza, ciclicamente, avendo ormai rinunciato a estirparne le radici.

È una Pace che piace tanto a noi Occidentali - come in ogni angolo del mondo in cui abbiamo combinato guai -, ma che le due popolazioni per prime non vogliono. Non esiste, per i Palestinesi, compromesso che preveda il riconoscimento della legittimità di Israele a esistere. E non esiste, per gli Israeliani, compromesso che preveda la necessità di fidarsi della benevolenza del mondo islamico che lo circonda. Fine.

I sedici o più morti di ieri, che si aggiungono ai circa 3000 morti palestinesi degli ultimi otto anni - contro un corrispettivo di circa 100 israeliani - sono puro conteggio statistico, fisiologico tributo di sangue di questo fragile e tragico equilibrio. Nulla più. Non è detto che sia giusto, ma è vero. Così va il mondo, da quelle parti.

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