Così sta tramontando il sogno di un accordo tra Salvini e Di Maio

Ci hanno provato, forse ancora ci sperano. Si sono mandati messaggi per giorni e insieme hanno coltivato il progetto di un governo condiviso. Nulla è deciso, ma l’intesa tra Salvini e Di Maio sembra sempre più difficile. Il ruolo del Cav. e le ambizioni di entrambi sono un ostacolo troppo grande?

Bacio Salvini
19 Aprile Apr 2018 1203 19 aprile 2018 19 Aprile 2018 - 12:03

Ci hanno provato, forse ancora ci sperano. Si sono mandati messaggi per giorni - alternando ultimatum e attestati di stima - e insieme hanno coltivato il sogno di un governo condiviso. Ma sull’intesa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio adesso sembrano tramontare anche le ultime ottimistiche aspettative. Certo, nulla è ancora deciso. La presidente di Palazzo Madama Elisabetta Casellati ha ancora qualche ora per trovare una soluzione. Incaricata dal capo dello Stato di esplorare le possibilità di accordo tra Cinque Stelle e centrodestra, tenterà fino all’ultimo di individuare una sintesi. Ma il gioco dei veti incrociati tra grillini e Forza Italia sembra ormai insuperabile. E quando venerdì l’esploratrice salirà al Colle per aggiornare il presidente della Repubblica sull’esito del suo incarico, è quasi certo che il responso sarà negativo. Nulla di fatto. L’accelerazione impressa da Sergio Mattarella alla crisi politica avrà avuto almeno il merito di semplificare lo scenario. Escludendo ogni ipotesi di maggioranza sull’asse M5S-centrodestra.

Gli osservatori politici ormai guardano altrove. Si studiano le aperture tra Cinque Stelle e Partito democratico, si attende una nuova mossa del Quirinale che possa favorirle. Magari un secondo mandato esplorativo, affidato stavolta al presidente della Camera Roberto Fico, esponente grillino da sempre sensibile ai richiami della sinistra. C’è persino chi scommette su un preincarico a Luigi Di Maio, con l’obiettivo di aprire un confronto tra M5S e dem, a partire dalle proposte programmatiche avanzate pochi giorni fa dal segretario reggente Maurizio Martina (che però ha smentito di voler aprire all'ipotesi di un governo). Chissà. Intanto, per un possibile alleato di governo che arriva, è già tempo di salutare un partner che se ne va. Così va il mondo. Per settimane si è favoleggiato su un accordo tra leghisti e grillini. Il risultato elettorale aveva persino confermato la suggestione. Non è un caso se i primi passi della traballante legislatura sono andati proprio in questa direzione. Una convergenza tra i due leader - siglata al termine di numerose telefonate - ha portato Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico alla presidenza di Senato e Camera. E, più avanti, il leghista Nicola Molteni alla guida della commissione speciale di Montecitorio. Un accordo esclusivo, diretto, che ha spinto il Partito democratico a denunciare pubblicamente la spartizione di poltrone tra leghisti e grillini.

Ci hanno provato, forse ancora ci sperano. Si sono mandati messaggi per giorni - alternando ultimatum e attestati di stima - e insieme hanno coltivato il sogno di un governo condiviso. Nulla è ancora deciso. Ma sull’intesa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio adesso sembrano tramontare anche le ultime ottimistiche aspettative

Si sono annusati a lungo, Salvini e Di Maio. Si sono lanciati messaggi e strizzati l’occhio per mesi. E la loro non era solo la convenienza del momento. Il progetto di un’intesa tra Cinque stelle e Lega poteva saldarsi su alcuni solidi precedenti. Con tutte le differenze politiche che è bene segnalare, in passato la sintonia tra Lega e M5S si è più volte trasformata in posizione comune. In tempi non sospetti, ovvero quattro anni fa, M5S e Lega hanno sostenuto insieme l’indizione dei referendum consultivi per l’autonomia di Lombardia e Veneto. Anzi, senza i voti grillini nei due Consigli regionali la doppia consultazione del 22 ottobre scorso non si sarebbe neppure potuta tenere. Non solo. In politica estera, prima che i missili americani in Siria arrivassero a cambiare scenario, aprendo alla svolta atlantista di Di Maio, M5S e Lega hanno sempre sostenuto la necessità di revocare le sanzioni economiche imposte dall’Europa alla Russia di Putin dopo la crisi in Crimea. Duplice la motivazione: conservare buoni rapporti con un attore geopolitico fondamentale per gli equilibri del Mediterraneo e favorire le imprese italiane che hanno rapporti commerciali con Mosca.

Anche per questo, all’indomani delle elezioni, Salvini si era convinto che l’intesa con i Cinque stelle fosse la sola soluzione possibile in nome del "cambiamento", l’unica risposta per scongiurare l’ipotesi di nuove elezioni. Con Di Maio, in queste settimane, si è quasi saldato un patto generazionale, un accordo non scritto per garantirsi una lunga stagione al comando. Archiviando il ruolo dei leader sconfitti e di ingombranti predecessori. Ma alle premesse non è seguito un passo avanti nella trattativa. Le divisioni maturate negli ultimi giorni si sono ingigantite, le diffidenze hanno preso corpo. Il veto grillino alla presenza di Silvio Berlusconi - mai neppure ammorbidito - ha finito per allontanare ulteriormente Salvini e Di Maio, così come la determinazione di quest'ultimo nel rivendicare per sé il ruolo di prossimo presidente del Consiglio. E così negli ultimi giorni Salvini ha sposato la linea di chi, all’interno della Lega, lo ha sempre sconsigliato di rompere con il Cav, insistendo sulla necessità di scalare il centrodestra nella sua interezza. Sono le voci dei sindaci (molti diventati parlamentari) che raccolgono le diffidenze dei territori lontani da Roma. È la posizione della vecchia guardia che ha perso il potere, non ha seguito elettorale, ma che dietro le quinte conserva una vasta rete di contatti: a partire dai due ex segretari, Umberto Bossi e Roberto Maroni. In mezzo, il solito Giancarlo Giorgetti, che è stato il primo a trattare coi capigruppo M5S, ma potrebbe diventare anche il garante in un possibile governo del presidente.

Tra Salvini e Di Maio, in queste settimane, si è quasi saldato un patto generazionale, un accordo non scritto per garantirsi una lunga stagione al comando. Ma alle premesse non è seguito un passo avanti nella trattativa

Il dado è tratto? Molto probabilmente sì, stando agli indizi di queste ore. Difficilmente l’ultimo giro di incontri a Palazzo Giustiniani consegnerà alla presidente Casellati uno spiraglio di intesa sull’asse centrodestra e Cinque stelle. E così la partita è destinata a riaprirsi presto. Archiviato il progetto di un governo grilloleghista, il Quirinale esplorerebbe la strada di un’intesa tra pentastellati e Partito democratico. Sarebbe la pietra tombale su ogni dialogo tra Salvini e Di Maio. Qualcuno non si nasconde più: «Non faremo mai alleanze con Berlusconi, che ha fatto fallire il Paese», continua a ripetere in queste ore il capogruppo grillino al Senato, Danilo Toninelli. «Al Pd invece proponiamo di sederci al tavolo per scrivere un contratto di governo. Spero che i dem facciano un passo avanti, credo che i veti diventeranno qualcosa di diverso». Ma se il Pd non facesse quel passo avanti?

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