Lia Quartapelle: «Coraggio, ambizione e pluralismo: così possiamo far rinascere il riformismo»

Intervista a tutto campo alla giovane deputata democratica milanese: «Renzi? La leadership si è mangiata la pluralità, il quieto vivere si è mangiato il coraggio. E dal 2015 non abbiamo fatto più riforme. Corbyn? Ha capito la modernità, è molto più ambizioso di noi riformisti»

Quartapelle Linkiesta
14 Aprile Apr 2018 0745 14 aprile 2018 14 Aprile 2018 - 07:45

«Dovremmo prendere esempio da Jeremy Corbyn». Suona strana, una riflessione del genere, se esce dalla bocca di una come Lia Quartapelle, giovane deputata del Partito Democratico - una dei tre in grado di vincere un collegio uninominale nel nord Italia dominato dal centrodestra -, distillato puro di riformismo di rito ambrosiano. Eppure. «Io sono molto distante dalle idee del leader del leader laburista inglese - aggiunge, quasi a voler correggere il tiro -, ma in lui riconosco la lungimiranza nel capire la grande questione del ventunesimo secolo in Occidente, la crescente disuguaglianza sociale, e la capacità di declinare questo problema con proposte, giuste o sbagliate che siano, estremamente ambiziose e coraggiose». Torna spesso, il tema del coraggio, in un’ora abbondante di chiacchierata. Quel coraggio che, secondo Quartapelle, è improvvisamente scomparso nel mezzo del cammin dei mille giorni di governo Renzi: «È dal 2015 che abbiamo smesso di fare riforme ambiziose», attacca.

Il tema è l’ambizione, Quartapelle?
Il tema è la delusione. Noi nella scorsa legislatura abbiamo conosciuto il Partito Democratico che avevamo sempre sognato. Era quello del 40% alle europee: con una leadership forte, ma plurale, inclusiva. Ricordo che il manifesto di quella campagna elettorale era un collage di volti di militanti ed esponenti del partito: c’era Renzi, certo, ma c’era anche Federica Mogherini, c’era Marianna Madia, c’erano tutte le facce della nostra comunità. Era anche un partito coraggioso, con le idee molto chiare. Gli stessi 80 euro, che molti contestavano parlando di mancetta e di voto di scambio, erano figli di un’idea forte e chiara:: rilanciare i consumi per far ripartire l’economia. Se abbiamo preso il 40%, quel 25 maggio del 2014, è perché eravamo plurali e coraggiosi.

E dopo?
Dopo le abbiamo perse entrambe: la leadership si è mangiata la pluralità. E il quieto vivere si è mangiato il coraggio.

Partiamo dal pluralismo...
Faccio una premessa: anche nei momenti migliori, all’interno del Partito c'era una serie di persone che avevano deciso di uscire. Il loro era un percorso senza possibilità di ritorno, e non è a loro che mi riferisco quando parlo di pluralità. Penso piuttosto a gente come Cuperlo, spesso in dissenso, ma che c’è sempre stato e che è ancora con noi.

Nel partito del 40% c’era anche Bersani, è vero. C’era pure Civati, peraltro, e pure Fassina. Bersani disse pure in un intervista che Renzi era stato bravissimo, che gli aveva ridato la salute...
Ma già un mese dopo, quando votammo la legge elettorale, Bersani e gli altri ci imposero un emendamento in grado di farla valere solo per la Camera e di renderla pertanto effettiva solo a dopo il referendum costituzionale. Avevano una paura matta che volessimo andare subito al voto.

Sta dando a loro tutte le colpe della rottura?
Possiamo dividere le colpe come vogliamo, il passato mi interessa relativamente, se non per capire il presente. E il presente dice forte e chiaro che il partito del 2018 non è nemmeno lontano parente di quello del 2014. Mi pare chiaro che oggi abbiamo un partito molto meno plurale, molto meno aperto, molto meno coraggioso e riformista di quello che stravinse le elezioni europee.

