Aiuto, i Comuni hanno finito i soldi (e anche così si spiega il voto ai Cinque Stelle)

Dalle amministrazioni costrette a vendere pezzi di strade a quelle in cui i dipendenti vengono impiegati come spazzini: anni di tagli hanno portato migliaia di comuni sul lastrico. Un'austerità che ha colpito soprattutto il Mezzogiorno, con evidenti conseguenze sull'ultimo voto

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Luigi Di Maio (Alberto PIZZOLI / AFP)

Alberto PIZZOLI / AFP

13 Aprile Apr 2018 0730 13 aprile 2018 13 Aprile 2018 - 07:30
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A Solferino (MN) alcuni mesi fa hanno pensato di mettere all’asta al miglior offerente una strada del paese, poco usata e ancora senza nome. A Partinico (PA) a gennaio mancavano i fondi per l’acquisto del gasolio per riscaldare le scuole e una casa di riposo.
A Barzio (LC), non potendo pagare una cooperativa, delle pulizie del comune si occupavano i dipendenti, dal ragioniere capo all’impiegato all’anagrafe, con scopa e paletta in mano. Questi disguidi o trovate di ingegno provocati dall’ormai cronica mancanza di fondi che colpisce gli enti locali, in particolare i comuni. Nel 2017 sono cresciuti del 20% i comuni in pre-dissesto finanziario rispetto all’anno precedente. Erano 163 in tutto il Paese, cui si aggiungevano 107 in dissesto vero e proprio e 63 comunque “deficitari”, almeno secondo i dati Ifel, l’Istituto per la finanza locale dell’Anci.

La maggior parte, manco a dirlo, al Sud, 112. 30 i comuni in pre-dissesto in Sicilia, 26 in Calabria, 23 in Campania, 18 in Puglia, più che in tutta la Lombardia, dove erano 16 a metà 2017. In dissesto conclamato su 103, 88 erano sempre del Mezzogiorno. E sono soprattutto i comuni piccoli i più in difficoltà. È l’esito di anni di spending review sbilanciata. Che ha colpito molto poco l’amministrazione centrale, e di più gli enti locali, regioni, province e comuni. E li ha colpiti laddove fa più male, nel capitale umano. Sempre secondo dati dell’ANCI sarebbero scesi di 84 mila unità i dipendenti dei comuni tra il 2007 e il 2016

Fonte: relazione Anci Piemonte su legge di bilancio 2018

E’ un calo del 17,5%, che ha portato il rapporto dipendenti comunali/cittadini da 8 ogni 1000 a 6,5 nello stesso periodo.

Fonte: relazione Anci Piemonte su legge di bilancio 2018

Senza contare altri aspetti diciamo qualitativi. Per esempio più del 65% di chi lavora nei comuni oggi ha più di 50 anni. In generale nelle amministrazioni locali lo Stato nel 2016 spendeva 7,8 miliardi di euro in meno rispetto al 2010 per quanto riguarda gli stipendi (e i contributi) dei dipendenti. Lo stesso non è accaduto nelle amministrazione centrale. La stessa spesa era scesa in quell’ambito da 96,2 miliardi nel 2010 ai 93,2 nel 2015, risaliti a 96 nel 2016.

Fonte: ARAN, milioni di euro

È la naturale conseguenza del calo delle unità di lavoro che nelle amministrazioni locali, dal 2011 in poi, hanno sempre segnato un calo rispetto all’anno precedente, al contrario di quanto accaduto allo Stato centrale, per cui dal 2014 vi è stata una ripresa, anche rilevante (+3,1% nel 2016 rispetto al 2015)

Fonte: ARAN, variazione annua delle unità di lavoro

Le retribuzioni medie pro-capite di tutto il settore pubblico, stavolta anche centrale, sono rimasti stagnanti. Il confronto con il settore privato è chiarissimo. Dal 2008 in poi le parti si sono invertite. Se in precedenza gli aumenti annui erano superiori nello Stato, dalla crisi economica in poi sono stati i lavoratori di industria e servizi privati a godere di maggiori miglioramenti. Pur con tutti i distinguo e le differenze tra settore e settore, tra precari e dipendenti stabili, tra giovani e lavoratori più anziani.

Fonte: ARAN, variazione annua delle retribuzioni medie lorde.

Questi dati non sono rilevanti solo per i conti dello Stato o per le valutazioni degli economisti, ma hanno un evidente impatto politico. Probabilmente ne abbiamo visto un riflesso il 4 marzo. Prima di tutto perchè sono dinamiche che interessano l’Italia in modo assolutamente asimmetrico. I maggiori tagli sono effettuati laddove vi sono più enti in dissesto, naturalmente, quindi al Sud. E proprio al Sud l’incidenza dei redditi provenienti dal lavoro pubblico è sempre stato maggiore. Vi sono aree, alle periferie delle città o in provincia, in cui per chi avesse una laurea o un’istruzione superiore alla media non vi era altro sbocco del lavoro statale. E se non era nelle forze dell’ordine e nell’esercito si trattava del comune, della provincia, della regione. Questa spending review, probabilmente inevitabile peraltro, colpisce territori con redditi già sotto la media. Aree dove, qui sta il paradosso apparente, il capitale umano è in crescita, dove la proporzione di iscritti all’università o di giovani con una laurea è maggiore della media nazionale. E proprio nel momento in cui nei luoghi vi è più offerta di lavoro (potenzialmente) qualificata, vi è meno domanda e meno possibilità di impiego.

Fonte: ASR (Annuario Statistico Regionale) Lombardia, 2016

È chiaro che non ci si può stupire se proprio al Sud la frustrazione ha prodotto un terremoto elettorale altrove meno potente. Perchè proprio lì, in quelle regioni in cui vi sono più laureati a 25 anni, in Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Abruzzo, dove sono più che in Lombardia o in Veneto, capita di avere ragazzi che hanno raggiunto il titolo di studio più alto nonostante i genitori siano solo diplomati o con la licenza media. L’80% dei giovani laureati italiani hanno un padre e/o una madre con una istruzione inferiore, e non è certo raro che in diversi casi, in particolare proprio al Sud, questi genitori siano dipendenti pubblici, e ricoprano un incarico cui il figlio, seppure più istruito, non potrà mai ambire.

Laureati, titolo di studio dei genitori, ISTAT, 2015

Si tratta del dramma tipico di un Paese diseguale. In cui i tagli pur necessari non potranno mai avere effetti collaterali omogenei. E in cui anche della ripresa, pur presente, rischiano quasi inevitabilmente di beneficiare sempre i soliti, Milano, l’area lungo la via Emilia, il Centro-Nord. È la pioggia sul bagnato che al Sud ormai è ben nota.

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