La repressione cinese in Tibet è più pesante che mai, ma pare non interessi a nessuno

Dal 2009 in 152 si sono dati fuoco per attirare l'attenzione sulla protesta. Ma a 59 anni dalla rivolta (repressa nel sangue) di Lhasa, la pressione cinese resta micidiale. Il dialogo con Claudio Cardelli, presidente dell'Associazione Italia-Tibet

Dalai_Lama_Linkiesta
11 Aprile Apr 2018 0945 11 aprile 2018 11 Aprile 2018 - 09:45

Come stelle che implodono. Come urla fiammate. Ceri viventi. Si immolano. L’ultimo – per ciò che ne sappiamo, dacché oltre la cortina himalayana regna l’ambiguo – si chiama Tsekho. Un mese fa. Aveva moglie e figlie, due. Un patriota. Si è cosparso di benzina. Si è acceso. In Tibet la luce ha il sapore di tenebra, non scalda – agghiaccia. 152. I tibetani che dal 2009 si danno fuoco per dare un segno di luce – e di morte – alla loro protesta. Vogliono il Tibet libero. Si illuminano. Come ghigni di tigre contro il dragone cinese. Implacabile. Il gesto di Tsekho non è accaduto un giorno qualunque. Il 10 marzo si sono festeggiati i 59 anni dalla sollevazione di Lahsa contro l’occupazione cinese. A Ginevra, per l’occasione, si è radunato un corteo di 7mila persone. “Noi saremo sempre qui a difendere la sacra causa del Tibet e il futuro della nostra civiltà”, ha detto, per sigillare l’occasione, Claudio Cardelli. Dicono siano grandinati applausi.

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