L’inno russo è la popsong perfetta (ed è nato per merito di Stalin)

È a detta di tutti l’inno più bello del mondo. Molti conoscono le varie versioni del testo, pochissimi l’autore della musica. E il fatto che l’inno fosse stato commissionato da Stalin

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31 Marzo Mar 2018 0745 31 marzo 2018 31 Marzo 2018 - 07:45

Pubblichiamo un estratto dal numero 80 di Nuovi Argomenti, dedicato alla rivoluzione russa

La cosa (quasi) irrilevante è che l’inno russo ha cambiato testo tre volte (1943, 1977, 2000) e titolo due volte (1943, 2000), ma l’autore delle parole è rimasto lo stesso. Il poeta Sergej Vladimirovič Michalkov (1913-2009), padre dei registi cinematografci Andrej Končalovskij (che ha rinunciato al cognome) e Nikita Michalkov. Irrilevanza per irrilevanza, il padre Sergej negli anni Trenta era già una celebrità. Aveva inventato il personaggio di Dyadya Stepa (Zio Campanile), un poliziotto buono buono e alto alto che, fsicamente, gli somigliava molto. Duecentocinquanta milioni di copie vendute per un poema per bambini e un seguito di cartoon, fgurine e caramelle. Aveva scritto un poema intitolato Svetlana, lo stesso nome della fglia di Iosif Stalin, quella poi fuggita negli Usa. Nel 1942, il ventinovenne Michalkov, insieme a Gabriel El-Registan, aveva vinto il concorso per il testo dell’inno.

Fu corretto da Stalin in persona, a matita, e adottato uffcialmente nel 1943, in sostituzione dell’Internazionale. La musica era stata composta da Aleksandr Aleksandrov. La carriera di Michalkov è poi proseguita sui binari di potere, successo, e accortezza politica. Tre premi Stalin, presidenza dell’Unione scrittori russi, versi in prima pagina sulla «Pravda», attacchi (poi smentiti) a intellettuali dissidenti come Solženicyn. Nel frattempo nel 1953 c’era stata la morte di Stalin e la destalinizzazione. Alcuni versi dell’inno non andavano più bene. L’inno russo veniva eseguito in versione strumentale.

Solo nel 1977 il sessantaquattrenne Michalkov fu chiamato a modifcare il testo. Tra l’altro le strofe «Stalin ci educò alla dedizione verso il popolo / Ci ispirò al lavoro e ad eroiche imprese» diventarono «Alla giusta causa mosse i popoli / Ci ispirò al lavoro e ad eroiche imprese», detto di Lenin. Con la caduta del Muro di Berlino in Russia si pose il problema dell’Inno delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, che non erano più né socialiste, né sovietiche. Nel 1990 Boris Eltsin fece adottare alla futura Federazione Russa Il Canto Patriottico, una composizione di Michail Glinka, che rimase, tuttavia, senza parole.

Nel 1942, il ventinovenne Michalkov, insieme a Gabriel El-Registan, aveva vinto il concorso per il testo dell’inno. Fu corretto da Stalin in persona, a matita, e adottato uffcialmente nel 1943, in sostituzione dell’Internazionale. La musica era stata composta da Aleksandr Aleksandrov

E nel 2000 Vladimir Putin decise di riprendere la musica di Aleksandrov, con un nuovo testo, che decise di commissionare ancora una volta all’autore di Zio Campanile, ottantasettenne. Così nacque l’Inno di Stato della Federazione Russa. Nel testo, ovviamente, non c’è traccia di Stalin, di Lenin e dei Soviet. Ci sono altri richiami al «Paese sacro», e alla «Terra natia protetta da Dio». Politica per politica (e forse, irrilevanza per irrilevanza) e religione per politica Michalkov ha tenuto a sottolineare che anche ai tempi di Stalin non era davvero ateo. Sic transeunt verba mundana. Però chissà, posizioni di comodo per posizioni di comodo, irrilevanza per irrilevanza, identità per identità, sembra quasi di vedere in tutto questo una sorta di Grande Riconciliazione.

