A Roma vogliono abolire i vitalizi, nelle regioni invece li aumentano

In Calabria gli assegni mensili sono aumentati, con un adeguamento al costo della vita. La Sicilia spende 18,3 milioni di euro l’anno, tra ex consiglieri e vedove. La spesa totale delle regioni per 3.500 vitalizi è di oltre 150 milioni, e a spendere di più sono quelle più povere del Sud

Roberto Fico Linkiesta

Roberto Fico, presidente della Camera (Tiziana FABI / AFP)

19 Aprile Apr 2018 0735 19 aprile 2018 19 Aprile 2018 - 07:35

A Roma il presidente della Camera e quello dell’Inps si incontrano per discutere dell’abolizione dei vitalizi dei parlamentari. Alla periferia dell’impero, nelle Regioni, gli ex consiglieri continuano invece a percepire lauti compensi. Che in alcuni casi, come in Calabria, sono pure aumentati, adeguandoli al costo della vita. Per oltre 3.500 vitalizi regionali, diretti o pagati a vedove ed eredi, si spendono ancora oltre 150 milioni annui: tanto quanto si potrebbe risparmiare, secondo Tito Boeri, se si eliminassero quelli di deputati e senatori. E gran parte di questi soldi vengono erogati nelle regioni più povere del Sud Italia: Sicilia, Sardegna, Puglia, Campania e Calabria.

Per i futuri consiglieri e quelli in carica i vitalizi sono stati aboliti ormai oltre cinque anni fa. Per gli ex è stata intrapresa invece la via delle riduzioni sì, ma a tempo, onde evitare la bocciatura della Consulta. Che in più di una occasione ha affermato che si possono scalfire i diritti acquisiti, a patto che sia fatto con interventi «temporanei e ragionevoli».

E così il consiglio di presidenza dalla Camera è riuscito a introdurre solo il contributo di solidarietà temporaneo, con un taglio parziale dei vitalizi regionali per tre anni. Ma dal 2018, scaduto il triennio, l’assegno è ricomparso per intero sui conti degli ex consiglieri di quelle poche regioni – a dir la verità – che avevano varato la norma già nel 2015. A partire da Lazio (prima regione a farlo), e poi Lombardia, Veneto, Friuli, Marche, Lazio, Piemonte, Toscana, Trentino, Puglia, Valle d’Aosta e Umbria. Perché, a conti fatti, solo la metà delle regioni ha seguito alla lettera le indicazioni per la spending review sui vitalizi, con decurtazioni dal 6% sotto i 1.500 euro al 15% per le somme sopra i 6mila.

Qualche regione, dopo le prime scadenze di quest’anno, ha già rinnovato il taglio. L’ultima in ordine di tempo a farlo è stata l’Umbria, prevedendo un risparmio di 900mila euro in tre anni con decurtazioni che vanno dal 5 al 15% delle somme (per i vitalizi oltre i 6mila euro). E lo stesso ha fatto qualche giorno prima la Puglia – prima in Italia per la rendita vitalizia, con 208 ex consiglieri percettori di più di 6mila euro al mese – che ha reintrodotto il contributo di solidarietà con una decurtazione di soli due anni, e non tre.

In Puglia i beneficiari dei vitalizi hanno una rendita quattro volte superiore al Pil medio dei cittadini pugliesi; il rapporto è 3,35 in Sicilia, triplo in Calabria, 2,75 volte in Sardegna e 2,63 in Trentino Alto Adige

Mentre in alcune regioni, dal Lazio al Veneto, è ripartita la battaglia nei consigli su decurtazioni sì-decurtazioni no, altre non ne hanno voluto proprio sapere. Quelle con il maggior numero di vitalizi erogati restano Sicilia e Sardegna. In Sicilia, secondo il report pubblicato dall’assemblea, viene fuori che per 324 assegni, di cui 129 destinati a vedove di ex deputati, si spendono ogni anno 18,3 milioni. La regione autonoma nel 2012 ha abolito i vitalizi, istituendo un sistema previdenziale contributivo. Ma chi aveva maturato il diritto prima della legge è rimasto illeso. E i tagli sono stati applicati solo a chi percepiva oltre 90mila euro l’anno: poco più di una ventina di ex. In Sardegna, dove l’unico blocco è scattato sull’adeguamento Istat dei vitalizi, si spendono 17,7 milioni annui per poco più di 300 ex consiglieri.

Al consiglio regionale campano, invece, è stata approvata solo la possibilità di rinunciare al vitalizio regionale “su base volontaria”. Da quello che si sa finora, nessuno lo ha fatto. In Basilicata l’estate scorsa hanno approvato una regione per garantire il vitalizio anche a quelli che non sono riusciti a versare contributi per più di 30 mesi, a causa della fine anticipata della legislatura. E in Calabria, le superpensioni non solo non sono state abolite, ma sono addirittura aumentate. Il consiglio calabrese ha approvato da poco l’atto che per il 2018 adegua l’importo dei vitalizi al costo della vita, con un aumento dell’1,1%, pari a una spesa aggiuntiva di 102mila euro l’anno, che si andranno a sommare ai quasi 10 milioni già pagati per 144 ex consiglieri, di cui venti superano il tetto dei 7mila euro mensili. I cosiddetti “settimini”.

E se c’è chi si aumenta lo “stipendio”, ci sono anche consiglieri che al vitalizio proprio non vogliono rinunciare. Sono stati circa 300 a rivolgersi alla magistratura contro le decurtazioni degli assegni. L’ultima sentenza è arrivata per 39 ex consiglieri piemontesi avevano fatto ricorso contro i tagli, salvo poi vederselo respingere a dicembre dalla sezione del Lavoro del Tribunale di Torino, per di più con la condanna al pagamento delle spese processuali.

Il think tank calabrese Open Calabria, dopo gli aumenti regionali, ha fatto un esperimento, mettendo in relazione la spesa regionale per i vitalizi con il Pil procapite. Solo in Lombardia, Emilia Romagna e Toscana i vitalizi sono inferiori al Pil pro-capite; mentre in Veneto i valori sono equivalenti. In Puglia i beneficiari hanno una rendita quattro volte superiore al Pil medio dei cittadini pugliesi; il rapporto è 3,35 in Sicilia, triplo in Calabria, 2,75 volte in Sardegna e 2,63 in Trentino Alto Adige.

Se invece la somma dei vitalizi viene paragonata al totale delle spese correnti delle regioni, viene fuori che in media in Italia i vitalizi ai consiglieri e assessori regionali assorbono il 10% delle spese correnti dei bilanci regionali. Con picchi del 40% in Molise, 27% in Sardegna, 23% in Basilicata e 20% in Calabria. Quest’ultima, la regione più povera d’Italia.

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