Avete bullizzato Mark Zuckerberg? La sua vendetta sarà tremenda

Davanti al Congresso degli Stati Uniti e sui social, tra il 10 e l'11 aprile, più che a una difesa della privacy abbiamo assistito a un atto di bullismo collettivo e ora ne pagheremo le conseguenze

Zuckerberg_Linkiesta
13 Aprile Apr 2018 0735 13 aprile 2018 13 Aprile 2018 - 07:35

Tra il 10 e l'11 aprile 2018, davanti al Congresso degli Stati Uniti d'America, in mondovisione, è andato in scena un vero e proprio processo a Facebook. Davanti ai giudici, i deputati e i senatori americani, Mark Zuckerberg, 33 anni, fondatore di uno dei più grandi colossi della tecnologia mondiale, nonché uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo.

Al centro della questione avrebbe dovuto esserci la politica sulla privacy del colosso americano, la gestione dei dati personali di oltre due miliardi di utenti, la loro commercializzazione, ovvero tutte le questioni alzatesi dopo il polverone mediatico che si è scatenato intorno allo scandalo Cambridge Analytica. Eppure, quello a cui abbiamo assistito tutti, in diretta da Washington ma anche su milioni di bacheche di utenti di tutto il mondo, più che un processo a un'azienda e al suo modello di business, è sembrato un processo alla persona di Mark Zuckerberg.

Intendiamoci, criticare l'operato di Facebook, anche al di là di tutta le questione della privacy e della gestione dei dati personali, non solo è lecito, ma è anche doveroso e utile per capire e affrontare alcuni dei più gravi pericoli per le nostre democrazie, primo tra tutti la disinformazione e la propaganda politica. Ma una cosa è criticare, un'altra è rendere ridicolo un uomo, bullizzare una persona, irriderla e ridicolizzarla.

Questo è quanto è successo nei giorni scorsi a Mark Zuckerberg, additato dai commentatori e dal pubblico come uno sfigato, ingessato in un abito elegante come un laureando il giorno della discussione della tesi, atterrito dall'esercizio d'autorità del Potere, le commissioni di Camera e Senato che l'hanno interrogato per quasi dieci ore. Di colpo, quello che agli occhi di tutti è sempre stato un Paperon de' Paperoni arrogante e fuori dal mondo, è apparso in tutta la sua debolezza, ferito nell'orgoglio, decisamente più che nel business.

Gli effetti delle chiacchiere di questi ultimi giorni a Washington, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, saranno a mala pena visibili. D'altronde, a quale americano di buon senso potrebbe convenire distruggere uno dei colossi dell'economia a stelle e strisce? A nessuno, né tra i democratici, né tra i repubblicani. E nemmeno saranno vistosi gli effetti sulla privacy di tutti noi, molto più interessata dalla nuova legge europea — provate a cercare “GDPR” su Google — che dalle beghe di un social che, come molte altre aziende, fa della vendita di pubblicità la sua prima colonna di ricavi.

Da oggi, quel giovane miliardario nerd, dopo aver fatto la figura del primino sfigato umiliato dai compagni di quinta, potrebbe fare esattamente quello che gli hanno chiesto: diventare quello che decide cosa è vero e cosa è falso

Eppure è difficile non ammettere che qualcosa sia successo in questi due giorni di aprile. Mark Zuckerberg è stato trattato da nerd. Come tutti i nerd, bullizzato dai compagni di classe più fighi (e di solito meno intelligenti). Ma Mark Zuckerberg non è uno sfigato ai primi anni di liceo, anche se in molti vorrebbero vederlo in questo modo ora. Zuckerberg è l'inventore e il proprietario di una piattaforma che ci conosce perfettamente, molto meglio di chiunque prima nella storia del mondo. Una piattaforma che ha 2 miliardi e mezzo di clienti e che ora, dopo l'opera dei bulli, potrebbe cambiare.

Nel dicembre scorso quello stesso Congresso aveva votato contro la cosiddetta Net Neutrality, ovvero la democraticità della rete. Ora, a distanza di qualche mese appena, quello stesso Congresso, umiliando pubblicamente Zuckerberg in diretta mondiale, rischia di aver innescato qualcosa di cui gli stessi membri delle commissioni del Congresso forse non si rendono ancora conto.

«Ci sarà sempre una versione gratuita di Facebook», ha detto Zuckerberg al Congresso, affermando un concetto tranquillizzante, ma trasmettendone uno terrificante: Facebook Premium, ovvero, sostanzialmente, una versione di Facebook molto più classista di quella che è oggi, un Facebook a doppia velocità.

Non è troppo complicato giocare con l'immaginazione. Provate a pensare, per esempio, a una versione di Facebook in cui quelle che tecnicamente si chiamano API — le procedure attraverso le quali Facebook ci permette di interagire con le sue applicazioni — fossero appannaggio soltanto di chi può permetterselo.

O ancora, e molto peggio, immaginatevi un Facebook in cui l'accesso alle nicchie enormi di pubblico filtrato e profilato, che oggi è a disposizione di chiunque possa spendere poche decine di euro in una campagna pubblicitaria, fosse al contrario possibile soltanto per le grandi società capaci di investire grosse somme in marketing e pubblicità, come ai tempi in cui Facebook e gli altri social non erano nemmeno fantasie dei romanzieri.

Quando si mette un uomo con le spalle al muro e lo si ferisce nell'orgoglio, dicono tutti i saggi del mondo, non si può sapere come questo reagirà. Di più: Mark Zuckerberg non è certo uno come tutti. Lo si capisce bene quando, a uno dei senatori che gli chiedeva come pensa di mantenere Facebook sostenibile, ha risposto, sciogliendo uno sguardo corrucciato in un sorriso beffardo: «Senatore... noi vendiamo pubblicità».

Da oggi, quel giovane miliardario nerd, dopo aver fatto la figura del primino sfigato umiliato dai compagni di quinta, potrebbe fare esattamente quello che gli hanno chiesto: diventare quello che decide cosa è vero e cosa è falso e, nel contempo, distruggere la più grande qualità della sua invenzione, quella per cui è così utile a tutti quelli che ora non vedono l'ora di sputare sulla sua tomba: la possibilità, anche per chi non ha budget a cinque zeri da spendere in pubblicità, di raggiungere efficacemente il proprio pubblico.

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