Roberto Cingolani: «Ho paura della stupidità umana, non dell’intelligenza artificiale»

Conversazione con il direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia: «Il problema è che l’innovazione va troppo veloce. E che chi la controlla è umano. Gli scienziati? Mettono toppe ai danni creati da altri scienziati». Benvenuti nell’era del tecno-realismo

Icub Linkiesta

ICub, il più famoso robot prodotto dall’Istituto Italiano di Tecnologia

7 Aprile Apr 2018 0730 07 aprile 2018 7 Aprile 2018 - 07:30
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«Noi siamo la tecnologia delle toppe». D’accordo, può essere falsa modestia, quella di Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia, cuore della ricerca in Italia, soprattutto nell’ambito di tutto ciò che è frontiera, dalla robotica avanzata alle neuroscienze, arrampicato sulle colline genovesi sopra il casello di Bolzaneto, un monolite di cemento e vetro in cui lavorano più di mille ricercatori da tutto il mondo. Ma sono parole figlie di una profonda riflessione sul ruolo della scienza e della tecnologia nel greto della modernità, che tagliano trasversalmente, come una lama, lo sterile dibattito ideologico tra (pseudo)scientisti e (pseudo)anti-scientisti, tra ottimisti e pessimisti tecnologici, tra accelerazionisti e luddisti della robotica che si è sorprendentemente incuneato nel dibattito pubblico italiano. Un dibattito, questo, la cui arena sono i social network e al quale Cingolani ha scelto di non partecipare. Un po’ per le sue idee eterodosse e difficilmente incasellabili nella battaglia tra tutto bianco e tutto nero. Un po’, molto banalmente, perché lui sui social network non ci mette piede. Eremita digitale, si definisce, e suona strano per uno che vive quotidianamente sulla frontiera dell’innovazione: «Non ho mai avuto il bisogno di dire i fatti miei a qualcuno. E non mi interessa la sovrasemplificazione in una società che diventa sempre più complessa - spiega a Linkiesta -. La gente è convinta di essere più sociale adesso, mentre è a tavola e non parla con nessuno perché è attaccata a un terminale. Io tra familiari e amici posso dire di conoscere al massimo diciotto persone, con cui esco volentieri a cena. E credo di essere molto più sociale di uno che ha milioni di follower».

E anche meglio informato, forse…
Sì, ma non mi tiri fuori la storia delle fake news. Alla fake new ci casca chi è ignorante. Se qualcuno mi dice che gli asini volano so che non è vero. La fake new esiste perché esiste una dabbenaggine digitale collettiva, gente che si beve tutto.

Internet ci ha resi tutti stupidi, quindi?
No, non la metterei così.

Come, allora?
Quel che noi vediamo in questo momento è l’effetto combinato dell’impoverimento culturale della società moderna. La quale, peraltro, dipende dal fatto che l’informazione viaggia troppo velocemente, perché la si processa poco e male. È come se tu andassi a scuola per un anno anziché tredici. Non impareresti nulla. Ora, immagina un uomo del futuro che ha un modem sotto pelle, che riceve istantaneamente tutte le informazioni ma non ha tempo a sufficienza per elaborare i collegamenti. Avrebbe molte più informazioni, in un tempo sempre minore. Ma di sicuro non sarebbe un uomo migliore di quello di oggi. Il nostro problema è che non ci fermiamo a meditare, a trovare i collegamenti, a estrarre la parte fondamentale di un informazione ridondante.

Rifacciamo: è la velocità che ci rende stupidi?
La velocità è un pezzo del problema. È da quando esiste che l’homo sapiens aumenta le proprie performance. Impara a usare la felce come coltello e migliora la masticazione del cibo. Impara a usare il fuoco per cucinare e migliora la digestione. Anche l’aumento delle capacità di calcolo dei computer, che fanno sempre più operazioni al secondo, avvicinandosi al cervello umano migliora le nostre performance di memoria, di elaborazione dei dati.

Dove sta il problema?
È che questo miglioramento delle performance è diverso da tutti gli altri. Finora, per cinque o seimila anni, abbiamo creato tecnologie che ci mettevano secoli a essere pervasive. L’automobile ci ha messo cento anni per essere di uso comune, l’aeroplano ce ne ha messi novanta. Abbiamo sempre avuto tempo, come società organizzata, di metabolizzare l’uso dell’innovazione. Nasce l’automobile e abbiamo temp per fare il codice della strada, per insegnare ai cocchieri a guidare, per costruire infrastrutture e città a misura delle automobili. L’innovazione, fino a qualche anno fa, era intergenerazionale.