La cosa (molto più) rilevante è che l’adozione del nuovo inno arrivò in mezzo al secondo confitto mondiale. E sul fronte orientale, vale a dire lo scenario decisivo di tutta la guerra (solo lì trenta milioni di morti, di cui venti russi). E nel momento in cui, con l’operazione Barbarossa, Hitler stava attuando il più pesante sforzo bellico mai tentato nei confronti della Russia, potenziato da un uso razionale della tecnica (vedi alla voce Blitzkrieg e generale Guderian). Sappiamo i fatti. Dopo l’attacco germanico del 22 giugno 1941 Stalin rimase praticamente inattivo, secondo alcuni paralizzato, per dieci giorni. Lo storico Constantine Pleshakov racconta come il piccolo padre rifutasse di ricevere i generali Zukov e Timoshenko se i loro orari non coincidevano col suo sonno.

Nel frattempo nel 1953 c’era stata la morte di Stalin e la destalinizzazione. Alcuni versi dell’inno non andavano più bene. L’inno russo veniva eseguito in versione strumentale

Non voleva prendersi la responsabilità uffciale del comando supremo. A un certo momento era entrato in uno stato di apatia e depressione. Inadeguato. Ai primi di luglio del 1941 i tedeschi erano avanzati su tutti e tre i fronti di attacco. E il piccolo padre, dopo un giorno di assenza ingiustifcata nella sua dacia, fu di fatto costretto dai vari Zukov, Molotov, Timoshenko a riprendere il controllo della situazione. Stalin ci riuscì. Col famoso discorso del 3 luglio 1941. Un discorso lucido, chiaro, con tutti gli elementi che servivano. Pragmaticità. Riferimenti storici alle invasioni fallite di Guglielmo e Napoleone. Umanitarismo (alla socialista). La dose di demonizzazione del nemico che serviva. Tanta. E nazionalismo.

La guerra russa dei venti milioni di morti e dell’arrivo a Berlino sarà la «Grande guerra patriottica». L’inno delle repubbliche socialiste sovietiche rientra nel paradigma della Patria: andare a morire sulle note dell’Internazionale non era ritenuta una spinta suffciente, e il nazionalismo sovietico aveva bisogno di qualcosa di più. O di meno. Qualcosa che era già nella cultura di Stalin (perché in fondo le crisi vanno vissute «come se» non esistessero, trovando la spinta inattiva che giustifchi la dose minima di attività per grattarsi via una decisione). Stalin che, in disaccordo con Lenin, aveva teorizzato la «lotta patriottica di classe» e il «socialismo in un paese solo». Scartando l’Internazionale come inno, il nazionalismo staliniano vinceva sull’Internazionalismo leninista. Forse, rilievo per rilievo, le note di Aleksandrov e le parole di Michalkov e El-Registan sono anche il requiescat in pace di qualsiasi possibilità di internazionalismo socialista.

Ma la cosa (ancora più) rilevante è che l’idea di popolo, e di nazione, ripresa inattivamente (e inattualmente) da Stalin, è fatta di religione. La riscossa russa a partire dal 1941 ha un fondo cristiano ortodosso. Il discorso staliniano del luglio del ‘41 per la prima volta al solito «compagni e compagne» aggiungeva «fratelli e sorelle». Il piano quinquennale dell’ateismo, che avrebbe dovuto annientare la religione nel 1943, venne annientato. Venne ordinato agli uffciali di assaltare all’antico grido di guerra zarista: «Avanti con Dio». Nella Leningrado sotto assedio, in un magazzino polveroso, ricomparve l’icona antica: la Madonna di Kazan. Venne organizzata una processione sotto i proiettili tedeschi. L’icona venne fatta volare su Stalingrado a protezione dai bombardamenti. Vennero riaperte al culto ventimila chiese, tra le altre il monastero della Trinità di San Sergio.

