Insegnare in inglese per non morire di mediocrità: ecco perché la battaglia del Politecnico merita di essere combattuta

Una pagina a pagamento dell’advisory board del Politecnico di Milano riapre la polemica sugli insegnamenti universitari in inglese, recentemente bocciati dal Consiglio di Stato. Soprattutto, pone una questione di principio: l’università deve confrontarsi col mondo del lavoro e con il mondo

Università Italiana Studenti Stranieri
6 Aprile Apr 2018 0755 06 aprile 2018 6 Aprile 2018 - 07:55

Ci sono battaglie, piccole e marginali finché si vuole, che meritano di essere combattute anche per il loro valore simbolico. Quella che il Politecnico di Milano sta combattendo per poter insegnare dei corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca interamente in inglese è una di queste. È una scelta, questa, contro cui si sono schierati alcuni professori dell’ateneo e che ha trovato sponda nel Tar, nella Corte Costituzionale e nel Consiglio di Stato, che l’avevano giudicata discriminatoria. Sentenze, queste, che non hanno interrotto il dibattito: è di ieri una pagina pubblicitaria del Corriere della Sera, in cui l’advisory board dell’ateneo milanese, un organo consultivo indipendente, formato dai suoi ex alunni più prestigiosi, in cui si ribadisce la necessità di fare del Politecnico una scuola internazionale in grado di garantire ai suoi studenti non solo il diritto allo studio, ma anche il diritto al lavoro.

È un punto di principio, quest’ultimo, con cui si può essere d’accordo o meno, ma che non si può eludere. Soprattutto perché sono gli studenti italiani e stranieri, bontà loro, che scelgono le università in funzione delle opportunità di lavoro che gli garantiscono: cercano le università che offrono percorsi formativi di alto livello, consultano le classifiche e i ranking internazionali, cercano programmi formativi attuali, in grado di rispondere alle esigenze del mondo del lavoro, vanno a vedere i campus e i servizi, i servizi di orientamento e job placement, l’attrattività del sistema Paese. E poi scelgono: «Il nostro obiettivo è essere parte di questa scelta - ci spiega il rettore del Politecnico Ferruccio Resta -. Io voglio che i milanesi possano trovare a casa loro un università internazionale, inserita in un circuito internazionale. Noi vogliamo essere una scuola internazionale a Milano. L’inglese è solo una piccola parte di questo nostro obiettivo».

In questi anni di corsi in inglese, peraltro, il Politecnico ha visto crescere il proprio prestigio e la propria attrattività: sono cresciute le immatricolazioni, sono cresciuti i laureati, ma soprattutto è cresciuto il tasso di occupazione dei propri studenti, che è passato dal 90% al 93%. Agli studenti piace, insomma, e al mercato del lavoro pure

In questi anni di corsi in inglese, peraltro, il Politecnico ha visto crescere il proprio prestigio e la propria attrattività: sono cresciute le immatricolazioni, sono cresciuti i laureati, ma soprattutto è cresciuto il tasso di occupazione dei propri studenti, che è passato dal 90% al 93%. Agli studenti piace, insomma, e al mercato del lavoro pure. E piace pure a buona parte del corpo docente, buona parte del quale ha intrapreso programmi di formazione dedicati per migliorare il loro insegnamento in lingua. Sembrerebbe tutto perfetto, insomma. Ma è proprio qui che sta il problema, a ben vedere: nel fatto che, in qualche modo, l’offerta formativa debba confrontarsi con il mondo esterno. Che debba anche solo pensare a “quel che vuole il mercato”, e che orienti le proprie scelte formative in funzione della competizione con altri atenei. Che si occupi di aiutare i giovani a trovare lavoro, anziché semplicemente di accrescerne il sapere: «Noi non vogliamo mettere in disparte la cultura italiana, ma vogliamo inserirla in un circuito internazionale. Non vogliamo attrarre studenti esteri, ma dare un respiro e un opportunità internazionale agli italiani», chiosa Ferruccio Resta.

L’inglese, in fondo, è un simbolo. È il simbolo di un Paese che vuole provare a giocare sullo stesso terreno degli altri, che vuole provare a costruire poli d’eccellenza che competano in un contesto globale, che interpreta la modernità come un terreno di sfida e non come una nuova era barbarica da cui difendersi con unghie e denti. È il simbolo di come il cambiamento di dogmi e consuetudini antiche, ancorché radicale e traumatico, sia un viatico necessario per entrare in un mondo nuovo. È l’idea che si debba rischiare e provare a percorrere strade nuove - che altri già percorrono da anni, peraltro - se non si vuole fare di questo Paese una torre d'avorio scollegata dal resto del mondo, che si autocompiace del proprio passato, un cimitero degli elefanti, in cui crogiolarsi della nostra Storia e della nostra antica gloria, passando quel che ci rimane da vivere guardandola declinare piano piano, come una fiammella che si spegne. Se ci si accontenta di questo, non rimane che il reddito di cittadinanza. Tutto torna.

Potrebbe interessarti anche