Oggi, invece?
Oggi le rivoluzioni tecnologiche si susseguono nel contesto della medesima innovazione. Tra me e mio figlio c’è già un gap, col secondo ce ne sono due, col terzo tre: io sono analogico, il mio primo figlio è della generazione dei computer, il secondo è della generazione playstation - sei dita dodici tasti - il terzo è della generazione touch.

Mi minaccia chi gestisce l’intelligenza artificiale, non la macchina. Ho paura delle sue manie di grandezza, delle sue paranoie, dei suoi deliri di onnipotenza, del suo vissuto. Anziché dei robot, preoccupiamoci di chi pensa che automatizzare la produzione e licenziare in tronco quattromila persone sia sensato. Di chi approccia l’innovazione al grido di «devo crescere e non m’importa di nulla».

Sono tutti nativi digitali, però...
Anche questa cosa del digitale va chiarita. Tutti parlano del digitale, ma il digitale non esiste. Questa è la rivoluzione delle nanotecnologie. La legge di Moore, l’aumento esponenziale della velocità di calcolo, è una questione di hardware. La gente pensa che il digitale sia qualcosa di esoterico, immateriale. No, è estremamente materiale. semplicemente, l’elaboratore velocissimo che prima stava in una stanza, adesso ti sta in tasca e domani te lo metteranno addosso.

Torniamo alle rivoluzioni tecnologiche e al problema della velocità...
Se il cambiamento è intragenerazionale, com’è ora, la società non ha tempo di adattarsi. Un tempo l’aratro diventava meccanico e il figlio del contadino andava a fare il magazziniere. Oggi devi dire al magazziniere che tra due mesi deve diventare un’analista di big data o un esperto di cybersecurity. Non ci credo nemmeno se lo vedo.

Quindi non crede nell’importanza del life long learning e della formazione continua?
Il life long learning è una toppa. Facciamolo, intanto: ma se già ci adeguassimo, se avessimo anche il miglior sistema di formazione continua del mondo sarebbe dura comunque. Io mi sono laureato in fisica nel 1985 e faccio un lavoro che mi permette di stare sempre sulla frontiera della tecnologia. Se non facessi questo lavoro, sarei semplicemente uno che si è laureato 33 anni fa, un dinosauro. E mi sarebbe difficile, difficilissmo aggiornarmi. Qui è pieno di gente, anche molto istruita, che si sente straniera, aliena. Perché sente che il mondo che lo circonda non è più parte della sua cultura.

Alt, un attimo. Vuole dire che chi ha paura dell’automazione, dei robot, dell’intelligenza artificiale qualche ragione ce l’ha?
No, assolutamente. Non sono le macchine il problema.

Si spieghi meglio…
Qui c’è gente che ha paura di macchine che riescono a fare 10 alla 18 operazioni al secondo. Il problema è che il loro costo energetico per operazione è molto più elevato rispetto a quello di un’intelligenza biologica. Io lo so che ci sono computer che stanno in una stanza che sanno fare operazioni molto più velocemente di me. Solo che loro per funzionare hanno bisogno di 30 megawatt mentre a me bastano 40 watt. A me questa macchina non mi minaccia.

Tutto qua?
No, se vuole continuo.

Prego…
Uno: al primo terremoto questa macchina è spenta, io no. Due: io sono autonomo, mi muovo e posso funzionare senza essere connesso. Alle macchine per funzionare serve un mega data center nell'Antartico con centrale nucleare autonoma. E a meno che tu non abbia la prolunga più lunga del mondo, gli serve pure una rete wireless a 5G. Tre: anche col 5G, quelle macchine si spengono, si scaricano, si rompono, e l’intelligenza artificiale è morta.

