Quella generica voglia di fascismo che riempie il vuoto della politica

Sono usciti due libri, “La Fasciosfera” e “Ho 16 anni e sono fascista”, che indagano il radicamento culturale dell'estrema destra. Mentre la sinistra si perde in un dibattito autoreferenziale su se stessa, qualcun altro, giorno dopo giorno, costruisce un contesto per far maturare le proprie idee

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31 Marzo Mar 2018 0745 31 marzo 2018 31 Marzo 2018 - 07:45

«Per combattere questo genere di nemico bisogna sapere che si ha di fronte gente molto preparata, decisa, che sa cosa vuole, che sa collaborare con gli altri, che ha una visione comune ed estremamente chiara del discorso che vuole imporre», con queste parole Dominique Albertini spiegava oltre un anno fa a Linkiesta come mai l’estrema destra francese stesse vincendo la battaglia della rete al punto da influenzare la realtà e far arrivare Marine Le Pen sulla porta dell’Eliseo. Una battaglia che produce un nuovo immaginario facendosi forte di una comunicazione molto efficace e, sopratutto, un obiettivo chiaro: la sconfitta dei poteri istituzionali, i potentati economici e le disuguaglianze create dal Sistema con la S maiuscola (le banche, le tecnocrazie, le istituzioni, eccetera). È da anni che Oltralpe si parla di fasciosfera, neologismo che mette assieme “fascismo” e “infosfera”, cioè la totalità dello spazio in cui si muovono le informazioni. Due anni fa Dominique Albertini e David Doucet ne hanno tratto un libro, Fasciosfera appunto, che esce in questi giorni in Italia dai tipi della Nave Di Teseo.

L’inchiesta di Albertini e Doucet racconta, con dovizia di particolari e moltissime fonti, frutto di un lavoro durato diversi anni, come l’estrema destra abbia costruito un consenso che è prima di tutto culturale. Una vera e propria egemonia conquistata con pazienza e perseveranza attraverso la formazione di una galassia di blog, siti internet, forum di discussione, podcast, video, l’utilizzo dei canali più disparati (da YouTube a Facebook) e gli stili e i generi comunicativi più vari (ad esempio è molto interessante il capitolo dedicato al “Porno natio”, su come l’estrema destra abbia usato per i suoi scopi propagandistici la pornografia). Certo, qualcuno potrebbe obiettare che nonostante tutto Marine Le Pen non è diventata presidente, ma è anche vero che in tutta Europa, per non parlare del resto del mondo, nascono e crescono movimenti che si richiamano più o meno velatamente a un’ideologia di stampo fascista. Il Front National è solo un attore — anche protagonista, ovviamente — in uno spettacolo molto più grosso e molto più vero di quanto sembri.

Si pensi, ad esempio, a come in Italia negli ultimi mesi si sia dibattuto sulla legittimazione di Casa Pound quando giornalisti del calibro di Enrico Mentana, Corrado Formigli e Nicola Porro sono andati a confrontarsi nei locali occupati della loro sede romana invitati dal leader Simone Di Stefano. Oppure a come i fatti di Macerata ad opera di Luca Traini (che tra l’altro ha tatuata sulla fronte la Zanna di Lupo, una runa storicamente legata al nazismo e diventata simbolo dell’organizzazione fascista Terza Posizione) abbiamo polarizzato l’opinione pubblica. Non sono fenomeni che nascono dall’oggi al domani. I suoi ultimi sviluppi, quelli che vedono nel fascismo una vera e propria moda capace anche di dare senso e significato alle esistente dei più giovani, sono raccontati dall’inchiesta di Christian Raimo, uscita in questi giorni da Piemme, Ho 16 anni e sono fascista. Un’indagine che racconta un fenomeno sempre più esteso perché capace di diventare una cultura (rinnovata ai tempi, filtrata attraverso riletture strumentali anche di pensatori di sinistra come Marx e Gramsci) capace di far sentire i ragazzi parte di qualcosa, di un progetto più grande di loro. Ed è un successo che va oltre il semplice voto, dove la faccenda si complica ulteriormente. Perché se è vero che Casa Pound e Forza Nuova alle ultime politiche non hanno superato nemmeno l’1%, è anche vero che quelle idee vivono ormai da anni, infiltrate, in altri movimenti politici che hanno come punti fermi la difesa della Tradizione, la lotta al Sistema e il ritorno a un ordine costituito che il mondialismo ha messo in crisi portando il popolo alla fame i loro punti fermi: prima fra tutte la Lega di Matteo Salvini.

