Rassegnati, Di Maio: se vuoi andare al governo ti serve Berlusconi (o peggio ancora, Renzi)

Piccola guida per l’inizio delle consultazioni: senza almeno uno dei due leader sconfitti, andare a Palazzo Chigi è praticamente impossibile. E per Di Maio e il Movimento suona quasi come una beffa, dopo il successo alle elezioni. Da oggi, la campagna elettorale è finita

Renzi Berlusconi Linkiesta

Silvio Berlusconi e Matteo Renzi (elaborazione su foto Pierre Teyssot / AFP e ALBERTO PIZZOLI / AFP)

Elaborazione su foto (Pierre Teyssot / AFP e ALBERTO PIZZOLI / AFP)

3 Aprile Apr 2018 0755 03 aprile 2018 3 Aprile 2018 - 07:55

Il primo giro di consultazioni, oggi gruppo misto e piccoli partiti, da domani i big, non servirà a nulla. Lo diciamo a chi è convinto che questi giorni di ponte pasquale siano stati teatro di febbrili trattative sottobanco e che un accordo tra Lega e Cinque Stelle sia in dirittura d’arrivo. In attesa di essere smentiti clamorosamente dai fatti, abbiamo la sensazione che al contrario, i due giovani leader usciti vincitori dalle elezioni del 4 marzo non sappiano che pesci prendere. O meglio: lo sappiano benissimo, ma non sappiano come prenderli.

Partiamo da Di Maio. Che ormai, l’hanno capito anche i sassi, vuole andare al governo a qualunque costo. Sa bene che un accordo di legislatura che escluda i Cinque Stelle potrebbe essere una manna per il Movimento di cui è capo politico - la Storia recente insegna: in Italia vince chi sta all’opposizione - ma un de profundis politico per lui stesso. Perché non è uomo da opposizione e finirebbe per farsi oscurare da gente che sa urlare meglio di lui, primo fra tutti Alessandro Di Battista, suo dioscuro e nemesi, tanto più adesso che non è nemmeno in Parlamento. E perché, complice la regola dei due mandati, non potrebbe ricandidarsi al giro successivo, nemmeno al consiglio comunale di Pomigliano d’Arco.

Per andare al governo, Di Maio ha però bisogno di alleati digeribili dal suo elettorato. Ergo, un Partito Democratico senza Renzi o un centrodestra senza Berlusconi. Nel primo caso, sono i numeri a condannare (fino a prova contraria) l’ipotesi di un governo Cinque Stelle-Pd. L’ex segretario Pd ha imbottito le liste elettorali di fedelissimi che difficilmente si faranno irretire dalla prospettiva di fare da stampella ai nemici giurati del Movimento: un insuccesso clamoroso, il 4 marzo. Un colpo da maestro, per la sua sopravvivenza politica, dal giorno successivo.

Salvini ha tutto l’interesse a mantenere unito il centrodestra. Primo, perché gli garantisce di sedersi al tavolo delle trattative come leader di una coalizione che ha preso il 37% (la prima classificata), e non come capo di un partito (terzo) che ha preso il 18%. Secondo, perché la Lega governa praticamente ovunque, dalla Lombardia al più piccolo dei comuni, insieme a Forza Italia

Al leader dei Cinque Stelle è toccato dunque bussare alle porte del centrodestra, così come probabilmente aveva in animo di fare già prima del voto. Un dialogo che l'inatteso risultato delle elezioni, il sorpasso della Lega su Forza Italia, ha facilitato. In caso contrario, infatti, Di Maio avrebbe dovuto fare i salti mortali per riuscire a evitare che Berlusconi si infilasse in un tête-à-tête tra lui e Antonio Tajani. Con Salvini, almeno questo, è tutto molto più semplice. E peraltro, i numeri per andare al governo assieme, da soli - Lega e Cinque Stelle - ci sarebbero pure.

Il problema, per Di Maio, è che anche in questo caso, non accadrà. Salvini, infatti, ha tutto l’interesse a mantenere unito il centrodestra. Primo, perché gli garantisce di sedersi al tavolo delle trattative come leader di una coalizione che ha preso il 37% (la prima classificata), e non come capo di un partito (terzo) che ha preso il 18%. Secondo, perché la Lega governa praticamente ovunque, dalla Lombardia al più piccolo dei comuni, insieme a Forza Italia e una rottura con Berlusconi, un altro che all’opposizione a questo giro non ci vuole stare, avrebbe conseguenze catastrofiche.

Il problema, insomma, è tutto qua. Di Maio si metta il cuore in pace: o con Berlusconi, o con Renzi, dovrà farci i conti, se vuole andare al governo. Una prospettiva, questa, che suona come una beffa estrema, per chi ha costruito il proprio successo contro di loro. E che trasforma la sconfitta cocente dei due grandi innominabili in una dolce vendetta: quella di essere indispensabili ai grandi vincitori, nei giorni della grande sconfitta.

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