Cosa la minaccia, allora?
Oggi la stupidità umana è molto più pericolosa dell’intelligenza artificiale. Mi minaccia chi gestisce l’intelligenza artificiale, non la macchina. Ho paura delle sue manie di grandezza, delle sue paranoie, dei suoi deliri di onnipotenza, del suo vissuto. Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Larry Page sono bravissime persone, per quanto ne posso sapere io, ma non sappiamo chi ci sarà dopo di loro. E se il loro successore fosse un cocainomane? Se mi parli di uno scenario da fantascienza, in cui c’è un computer quantistico che fa 10 alle 20 operazioni al secondo e che è grande come iCub, il robot umanoide che abbiamo sviluppato qui all'Iit allora mi porrò il problema di una possibile minaccia. Ma a quel punto, è una nuova specie. iCub non è una nuova specie, nemmeno la più raffinata delle applicazioni che esistono oggi lo è.

Vuole sapere cos’è lo scienziato, in definitiva? È uno che per mestiere mette toppe ai buchi che hanno creato quelli che sono venuti prima, in un contesto di distruzione irreversibile del pianeta. Io devo solo sperare che le toppe che metto oggi facciano meno danni rispetto a quelle che ambisco di riparare

A proposito a che punto siamo coi computer quantistici?
Di computer quantistici, che non lavorano con gli zero e con gli uno, ma con una base di tantissimi elementi se ne parla da almeno quarant’anni e il motivo è chiaro: avere molti più elementi ti permetti di alleggerire il peso del calcolo di 2 alla n fattoriale. In teoria è bellissimo, perché questo computer spacca tutto. Qualcuno esiste già: ma quei pochi che ci sono devono operare a temperature talmente basse che costano tantissimo. Per i prossimi vent’anni, a mio avviso, stiamo parlando del nulla. Piuttosto, preoccupiamoci di chi pensa che automatizzare la produzione e licenziare in tronco quattromila persone sia sensato. Di chi approccia l’innovazione al grido di «devo crescere e non m’importa di nulla».

Meglio la decrescita, quindi?
Produrre meno non è decrescita. Nel lungo periodo l’economia circolare fa crescere l'economia, non la fa diminuire. Usiamo la tecnologia per abbassare la water footprint, o la carbon footprint, piuttosto. Magari sopravvivremo un po’ più a lungo, come specie. A questo serve la tecnologia, non ad altro.

Si spieghi meglio…
Partiamo dall’inizio. Noi stiamo cambiando questo pianeta da quando lo abitiamo. A me non piacciono le bacche e non mi piace la frutta dura, quindi innesto la pianta. Non mi piace la carne grassa, quindi allevo gli animali e gli cambio l’alimentazione. Abbiamo continuato a cambiare le cose e per certi versi ci ha detto bene: l’aspettativa di vita è aumentata, e di molto, ad esempio. Solo questo pianeta non è programmato per sette miliardi di esseri umani. Oggi abbiamo antropizzato il 12% del suolo. Se arriviamo al 15%, l’acqua comincia a scarseggiare. Chiedersi dove possiamo arrivare non è anti-scentismo, non è tecno-pessimismo, è la posizione più scientifica che ci sia. Vuole sapere cos’è lo scienziato, in definitiva?

Cos’è?
È uno che per mestiere mette toppe ai buchi che hanno creato quelli che sono venuti prima, in un contesto di distruzione irreversibile del pianeta. Io devo solo sperare che le toppe che metto oggi facciano meno danni rispetto a quelle che ambisco di riparare. Faccio un esempio: settant’anni fa la plastica ha risolto un mare di problemi ma tra qualche anno ci sarà più massa plastica che pesci in mare. Non esiste tecnologia che non sia una toppa. Noi qua all’IIT facciamo tecnologia delle toppe. Altri no.

Altri chi?
C’è un altro gruppo di scienziati, quelli del Cern, ad esempio, che stanno lavorando sulle tre caravelle che ci porteranno via. Chi sta studiando il big bang e le particelle elementari sta preparando la nostra fuga dalla Terra, tra duecento anni, la grande invasione dello Spazio di queste cavallette che sono gli umani. Quando noi andremo su Marte, la prima cosa che faremo sarà modificarlo. Noi siamo virus che cercano di mettere toppe all’ecosistema in cui proliferano, sapendo che prima o poi se ne dovranno andare. La scienza mette toppe e costruisce navi per scappare. Sai qual’è il rischio vero? Che casa nostra esploda prima di riuscire a colonizzarne un’altra. Solo una cultura filosofica di alto livello avrebbe potuto rendere gli umani meno parassiti da un punto di vista biologico. Mi pare evidente che sinora non ci sia riuscita.

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