Quello che bisogna fare è costruire una sfida di immaginari e una dialettica culturale che diventa, quindi, politica. Banalmente, idee da difendere, in cui credere. Idee per cui lottare

Qualche settimana fa, commentando i risultati delle elezioni che hanno decretato il fallimento (se non la scomparsa) della sinistra in questo paese, si rifletteva sull’ipotesi di fare tabula rasa di tutte le forme provate fino a qui e ragionare sui modi e sui pensieri per creare una nuova cultura e una nuova egemonia. Questo perché mentre la sinistra sta litigando impegnata in un dibattito sempre più autoreferenziale e incapace di rappresentare alcunché, qualcun altro da anni è impegnato a costruire, giorno dopo giorno, un contesto in cui le idee nascono, prosperano, si radicano e alla fine non solo sono sdoganate e rese accettabili, ma diventando anche dominanti (si pensi a come lo stesso Partito Democratico ha trattato il tema della sicurezza e dei migranti nell’ultima campagna elettorale).

Le idee però, anche quelle più assurde, non si combattono con la censura. Molto banalmente, si combattono con idee più belle, immaginifiche, coinvolgenti ed efficaci. Facendo un esempio, Raimo spiega come il fascino della violenza e della morte siano fondamentali per il successo della cultura di destra sui più giovani. La politica funziona attraverso la costruzione di sistemi simbolici e la macchina della propaganda non si ferma mai. La risposta può arrivare in altro modo. Ad esempio, provando a costruire una piattaforma di pensiero per il mondo di domani come hanno fatto qualche anno fa Nick Srincek e Alex Williams in Inventare il futuro, pubblicato in questi mesi in Italia da Not, dove partendo dal fallimento del riformismo (siamo in Inghilterra, sulle macerie fumanti della Terza Via) e ragionando su come la sinistra debba lottare per un mondo privo di disuguaglianze e miseria si arriva a pretendere la piena automazione — per liberarci dall’obbligo e dal bisogno del lavoro — e un reddito universale, che è cosa ben diversa dal reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. In Italia una proposta simile arriva da Riccardo Campa, che ne La società degli automi (D Editore) ragiona sulla necessità di rispondere “da sinistra” al tema dell’automazione del lavoro e di quanto sempre di più l’uomo non sarà conveniente per i sistemi di produzione che verranno. Mentre qualche mese fa minimum fax ha pubblicato La sinistra che verrà, una raccolta di interventi dove i curatori Giuliano Battiston e Giulio Marcon si interrogano sui modi e sulle parole chiave sulle quali rifondare la cultura di sinistra.

Sono solo esempi che però hanno il merito di lanciare un sasso in una narrazione stagnante e che rischia di essere irrimediabilmente subalterna. Quello che bisogna fare è costruire una sfida di immaginari e una dialettica culturale che diventa, quindi, politica. Banalmente, idee da difendere, in cui credere. Idee per cui lottare.

Sottostimare i fenomeni descritti da Fasciosfera e da Ho 16 anni e sono fascista sulla scia dei soli risultati elettorali sarebbe un errore prospettico tanto sciocco quanto superbo. Le valanghe cominciano sempre con due sassi che rotolano giù dalla montagna, e spesso prendono forme e aspetti ben diversi di quelli che avevano all’inizio e di come siamo abituati a vederli. I fascismi (chiamiamoli come preferiamo: del terzo millennio, post, neo…) e i populismi di ogni sorta crescono là dove la politica lascia il vuoto o, peggio ancora, dove la politica tradisce la sua missione originaria. E quando la rabbia esplode, c’è sempre qualcuno più pronto degli altri a raccoglierne i frutti.

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