I dizionari del cinema? Inutili, meglio l'irriverenza degli appassionati

Vent'anni fa tutti avevano in casa un dizionario del cinema - il Mereghetti, il Morandini, il Farinotti - ma i loro tempo è passato, sepolte in quantità dai commenti di chiunque sui social e superate in qualità da quelle di spettatori molto particolari, che al cinema ci vanno ancora per goderne

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7 Aprile Apr 2018 0730 07 aprile 2018 7 Aprile 2018 - 07:30

C'è stato un periodo della nostra vita, tra la fine degli anni Novanta e la prima metà degli anni Duemila, in cui i Dizionari del cinema avevano un senso sia culturale che commerciale. Avevano i nomi rassicuranti e familiari di Morandini, Mereghetti, Farinotti, arrivavano sotto Natale, come strennone da un chilo e mezzo che ti salvavano la vita se ti trovavi a dover far un regalo a un genitore o a un parente goloso di cinema ed eri all'ultimo momento.

Erano gli anni in cui internet, quando c'era, ti occupava il telefono e costava un sacco di soldi, anni in cui l'enciclopedismo era ancora quasi totalmente appannaggio della voluminosa carta, e guardacaso gli stessi in cui i film non ce li potevamo scaricare e in cui i film, se non li vedevi al cinema all'uscita o in qualche sala estiva d'essai, te li dovevi registrare in VHS o, forse il peggio, guardarli già iniziati, capitandoci su a notte fonda facendo zapping.

Da qualche anno a questa parte, invece, è proprio tutto cambiato e, almeno per una volta, non è per niente detto che si stesse meglio quando si stava peggio. Internet scorre potente in noi e nei nostri smartfoni; siti come IMDB, Rotten Tomatoes, Indiewire, la stessa Wikipedia ci hanno fatto dimenticare l'esigenza — così anni Novanta — di avere a portata di mano tutto lo scibile cinematografico; e poi, diciamolo, molti di quei critici che all'epoca si sono meritati l'articolo determinativo dei dizionari, ora stanno perdendo ben più di qualche colpo. Ricordate l'attacco mereghettiano a Mad Max, stroncato dal critico del Corriere alla prima a Cannes perché “sembra un videogioco” e poi, qualche mese dopo, vincitore di tutti i premi tecnici agli Oscar? Ecco.

D'altronde, cosa potevamo aspettarci? Siamo pur sempre all'epoca della post autorevolezza, come poteva la cittadella d'avorio dei critici cinematografici resistere all'invasione incontinente e immediata dei pareri di chiunque, commenti, santificazioni e stroncature sparsi su blog e social network? Tra i torracchioni d'avorio e la bolgia dei social, però, esistono anche delle luminose e godibilissime via di mezzo. Due nomi su tutti: le due raccolte de i 400 Calci e di Dziga Cacace, entrambe uscite nel novembre dello scorso anno.

Il primo, un Manuale di cinema da combattimento, come recita il sottotitolo, è il divertente esito di anni di bloggate da parte della combriccola dei 400 Calci, — è uscita nell'ottobre dello scorso anno per i tipi di Magicpress. Più o meno in contemporanea è uscita anche la seconda, Divine divane visioni, guida non convenzionale al cinema, stampata da Odoya, e scritta, nel corso degli anni, da Filippo Casaccia, aka Dziga Cacace, autore televisivo con il vizietto del cinema che per anni ha raccolto, inviato via mail agli amici e pubblicato su Carmilla i suoi pareri di visione, brevissime recensioni (massimo una cartella abbondante) di film visti al cinema, in sale d'essai, in televisione, in DVD, perfino in VHS.

Raccolte in forma di diario, corredate ogni volta le della data, del luogo e della modalità di visione, le divine divane visioni di Dziga Cacace sono schizofrenica tanto quanto il nome di penna scelto dall'autore, scardinando con magnifica sufficienza gli ordini e le regole dei dizionari — dall'ordine alfabetico a quello di uscita — e scorrono dense ma inarrestabili per 500 pagine, come un film di Bruce Willis girato da Sergio Leone.

Mollata totalmente la pretesa di esaustività e oggettività tipica dei dizionari, scagliate dalle mani le fastidiosissime stelline di valutazione, la guida non convenzionale di Dziga Cacace è spregiudicata, onesta e brillante. A totale proprio agio con le ciofeche degli incriticabili maestri — «Ahi, ahi. Alle solite: regista civile, impegnato, etc. etc. e film imbarazzante», attacca Cacace la sera dell'11 novembre 1996 dopo aver visto La canzone di Carla di Ken Loach; capace di mettere a confronto in sincretismi rutilanti film per bambini e film per adulti: «Il film si fa vedere, ha ottimi momenti (coreografie e situazioni), commuove con il ricatto e diverte, ma ho preferito, forse per questioni anagrafiche, Gola profonda: c'era più animazione», scrive dopo la visione di Dumbo di Walt Disney; perfettamente sul pezzo nel riconoscere la grandezza di film al di là del suo valore agli occhi dei fini esteti, come nel caso dell'adorato Altrimenti ci arrabbiamo; e ancora, lungimirante, dopo una visione di Matrix in un cinema semivuoto nel 1999, nel riconoscere la grandezza dei film cult ben prima che lo diventino, ma anche capace di buttare in mezzo alla selezione perle come Forgotten Silver, glorioso mokumentary di Peter Jackson.

Insomma, dopo quasi venticinque anni di uscite di inutili dizionarioni da 6mila pagine in tre tomi con DVD incorporato, nella stanza che per anni è rimasta chiusa ci siamo ritrovati una finestra aperta nel muro a colpi d'accetta e nel varco, mentre l'ossigeno ricomincia a circolare togliendoci l'asfissia, al posto della faccia allucinata di Jack Nicholson, le risate scomposte di spettatori molto speciali come Dziga Cacace o Nanni Cobretti e la squadra dei i 400 Calci, gente che riesce ad essere contemporaneamente critico preparatissimo e colto, ma anche acutissimo cazzone.

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