Mattarella ha deciso: addomesticare i 5 Stelle (e farli governare)

Quasi già fallito il tentativo della Casellati, Mattarella sembra voler far passare la via del governo per i nuovi, moderati, 5 Stelle. Che potrebbero inaugurare un nuovo modello politico, conservatore e rivoluzionario al tempo stesso: la tecnocrazia populista

Mattarella_Linkiesta
19 Aprile Apr 2018 0730 19 aprile 2018 19 Aprile 2018 - 07:30

Nulla di fatto dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Tutto da verificare, e con dubbi a palate, che possa andare meglio al suo omologo di Montecitorio Roberto Fico. Stallo, palude, veti reciproci e un’incipiente sensazione di déjà-vu, come un torpore che avvince nella ripetizione quotidiana dell’uguale. È il ritratto dell’Italia parlamentare alla ricerca di una maggioranza, mentre l’Italia profonda osserva lontana e basita i traffici di Palazzo domandandosi perché non si riesca ancora a trovare uno straccio di governo da insultare alla sera, davanti al telegiornale.

Nel frattempo c’è qualcosa di tenero e surreale intorno al lavoro impervio che sta svolgendo Sergio Mattarella. Mite ma non remissivo, quieto ma non indolente, curioso ma convintamente osservante in materia di formalismi e liturgie istituzionali, il capo dello stato si è convinto che per il bene dell’Italia è necessario costituzionalizzare il populismo dei grillini. E questo, dal giorno dopo le elezioni del 4 marzo scorso, sta facendo con acribia puntigliosa e professorale. Il presidente della Repubblica pare abbia preso a camminare più spedito, nel circolo delle consultazioni istituzionali, nel tramestio delle telefonate e nei crocevia delle delegazioni diplomatiche. Quasi avesse un’idea in testa, fin dapprincipio, che all’improvviso sta trovando materia per farsi carne e sangue. E l’idea è appunto quella di addomesticare e trovare sostegno per uno dei due partiti anti sistema, non entrambi. Ma perché? E sopra tutto, come?

Fuori dal Quirinale, il ragazzo si prende a forni in faccia con il resto della compagnia di giro, dal compare Salvini all’odiato Silvio Berlusconi passando per i portavoce di quel che resta del renzismo nel Pd. Ma quando si tratta di rientrare in aula, a tu per tu con il Professore, toni e modi e orizzonti cambiano di tinta

La ragione è perfino ovvia. Finché possibile, non puoi tenere fuori dal gioco del potere un movimento di massa che ha travolto ogni aspettativa, raccogliendo il maggior numero di voti grazie alla capacità scientifica (l’algoritmo…) d’intercettare il vento della protesta per convogliarlo nelle proprie vele. Oltretutto i Cinque stelle sono più virginali e duttili della Lega di Matteo Salvini, che al contrario porta orgogliosamente su di sé il carico d’una storia di rotture identitarie e sovraniste il cui perimetro ha allargato con successo dalla Padania a tutti i confini nazionali. Non sarà di destra, la Lega, ma si capisce bene dove e come metterebbe a fattor comune i propri consensi. Di Maio e i suoi si dimostrano invece malleabili come una materia più informe che deforme, esibiscono una sfacciata ricettività rispetto ai consigli del Professor Mattarella (che docente lo è davvero, quale insigne costituzionalista), hanno dato prova di saper gestire clamorosi dietrofront di forma e contenuto. E non tanto nel caso dei ritocchini postumi al programma, quanto nella radice del loro posizionamento internazionale. Un tema su cui Mattarella si manifesta sensibilissimo.

Il repentino riallineamento atlantista del MoVimento dimostra che il rapporto docente-discente instaurato dal capo dello Stato con il capoclasse Di Maio funziona in maniera quasi osmotica. Fuori dal Quirinale, il ragazzo si prende a forni in faccia con il resto della compagnia di giro, dal compare Salvini all’odiato Silvio Berlusconi passando per i portavoce di quel che resta del renzismo nel Pd. Ma quando si tratta di rientrare in aula, a tu per tu con il Professore, toni e modi e orizzonti cambiano di tinta. Altra prova: i pentastellati hanno patito finora una cattiva reputazione da “incompetenti”, secondo i canoni della narrativa renziana e degli allarmi anti settari propalati dal Cavaliere in campagna elettorale. La loro reazione non è stata sciocca, non si sono chiusi a riccio nel recinto dei permalosi. Al contrario, hanno inzeppato le liste di candidati dal curriculum accademico, e molti di loro li hanno poi promossi nel governo immaginario allestito prima del voto. Da ultimo, memori delle convenzioni care al Quirinale e all’establishment, hanno ingaggiato un altro docente che in altre circostanze avrebbero potuto definire come un parruccone: Giacinto Della Cananea, incaricato di studiare la compatibilità fra i punti programmatici grillini e quelli degli altri partiti. S’indovina qualche tratto d’ingenuità, forse, in tale modo di agire, ma è una disposizione che invoglia i suddetti parrucconi alla maieutica, all’arte di estrarre dai giovani grillini il meglio (che per altri è anche il peggio) del loro potenziale. È un esame quotidiano di maturità, o di maturazione, che evidentemente l’algoritmo della Casaleggio può sopportare, se non addirittura incoraggiare attraverso i costanti carotaggi nel web. Interessante, inquietante o incomprensibile che sia, il metodo ha qualcosa di estremamente conservatore e rivoluzionario al tempo stesso. Il processo di condensazione politica, di qui a pochi giorni, potrebbe metterci di fronte a un’inedita forma di tecnocrazia populista.

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