La fine di un mito: le “terre rare” non sono affatto “rare”

Una denominazione fuorviante che lascia credere che si tratti di elementi presenti in bassissima misura sulla crosta terrestre. Non è così, anzi. I problemi, però, sono altri (e sono molto grossi)

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Ed Jones / AFP

19 Aprile Apr 2018 0725 19 aprile 2018 19 Aprile 2018 - 07:25
Tendenze Online

Tutti ormai sanno che le terre rare, cioè un particolare gruppo di 17 metalli naturali, sono molto preziose e vengono utilizzate nella produzione dei più recenti dispositivi tecnologici, dai telefoni ai computer. Non tutti sanno però che, a dispetto del nome, le terre rare non sono affatto rare. È tutto un malinteso dovuto al fatto che, quando vennero scoperte la prima volta, risultavano piuttosto diffcili da estrarre e – soprattutto – separare dalla materia circostante.

Anzi, secondo quanto riporta questo articolo di The Verge, che cita lo United States Geological Survey, le terre rare sarebbero “moderatamente abbondanti”, una categoria che definisce quegli elementi non così comuni come alluminio, silicio o ferro (circa il 90% della crosta terrestre), ma che sono comunque abbastanza presenti in tutto il pianeta. Il cerio, per fare un esempio di terra rara, è il 25esimo elemento più abbondante sulla Terra, più o meno come il rame. Ma nessuno si sbraccia con titoli sui giornali quando trova nuovi giacimenti di rame (cosa che invece accade, come ad esempio è successo poco tempo fa in Giappone, per le terre rare). Come mai?

Il fatto è che, anche se si tratta di elementi diffusi, è difficile trovarli in forma pura. A causa della loro composizione chimica molto simile (15 su 17 occupano posizioni consecutive sulla tavola periodica) tendono a legarsi tra di loro e ad altri minerali. Questo rende molto complicato (e anche costoso) estrarli e dividerli, un’operazione che richiede un processo lungo e pericoloso, in cui le terre rare in forma grezza devono essere disciolte a più riprese in varie soluzioni di acido, poi filtrate e ancora disciolte. Un calvario, anche perché le soluzioni vanno studiate, ogni volta e per ogni miniera, sulla base delle diverse impurità del suolo – in più emettono sottoprodotti chimici tossici e radioattivi.

Insomma, non sono rare ma non è una passeggiata tirarle fuori. Per questo, spiegano, l’Occidente dagli anni ’90 in poi ha lasciato campo aperto alla Cina per la produzione di questi minerali. Una scelta tattica, più che altro: lì hanno meno problemi con gli ambientalisti e con i sindacati. Quando poi, nel 2010, Pechino ha cercato di chiudere all’estero il mercato di terre rare, sperando di mettere in ginocchio gli altri Paesi (o almeno di indebolire le loro pretese), si è visto che il resto del mondo aveva risorse disponibili abbastanza ampie da reggere al ricatto. I produttori di tecnologia, poi, riuscivano a continuare a lavorare anche con quantità più basse di minerali. Insomma, come tentativo è andato male. Ma non è bastato a scalfire il mito della rarità delle terre (non) rare.

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