L’inno delle repubbliche socialiste sovietiche rientra nel paradigma della Patria: andare a morire sulle note dell’Internazionale non era ritenuta una spinta suffciente, e il nazionalismo sovietico aveva bisogno di qualcosa di più

E tutto questo è parecchio rilevante ai fni dell’inno. Tra duecento melodie proposte da centosettanta compositori che parteciparono al concorso indetto da Stalin vinse proprio quella. Non Shostakovich, o Prokofev, che avevano inviato i loro lavori. Ma quella di Alexandrov. Alexander Vasilyevich Alexandrov (1883-1946), nato da famiglia povera, aveva studiato musica nel coro della cattedrale di Kazan. Aveva fatto parte del coro della cattedrale di Bologoe. Dopo il diploma al conservatorio di Mosca (dal 1909 al 1913), dal 1918 al 1922 era stato direttore del coro della cattedrale Cristo Salvatore. A quarantacinque anni aveva fondato la classe di coro militare al Conservatorio di Mosca. Alexandrov si era formato attraverso i canti liturgici della chiesa ortodossa. E «L’unione indivisibile», che nella struttura armonica mantiene un andamento per quarte, quasi una stilizzazione noncurante del giro armonico più tipico della musica occidentale, nella sua organizzazione melodica reca con sé l’impronta dell’identità musicale-religiosa russa. La melodia di Alexandrov era nata nel 1939, ed era stata già adottata come inno del partito bolscevico. Nel 1944 venne riproposta con qualche piccola modifca. In particolare una: venne rallentata. L’inno bolscevico era una marcia. «L’unione indivisibile» è un tempo moderato. Molto più vicina a un inno religioso.

La cosa più rilevante di tutte, forse, è che l’inno russo è il più bello del mondo. Classifiche europee, inglesi, Usa, australiane, rigorosamente compulsate danno invariabilmente questo risultato: l’inno russo è una popsong perfetta (i commenti su YouTube da parte di utenti Usa sono capolavori di resipiscenza politica per la propria perversione auricolare: «mi piace nonostante il fatto che l’ideologia bla bla bla»). Una popsong russa di cui c’è anche un notevole plagio inglese, ed è Go West dei Pet Shop Boys. Una melodia. E sul perché una melodia, o uno hook - frammento melodico che ritorna e «aggancia» l’orecchio dell’ascoltatore - o un riff - frammento melodico/ritmico ripetuto - «funzionino», o facciano effetto, ci sono un’infinità di studi e un dubbio di fondo.

Ci si può mettere di mezzo dal cognitivismo anglosassone al concetto neoplatonico di Anima mundi, ma il dubbio resta. È un mistero o un mezzo mistero. Li ascolti la prima volta ed è come se ci fossero stati da sempre. Sono costruiti e sembrano trovati. Così Immigrant Song dei Led Zeppelin, così l’attacco della Quinta di Beethoven. Quella dell’inno russo è una melodia che ha trovato - o costruito, non importa - in modo imprevisto, pre-attentivo, inafferrabile un elemento essenziale, che tende all’intemporale, all’archetipo, a una fissità strana qui e ora per noi. Un qualcosa, forse, di più fermo della politica che l’ha generato, dei cambi di parole e di titoli. Un qualcosa che può far nascere qualche strana allucinazione.

Per esempio che l’internazionalismo vada a sfociare nell’identità russa. Che il comunismo sovietico si fosse risolto nella chiesa ortodossa. Che la rivoluzione sia impossibile se non come Grande Riconciliazione. Che non sia vero che religio instrumentum regni, ma il contrario: regnum instrumentum religionis. O, brivido per brivido, che Stalin avesse ragione. Per ora diciamola così: è chiaro che l’inno si può cantare senza parole. E che tra Michalkov e Aleksandrov quello davvero rilevante è il secondo.

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