L’Italia del design è lo specchio di quel che potremmo essere (e di quel che ci manca per diventarlo)

Imprese che innovano ed esportano, scuole che funzionano, territori e metropoli che cooperano: la ricerca sulla design economy di Symbola racconta un mondo alla rovescia in cui tutto va come dovrebbe andare. E che ci mostra, impietosamente, perché molto del resto non va

Salone Del Mobile 1
7 Aprile Apr 2018 0717 07 aprile 2018 7 Aprile 2018 - 07:17
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A volte, anziché immaginarle, le cose basta raccontarle. Lo diciamo a chi sogna che l’Italia abbia scuole d’eccellenza, imprese leader di mercato e d’innovazione, filiere che facciano sistema nel promuovere se stesse nel mondo e nell’attrarre talenti dall’estero, settori e industrie che riescono a essere anticicliche rispetto alla crisi, metropoli e territori che cooperino in modo virtuoso: quell’Italia esiste. È solo un pezzettino, ma c’è. È l’Italia del design che Fondazione Symbola tratteggia con chiarezza e cura nel suo rapporto sulla Design Economy del Belpaese.

Parla di un mondo, quello della cultura del progetto, che travalica i settori produttivi, dall’arredo alla moda, dall’automobile alla grafica, che abbraccia e innerva tutto ciò che si connatura come made in Italy, donandogli il soffio vitale del pensiero, della tensione verso il contemporaneo, dell’interpretazione e della traduzione di bisogni e desideri. “Un’infrastruttura dell’Italia”, lo definisce Ermete Realacci, presidente di Symbola, nell’introduzione al rapporto. Più prosaicamente, 29mila imprese per 48mila addetti, la più grande pattuglia di realtà votate al design che esiste in Europa. Realtà che sanno competere, queste, anche in fasi di crisi violenta - soprattutto per i beni durevoli come l’arredamento, legato a doppio filo con l’edilizia, anch’essa in crisi - se è vero che sono riuscite a crescere nel fatturato di 3,6 punti percentuali nel giro degli ultimi cinque anni. Segnale, questo, di una resilienza che è figlia soprattutto di una proiezione internazionale che è cresciuta proprio negli anni di maggior difficoltà e di una tensione all’innovazione e alla creatività attestati dal secondo posto nell’Unione europea, dopo la Germania, per numero di disegni registrati presso il Registered Community Design, lo strumento comunitario di registrazione dei progetti e disegni in ambito industriale.

Perché nel mondo del design, in ambiti e settori che attraversano l’Italia senza soluzione di continuità si è trovata la formula magica per trasformare i vizi in virtù, mentre altrove continuiamo a fare i conti con scuole a uso e consumo di chi ci lavora, cervelli che fuggono, imprese che rispondono alla crisi smettendo di investire e innovare, territori che si fanno la guerra e metropoli che provano a mangiarsi tutto?

Sono imprese che stanno ovunque, in Italia. Per dire, le prime due province italiane per incidenza di imprese, di addetti e di valore aggiunto nell’ambito del design sono Fermo e Como. E pure in valore assoluto, realtà come Monza e Brianza, Bergamo, Vicenza e Padova se la giocano con grandi città come Torino e Roma, laddove Milano svetta invece incontrastata come vero e proprio cuore pulsante di tutto il sistema. Un cuore che, per una volta, non batte solo per se stesso, ma riverbera e amplifica la qualità di questo sistema diffuso verso l’estero, attraverso grandi momenti di rappresentazione collettiva della produzione come il Salone del Mobile, la cui edizione 2018 sarà inaugurata la prossima settimana.

Non solo: è un sistema, quello del design che produce e mette al lavoro cultura e creatività, grazie a un’offerta formativa fatta di 89 scuole e oltre 200 corsi di studio, per una volta, di livello internazionale. Protagonista assoluto, il Politecnico di Milano, quinto nella top 10 mondiale del QS World University Rankings by Subject nell’area Design, primo tra le università pubbliche. Ma anche in questo caso, è un primato diffuso, da dividere col resto del Paese. E che ci consente, per una volta, di attrarre cervelli e creativi, anziché vederli solamente scappare altrove. E fa un po’ specie raccontare queste cose e chiedersi perché qui, nel mondo del design e della cultura di progetto, è andata così, mentre altrove è andata in direzione ostinata e contraria. Perché qui, in ambiti e settori che attraversano l’Italia senza soluzione di continuità si è trovata la formula magica per trasformare i vizi in virtù, mentre altrove continuiamo a fare i conti con scuole a uso e consumo di chi ci lavora, cervelli che fuggono, imprese che rispondono alla crisi smettendo di investire e innovare, territori che si fanno la guerra e metropoli che provano a mangiarsi tutto: «Niente è più scottante del design» diceva Gillo Dorfles, uno dei più grandi teorici del design italiano, recentemente scomparso. Probabilmente, aveva ragione.

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