Qualche colpa ce l’avrà pure la leadership del partito, su…
Sì, ma non ne farei una questione di leadership in senso stretto. Renzi può aver fatto degli errori, e la sua leadership forse non è stata plurale e inclusiva quanto avrebbe dovuto esserlo. Però un partito che discute non basta. A un certo punto si vota e si decide: la strada è quella e si marcia tutti assieme. Andrea Orlando è uno che ha sempre interpretato in questo modo il proprio ruolo. Votava contro in direzione, ma poi lavorava nella direzione in cui la direzione aveva deciso. Diverso era chi in direzione nemmeno votava e poi marciava in senso opposto già un minuto dopo il voto.

Tutto vero, ma è difficile pensare che il peggiori risultato della storia della sinistra sia figlio di un mero problema di metodo politico...
La crisi del riformismo è la questione centrale. Noi, per due anni siamo stati determinati e chiari e coraggiosi. A un certo punto abbiamo cominciato a tappare i buchi e a cercare consenso. Abbiamo smesso di fare i riformisti e siamo diventati “cambisti”.

Che significa?
Abbiamo puntato tutto sulla spinta al cambiamento, sul cambiamento come valore in sé, ma non abbiamo detto dove volevamo andare. Ci bastava cambiare le cose, perché pensavamo che quella fosse la nostra identità. Abbiamo commesso lo stesso errore che dall’altra parte dell’Oceano Atlantico in molti hanno imputato a Obama. Quello di aprire troppi fronti e di mollare il colpo poco dopo. Al contrario, bisognava capire quali erano le battaglie da combattere senza mai mollare il colpo, senza accontentarsi di riforme a metà.

A cosa pensa?
Faccio un esempio: il tema del crollo delle nascite, che è probabilmente il problema dei problemi qui in Italia. Non puoi pensare di risolverlo con un bonus che al meglio gestisce un po’ di consenso ma non risolve il problema. Il problema lo risolvi con un intervento strutturale, pensato, a trecentosessanta gradi, coraggioso. Noi quel coraggio ce l’abbiamo avuto, poi l’abbiamo perso. Col bonus bebè e il bonus asilo nido magari fai contento qualcuno, ma non risolvi il problema. Se poi le cifre sono basse, ancora peggio. Noi da un certo punto in poi abbiamo fatto tutto così: volevamo l’elencone e abbiamo fatto tante mezze riforme. Poi nemmeno quelle: abbiamo cominciato coi bonus e con le toppe. Il risultato sono 100 punti senza un’idea di politica alla base: gli altri avevano la repubblica dei cittadini, o la repubblica dei muri. Noi cosa eravamo?

Facciamone altri due, di esempi: il reddito di cittadinanza e la flat tax. Il primo, per come è stato declinato dal M5S è un’idea di Marco Biagi del 2003, ripresa più volte da Tito Boeri, due riformisti. La seconda è una proposta di Nicola Rossi, che era un vostro senatore. Voi non solo non le avete fatte vostre, ma le avete combattute…
E mi fa rabbia, questa cosa. Perché su tasse e lavoro ci avevamo visto giusto, ci avevamo investito, avevamo il vantaggio di essere al governo. Eppure non siamo andati fino in fondo proprio sulle politiche attive e sulla semplificazione del sistema fiscale, che è ciò attorno cui Cinque Stelle e Lega hanno costruito la loro proposta politica. Perché troviamo solo metà delle risorse per il reddito di inclusione e solo alla fine della legislatura? Perché non abbiamo provato a completare il jobs act?

Ok, è stato un governo poco coraggioso, non abbastanza diciamo, ma è stato anche molto generoso: ha assunto insegnanti, pagato i debiti della Pubblica Amministrazioni, abbassato le tasse, alzato le tutele e l’occupazione, che ha pure negoziato flessibilità, derogando gli impegni con l’Unione Europea. Sono diminuiti persino i reati. Eppure vi ritrovate col peggior risultato di sempre della sinistra. Dura da spiegare...
Invece no, in realtà. È proprio quel che dicevo: abbiamo fatto tante cose, raggiunto buoni risultati, ma è mancato un quadro entro cui iscrivere tutte le cose che avevamo fatto. Le abbiamo fatte, probabilmente abbiamo fatto ripartire l’Italia, ma non le abbiamo detto dove stavamo andando.

