Il processo a Zuckerberg? Una farsa mediatica che non cambia nulla

Gli Stati Uniti si lavano la coscienza in mondovisione. Ma Facebook è troppo importante per gli americani. E alla fine (come hanno sempre fatto) lasceranno fare a Zuckerberg quello che vuole

Zuckerberg_Linkiesta
12 Aprile Apr 2018 1008 12 aprile 2018 12 Aprile 2018 - 10:08
Tendenze Online

Zuckerberg che torna scolaretto. Zuckerberg alla pubblica gogna. Zuckerberg timido, impacciato, pallido, che sotto lo sguardo severo di deputati e senatori, finalmente capisce quanto è importante la privacy. Ci può essere qualcosa di sadico e per certi versi catartico nel vedere il 33enne più ricco della storia dell’umanità bacchettato dalle vecchie volpi del Congresso statunitense. Ma con ogni probabilità il “processo” in mondovisione a Facebook andato in onda negli ultimi due giorni verrà ricordato come un salto in avanti della società dello spettacolo, e non come una svolta per la tutela della (nostra) privacy.

Ci può essere qualcosa di sadico e per certi versi catartico nel vedere il 33enne più ricco della storia dell’umanità bacchettato dalle vecchie volpi del Congresso statunitense. Ma con ogni probabilità il “processo” in mondovisione a Facebook andato in onda negli ultimi due giorni verrà ricordato come un salto in avanti per la società dello spettacolo e non come una svolta per la tutela della (nostra) privacy

Ma come siamo arrivati qua? Ripercorriamo i fatti: Cambridge Analytica, una società che si occupa di raccolta e analisi dati riceve 15 milioni di dollari dal miliardario conservatore Robert Mercer. Il suo consigliere è Steve Bannon, capo della campagna elettorale di Trump. L’azienda, tramite un’app per Facebook realizzata dallo psicologo dell’Università di Cambridge Aleksandr Logan, avrebbe raccolto dati su 87 milioni di persone. I dati sarebbero stati sfruttati a proprio vantaggio dall’esperto per i social di Trump, Brad Parscale, per individuare gli elettori e bombardarli di messaggi personalizzati. Marzk Zuckerberg, capo di Facebook, si è assunto la responsabilità, ammettendo di sapere da anni del “buco” nel sistema.

Per questi motivi Zuckerberg è stato chiamato a testimoniare davanti al Congresso degli Stati Uniti. Prima al Senato e poi alla Camera. Un Congresso che non ha alcun interesse a limitare il potere del social network. Da un lato ci sono i repubblicani, il partito della deregolamentazione, ostili per principio ai controlli pubblici sulle aziende private. Dall’altro i democratici, che tengono molto ai finanziatori della Silicon Valley, gli uomini più ricchi d’America. Non è un caso se la campagna di Hillary Clinton nel 2016 ha raccolto quasi 800 milioni di dollari, il doppio di quella di Trump. Molti, da entrambi gli schieramenti, hanno interessi milionari nelle tech company. Un nome per tutti: Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera, ha 1,5 milioni di dollari di azioni in Apple e almeno mezzo milione in Facebook.

Facebook è uno strumento di “soft power” nelle mani dell’america per persuadere e convincere che la terra dei Padri Pellegrini è (ancora) il miglior posto al mondo in cui vivere

Ma i soldi non vanno in un’unica direzione. Zuckerberg, negli ultimi anni, sta capendo l’importanza di tutelarsi a Washington. E la sua spesa in attività di lobby, soprattutto nel settore della privacy, è aumentata. L’anno scorso ha investito 11,5 milioni di dollari - un incremento quasi del 50% rispetto al 2016 - arrivando a un passo dalla top 20 delle aziende più generose.

Non è tutto. Facebook non è solo un passatempo su cui gigioneggiare quando non si ha niente da fare. È un’azienda da 2 miliardi di utenti, che rappresenta gli Stati Uniti nel mondo. È uno strumento di “soft power” nelle mani dell’america per persuadere e convincere che la terra dei Padri Pellegrini è (ancora) il miglior posto al mondo in cui vivere. Il modello a cui bisogna ispirarsi. La stella polare del mondo. In questo senso, come ha scritto Morozov, non è solo un’azienda privata ma, di fatto, anche pubblica. Gli Stati Uniti sono l’ultima nazione al mondo a voler vedere il social network indebolito. A maggior ragione in un momento in cui la minaccia cinese appare più temibile che mai.

La disponibilità «a dare delle regole all’economia di internet a patto che non limitino il business», la promessa di estendere a tutto il mondo il Gdpr - il nuovo (buon) regolamento europeo che dovrebbe entrare in funzione a partire dal prossimo mese la cui efficacia, però, è tutta da verificare - e l’impegno che «presto, in azienda, 20mila persone si occuperanno di privacy e sicurezza». Questo è tutto quello che si è riusciti a estorcere a Mr Facebook dopo due giorni sotto torchio. Nessuna ammissione di responsabilità sui contenuti che girano sul social network («siamo una tech company, non una media company»). Nessuna vera trasparenza sulla raccolta dei dati. Nessun obbligo di creare un facile accesso alla loro consultazione. Nessun limite temporale al loro utilizzo. Anche questa volta, per Facebook, cambierà poco.

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