Marco Missiroli: «Per scrivere è necessario mentire»

L'autore ci parla del suo ultimo libro, Atti osceni in luogo privato. Sentimenti, sessualità, Missiroli non tralascia nulla. Se gli atti osceni muovono dal pubblico al privato, allora anche il concetto stesso di osceno assume un significato diverso

Marco Missiroli Linkiesta
7 Aprile Apr 2018 0730 07 aprile 2018 7 Aprile 2018 - 07:30

Marco Missiroli tramortisce con fiumi di parole gentili e rapide. Da quando vivo a Torino mi è capitato di incrociarlo – quasi per caso – tre o quattro volte, e nel corso dell’ultima non ho resistito alla tentazione di chiedergli un’intervista. Senza averglielo detto, penso che Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015) sia uno dei migliori romanzi italiani pubblicati negli ultimi anni – quanto agli altri libri,Senza coda, Bianco, Il buio addosso, Il senso dell’elefante, sono già parte del ‘canone’ della letteratura italiana di oggi – per questo ho voluto sapere ogni cosa sulla sua nascita (e a cosa sta lavorando ora).

Mi ha colpito il fatto che tu abbia scritto “Atti osceni in luogo privato” in soli 21 giorni, scrivendo circa tre ore ‘a botta’, ma c’è qualcosa che vorresti raccontarci? Renderebbe la questione ancora più apprezzabile.

“Sì, ho impiegato 23 giorni (precisamente) a scrivere la prima stesura. Più circa due anni a rivederla. Ma per me era strano esserci riuscito in così poco tempo, ero abituato a lavorare ai miei romanzi con un metodo preciso: una pagina al giorno (14×21 cm, Garamond 13) e due pagine al giorno il sabato e la domenica. Con Atti osceni ne scrivevo fino a 15 a giornata. Cosa stava accadendo? Questa furia magmatica mi ha costretto a ricercare ambienti precisi di scrittura. Così mi sono organizzato: scrivevo a lavoro, in uno stanzino pieno di scatoloni, deviando le telefonate della mia scrivania ufficiale sul cellulare e facendo avanti e indietro con il mio ufficio ufficiale. Solitamente la scrittura era furiosa, in due ore facevo circa dieci pagine. A volte andavo a scrivere al Refeel, un bar milanese dove c’è molta privacy. Lo facevo prima di andare a lavoro, se sapevo che la giornata lavorativa sarebbe stata difficile per la scrittura nello stanzino con gli scatoloni. Tutto questo in completa segretezza con tutti. Né mia moglie, né alcuna anima viva sapeva di questo. È stato il modo per dare magia all’impresa e per conferire una sorta di non-censura verso di me: ‘Se nessuno sa che lo sto scrivendo, questo libro è solo per me; se è solo per me, posso metterci tutto; non lo pubblicherò, sono libero’. Ripensando a questo processo: segretezza, mistero e libertà sono le tre sostanze che hanno dato vita a questa cavalcata. Ho finito il libro a tre giorni dalle vacanze estive, dando agli ultimi giorni spazi di scrittura più ampi e mentendo a tutti, dicendo che stavo lavorando a un libro sui Fiori di Bach per il lavoro. Poi sono partito per un mese negli Stati Uniti con mia moglie e pur vivendo davvero simbioticamente per quel mese, non ho rivelato nulla. Sono tornato e ho iniziato la revisione, sempre al Refeel, ogni mattina, per circa un anno. Solo dopo la revisione ho capito che avrei potuto (e voluto) pubblicarlo”.

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