A questo punto, però, ci deve dire dove lo porterebbe lei, questo Paese...
C’è un tema enorme di disuguaglianza. Non solo tra redditi alti e bassi, ma tra chi è dentro e chi è fuori determinate tutele, determinate garanzie, determinati diritti. È un problema di giovani e anziani, di nord e sud, di maschi e femmine.

Partiamo dalle donne: che ne pensa del documento delle 500 esponenti del Pd che hanno protestato contro le liste elettorali maschiliste?
Penso che appelli come questo sarebbero stati efficaci durante la formazione delle liste. Ora, pur contenendo cose vere e giuste hanno un sapore tardivo che ne altera il senso, per altro condivisibile. Lo dico dalla posizione di una donna candidata solo all’uninominale, quindi sapendo bene la difficoltà che hanno avuto tante a fare campagna elettorale senza protezione, e in molti casi essendo solo candidature di servizio. Ma penso anche che la sotto-rappresentazione delle donne in politica, sia un effetto della questione femminile, non una causa.

Cioè?
Guardiamo fuori dal nostro orticello: il problema è che in Italia le ragazze sii laureano prima, si laureano di più e si laureano meglio: su 60mila 110 e lode, 40mila sono stati assegnati a studentesse: è mai possibile che al primo contratto sia offerto loro uno stipendio più basso rispetto ai loro omologhi maschi? Ha ragione Galli della Loggia: noi, nello sforzo di essere modernizzatori abbiamo dimenticato di essere critici della modernizzazione.

Come mai?
Noi abbiamo scontato anche questo bisogno di legittimarci col potere, di accreditarci. Perché siamo stati lontani dal potere per decenni. Però nell’accreditarci, si finisce per diventare acquiescenti. Per accreditarci al manovratore, per aver paura di non essere più ricevuti ai tavoli che contano, abbiamo finito per difendere l’istituzione, sempre e comunque. Anche con le élite è così: abbiamo smarrito l’esercizio della critica nei confronti dell’istituzione. È lo stesso errore che abbiamo fatto con l’Unione Europea.

Si spieghi meglio
Noi lo sapevamo che la politica dei vincoli di bilancio e quelle sull’immigrazione assieme non tenevano. Eppure, per tenere il punto, per evitare di essere considerati euroscettici, abbiamo evitato di dirle.

Beh, in effetti non è semplice far passare l’idea di essere per la modernizzazione, ma critici, europeisti ma critici. Alla fine la gente sceglie chi è critico e basta...
È dura, ma non è impossibile. Prendi Jeremy Corbyn.

Che c’entra Corbyn?
Il partito laburista di Corbym è lontano dalle mie idee. Ma lui ha capito il tema della disuguaglianza. E ha idee estremamente ambiziose e coraggiose come la nazionalizzazione dell’energia elettrica. L’ambizione è importante, perché mobilita intelligenze, culture, proposte, idee su come realizzare l’obiettivo. Anche Trump, a suo modo, è più ambizioso di noi.

A proposito di Trump, che ne pensa dell’intervento in Siria?
Sono molto preoccupata. Non c’è bisogno di questo ennesimo attacco chimico per sapere che Assad è un animale. Serve certamente una indagine internazionaleper accertare la verità perché quello che dice OMS su 500 persone con sintomi di esposizione a armi chimiche sono molto preoccupanti. La vicenda è stata una occasione per avere chiarezza da Lega e Movimento Cinque Stelle sul possibile posizionamento dell’Italia: non possiamo permetterci un radicale cambiamento delle nostre alleanze. Il fatto che Salvini abbia rilanciato la propaganda russa non è un bel segnale. Staremo a vedere.

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