Da Orwell a Black Mirror: ecco perché abbiamo bisogno della distopia

Il Novecento è stato il periodo di massimo sviluppo della distopia letteraria. Ma negli ultimi anni, con i film di Hunger Games, i romanzi di Philip Roth e la serie tv Balck Mirror siamo di fronte al grande ritorno di questo genere

Black Mirror Linkiesta
16 Aprile Apr 2018 1350 16 aprile 2018 16 Aprile 2018 - 13:50

La parola utopia viene dal greco, composta da ou (non) e topos (luogo), a indicare dunque un luogo che non esiste, che non si trova sulle cartine: quello che Tommaso Moro s’inventò nel 1516 nel suo libro L’utopia appunto, un trattato che, sulla scia dei dialoghi platonici, immaginava uno stato perfettamente funzionante. Perché la pronuncia inglese di u- è simile a un altro prefisso greco, eu (buono): da allora la parola divenne sinonimo di opera letteraria che propone un modello di governo ideale, positivo ma ancora irrealizzato, forse irrealizzabile.

Un altro esempio classico è La città del sole di Tommaso Campanella (1602) ma si sa che dove c’è il sole c’è anche l’ombra: dopo qualche secolo dalla nascita dell’utopia venne alla luce anche la distopia. Man mano che il pensiero moderno si avviava alla contemporaneità, la prospettiva del futuro non si tingeva solo di progressismo e di speranza, ma anche di disillusione e paure. E se l’inizio del Novecento, con Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1935), 1984 di George Orwell (1949) o Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (1953), sembrava essere stata l’epoca classica della distopia letteraria, oggi ci troviamo di fronte a un nuovo momento molto florido per questo genere.

In un articolo apparso l’estate scorsa sul New Yorker, Jill Lepore, professoressa di storia a Harvard, parla di una nuova “epoca d’oro della narrativa distopica”: basti solo pensare al rinnovato successo de Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, divenuto una serie tv acclamatissima come The Handmaid’s Tale, ma anche a opere per ragazzi come Hunger Games e Ready Player One, in cui si immaginano mondi devastati da cataclismi climatici e guerre civili. Questi ultimi, in particolare, si rivolgono secondo Lepore “a lettori che si sentono traditi da un mondo che pareva molto più accattivante quando erano un po’ più giovani”.

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