La mamma licenziata da Ikea? “Alle aziende non interessa nulla dei lavoratori”

Respinto il ricorso contro il licenziamento, i sindacati annunciano che la battaglia andrà avanti. “In discussione non era e non è soltanto la situazione di Marica, piuttosto quella in cui versano migliaia di lavoratrici del settore”

IKEA

(JONATHAN NACKSTRAND / AFP)

5 Aprile Apr 2018 0735 05 aprile 2018 5 Aprile 2018 - 07:35

«Siamo con Marica, non ci fermeremo». L’ordinanza del tribunale del lavoro di Milano che dà torto a Marica Ricutti, la mamma licenziata dall’Ikea di Corsico per non esser riuscita a conciliare i turni di lavoro con le esigenze familiari, ha «sorpreso» sindacati e avvocati. Che ora si aspettano un ribaltamento. «Non è finita qui», dicono. E annunciano ricorso.

Separata con due figli, uno dei quali affetto da un’invalidità al 100%, Marica, da 17 anni in Ikea, aveva denunciato di essere stata costretta a subire turni insostenibili per la sua condizione familiare. «In discussione non era e non è soltanto la situazione di Marica, piuttosto quella in cui versano migliaia di lavoratrici del settore, che subiscono quotidianamente da parte delle aziende della grande distribuzione organizzata disinteresse e indifferenza rispetto alla propria condizione (nel migliore dei casi), se non deliberati attacchi, che sempre più spesso portano a contestazioni, sanzioni e licenziamenti», dicono dalla Filcams Cgil milanese.

La mamma dell’Ikea diventa così il simbolo dei lavoratori della grande distribuzione, in agitazione in questi giorni contro le aperture domenicali e festive. Dei circa 6mila dipendenti Ikea di tutta Italia, più o meno il 70% è composto da donne. Molte con contratti part time, da 700-800 euro al mese. «È semplice individuare e mettere al centro del mirino le fragilità delle donne che lavorano in questo settore: basta cambiare un turno per far crollare il delicato incastro della vita di ognuna», spiegano i sindacati di categoria.

Dopo un periodo tra il bistrot e il ristorante dello stabilimento Ikea di Corsico, nel 2017 Ricutti era diventata di coordinatrice del reparto Food. Aveva chiesto più volte maggiore flessibilità, perché per lei spesso era complicato anticipare alle 7 l’inizio del turno del mattino. «Mi hanno sempre rimpallato da una persona all'altra», aveva raccontato, «allora ho deciso di fare gli orari che facevo prima». Da qui il suo allontanamento.

In discussione non era e non è soltanto la situazione di Marica, piuttosto quella in cui versano migliaia di lavoratrici del settore, che subiscono quotidianamente da parte delle aziende della grande distribuzione organizzata disinteresse e indifferenza rispetto alla propria condizione (nel migliore dei casi), se non deliberati attacchi, che sempre più spesso portano a contestazioni, sanzioni e licenziamenti

Filcams Cgil

Nel ricorso presentato da Ricutti, il licenziamento veniva ritenuto “discriminatorio”. Il giudice però ha escluso ogni discriminazione, definendo i comportamenti dell’ex dipendente “di gravità tali da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore”. Dalle testimonianze raccolte emergerebbe, si legge nell’ordinanza, “che la società in occasione delle variazioni dei turni decise nel giugno 2017 ha cercato di venire incontro alle esigenze della lavoratrice”. L’avvocato di Ikea, Luca Failla, precisa anche: «Gli episodi contestati sono episodi che non trovavano alcuna giustificazione di carattere personale o familiare. L’azienda non avrebbe mai contestato una variazione dei turni davanti a esigenze di carattere personale».

Ma secondo i sindacati, «l’ordinanza tralascia alcuni aspetti oggettivi nel gestire una situazione familiare complicata». E il legale della donna, Maurizio Borali, precisa che tra i testimoni «sono stati sentiti solo i responsabili di Marica, e anche una collega sindacalista, della cui testimonianza però non c’è traccia nell’ordinanza». Il giudice contesta in particolare l’“insubordinazione” di Marica Ricutti, «che in 17 anni di lavoro però non ha ricevuto neanche una contestazione», dicono i sindacati. «Nell’ordinanza si leggono passaggi gelidi, non condivisibili, e si intravede l’applicazione di una scala di misura della gravità molto sbilanciata a favore della parte aziendale».

Dopo il licenziamento di Corsico e altri allontanamenti nei punti vendita di Roma e Bari, la Filcams Cgil già lo scorso dicembre aveva scritto addirittura una lettera all’ambasciatore e ai consoli di Svezia in Italia, invitandoli ad avviare un’attività di “moral suasion” nei confronti di Ikea. Da qualche anno l’azienda ha adottato un algoritmo per la gestione dei turni, che non terrebbe più conto dell’aspetto “umano”, oltre che una una nuova linea aziendale – dicono – di chiusura verso i sindacati. Che ora chiedono che la società svedese si assuma anche «la sua parte di responsabilità». Il procedimento è destinato ad andare avanti. Ma a occuparsi del riesame del caso della “mamma di Ikea” sarà lo stesso giudice che ha rispedito il suo ricorso al mittente.

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