Le sanzioni alla Russia fanno male all’Italia? Una bufala clamorosa

Al di là dei proclami di Salvini, la Russia non ci è così necessaria. Anzi, dal punto di vista energetico cercare altre fonti di approvvigionamento è possibile. E ci farebbe bene

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4 Aprile Apr 2018 0735 04 aprile 2018 4 Aprile 2018 - 07:35
WebSim News

È vero che le sanzioni alla Russia hanno provocato un “danno enorme” alla economia italiana come ha detto Matteo Salvini? E quanto enorme? Il leader della Lega ha azzardato dieci miliardi di euro che sono già arrivati a decine di miliardi secondo altri esponenti dello stesso partito. Da dove derivano queste cifre? E perché nel conto del dare e dell’avere non mettiamo quello che l’Italia ha versato alla Russia per il gas, cioè, esattamente, quanto gli italiani hanno speso in bolletta e non cerchiamo così di capire perché stiamo pagando più di altri europei?

Se è così, in nome degli interessi nazionali, chiediamo pure di abolire le sanzioni, ma giochiamo sul tavolo verde anche tutte le altre partite. Interscambio significa sommatoria del dare e dell’avere e nel dare per noi c’è proprio il gas. Difficile? Vero, ma non c’è nulla di facile tranne la propaganda politica.

Naturalmente si può dire che l’embargo economico è poco efficace, soprattutto quando è così limitato, che nemmeno l’apartheid in Sud Africa è crollato per questo, che l’unica arma efficace è il cambiamento dell’opinione pubblica, la spinta dal basso, la democrazia, la rivoluzione o quant’altro. Argomenti politici fondati, invece si preferisce agitare bandierine di carta.

Sappiamo bene che il fact checking, esercizio tipico di chi esercita la ragione critica, rischia di essere inutile visto che gli increduli hanno lasciato il posto ai creduloni, tuttavia noi continuiamo remando controcorrente. L’Agi, l’Agenzia Italia, ha messo in fila meritevolmente un po’ di cifre incrociando le fonti e ci aiuta, quindi, a capire qualcosa in più. Per avere una idea delle quantità, prendiamo il valore monetario dell’export verso la Russia secondo Eurostat. Nel 2013 cioè prima dell’embargo, ammontava a 10 miliardi e 771 milioni di euro, nel 2016 quando erano in funzione anche le ritorsioni russe, è sceso a 6,690 miliardi. Ma come mai nel 2017, nonostante le sanzioni, l’export è risalito sfiorando gli 8 miliardi?

Naturalmente si può dire che l’embargo economico è poco efficace, soprattutto quando è così limitato, che nemmeno l’apartheid in Sud Africa è crollato per questo, che l’unica arma efficace è il cambiamento dell’opinione pubblica, la spinta dal basso, la democrazia, la rivoluzione o quant’altro.

In reltà, l’andamento segue la curva dell’economia russa che ha attraversato due anni di recessione (il pil è calato del 3%) seguiti da una leggera ripresa proprio lo scorso anno. La caduta è stata provocata dalla discesa del prezzo del petrolio (che regola anche l’andamento del gas) a 50 dollari il barile. Il prezzo del greggio si è riportato a 60 dollari e ciò ha dato una spinta a una economia che dipende ancor oggi quasi esclusivamente dagli idrocarburi per le entrate in valuta pregiata.

La Russia di Vladimir Putin è ancora un economia basata sulle materie prime, prevalentemente gas e petrolio (circa il 70% del prodotto lordo secondo le stime del Carnegie Endowment). La recessione ha ridotto il reddito e, di conseguenza, anche la domanda estera. Sono diminuite così le esportazioni italiane verso la Russia. Questo dicono i conti macroeconomici che le polemiche politiche o delle lobby interessate evitano di citare. Ma veniamo ai dati microeconomici.

Tra i beni più colpiti, si dice, ci sono i prodotti agricoli. In realtà l’export in questo campo ammonta a circa un miliardo di euro nei tempi buoni (dunque un decimo del totale, pesano di più la chimica fortemente dipendente anch’essa dal prezzo del petrolio e la meccanica a sua volta trainata dalla domanda per investimenti e consumi). Secondo la Coldiretti che ha lanciato più di un allarme, le esportazioni alimentari si sono dimezzate, quindi siamo a una perdita di 500 milioni, un cifra che non va minimizzata. Ma come si arriva a quei dieci miliardi dei quali ha parlato la stessa Coldiretti? Probabilmente sommando le perdite dell’intero commercio italo-russo dal 2014, un calcolo fatto con il pallottoliere. Dunque, meglio evitare iperboliche fanfaronate.

Il valore dell’export è basso (alla Germania ad esempio vendiamo prodotti per 53 miliardi di euro l’anno, alla Francia per 44 miliardi); nonostante siamo il secondo partner europeo per Mosca, esportiamo in Russia meno che in Cina e ciò deriva anche dalla scarsa maturità dell’economia russa che non è ancora riuscita a costruire una solida intelaiatura manifatturiera, riducendo il peso percentuale degli idrocarburi.

In ogni caso l’Italia resta il paese europeo occidentale maggiormente dipendente dal gas e dalla Russia. Per due motivi molto semplici: aver scelto il gas come fonte prevalente per produrre elettricità e aver privilegiato la Russia. Queste sono state decisioni strategiche italiane, Mosca ha fatto i propri interessi, ma noi abbiamo davvero fatto i nostri?

La questione più delicata riguarda proprio il gas. Nel 2015, prima del crollo del prezzo, abbiamo speso circa dieci miliardi di euro, poi i contratti sono stati rinegoziati e la bolletta si è ridotta. In ogni caso l’Italia resta il paese europeo occidentale maggiormente dipendente dal gas e dalla Russia. Per due motivi molto semplici: aver scelto il gas come fonte prevalente per produrre elettricità e aver privilegiato la Russia. Queste sono state decisioni strategiche italiane, Mosca ha fatto i propri interessi, ma noi abbiamo davvero fatto i nostri? La massima diversificazione delle fonti e degli approvvigionmenti non dovrebbe essere la regola aurea per ridurre la dipendenza geografica e industriale, garantendo quindi la maggiore autonomia possibile?

Molte, troppe domande restano senza risposta: senza riaprire la ferita nucleare o rilanciare i contributi per sole e vento, era davvero necessario abbandonare il carbone liquefatto e perché non abbiamo raddoppiato il gasdotto con l’Algeria, o aumentato le forniture dalla Norvegia e dall’Olanda? Perché abbiamo inseguito l’idea di contratti a lungo termine con i produttori che andavano bene ai tempi di Enrico Mattei invece di puntare sul libero mercato?

Oggi in Europa c’è troppo gas, anche perché sta arrivando quello da scisti bituminose prodotto negli Stati Uniti, quindi il coltello è nelle mani del compratore non del venditore, il momento migliore per far risparmiare i consumatori anziché rincarare la bolletta. Non sarebbe male approfittare delle sanzioni per riaprire una riflessione ad ampio raggio sulla nostra politica energetica che resta l’alfa e l’omega di ogni opzione strategica a difesa degli interessi nazionali o della sovranità che dir si voglia.

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