Catozzella “non splende” e ci rifila la solita misera vita quotidiana, ma la letteratura italiana non è morta: leggete Mauro Orletti

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. “E tu splendi” di Catozzella è un romanzo banale, scritto male e privo di autenticità. L'ultimo libro di Orletti, “Guida alle reliquie miracolose d’Italia”, soddisfa invece la voracità dei lettori

Catozzella Linkiesta
20 Aprile Apr 2018 0745 20 aprile 2018 20 Aprile 2018 - 07:45

Il bastone. Tutti vorrebbero un figlio come Giuseppe Catozzella. Anche io. Catozzella sembra sempre pronto ad aiutare le vecchine ad attraversare la strada: è bravo, buono e piace a tanti, praticamente a tutti. Qualità, queste, che forgiano un bravo cristo – ma rivelano un pessimo scrittore. Per parlare di E tu splendi bisogna partire dalla battuta più celebre della storia del cinema. 1949, Il terzo uomo, regia di Carol Reed, sceneggiatura di Graham Greene. Orson Welles interpreta l’evanescente Harry Lime che a un certo punto fa, versione mia: In Italia trent’anni di guerre, terrore e massacri hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento; in Svizzera, 500 anni di pace e di amore fraterno hanno prodotto gli orologi a cucù.

Tornando a noi, E tu splendi, romanzo pietista e pietoso sull’amore fraterno e sull’integrazione integralista, è un orologio a cucù. Trama. Pietro è un bambino che abita a Milano, è modesto, i genitori sono lucani. Pietro non ha la mamma, ma parla spesso con la mamma che lo chiama Pi – e a me viene in mente Vita di Pi, ricordate?, il libro di Yann Martel da cui Ang Lee ha tratto un film pluripremiato: coincidenze? Pietro, insieme alla sorella, passa l’estate dai nonni, ad Arigliana, in Lucania. Lì, in una torre abbandonata, Pietro detto Pi scopre un nugolo di stranieri, tra cui un bambino, Josh, che sa suonare il pianoforte piuttosto bene e porta con sé “una storia di fame”. In paese, ovviamente, scoppia il finimondo.

Dopo aver letto E tu splendi il primo pensiero, anche senza essere Orson Welles, è questo: al cospetto di Catozzella ‘politicamente corretto’ è un concetto troppo ardito, ferocemente ordito da Riccardo III in combutta con quel bastardo di Machiavelli. La correttezza e il pudore da fatina di Catozzella fanno tiè all’idea stessa di ‘politicamente corretto’. Nel suo romanzo Catozzella, la fatina della letteratura italiana contemporanea con la maglia da eroe di una Ong, parla, nell’ordine, di: ‘questione meridionale’, fascismo cattivo (“Mi aveva sempre fatto un sacco di paura”, dice il piccolo Pietro di fronte a una testa del Duce intagliata nel legno, “sapevo solo che era uno violento”), preti dal cuore d’oro (Don Eustachio che “stava tornando da Bari con il furgoncino della parrocchia di Matera, aveva accompagnato al mare un gruppo di disabili”, vede i poveri migranti, li carica e li alloggia “dentro la torre”), migranti e razzismo all’italiana (l’orda del luogo comune: “andatevene, stranieri, non siete ben accetti! Nessuno vi ha invitato, qui non c’è lavoro per voi”), buoni sentimenti. Poi cita Cesare Pavese (a pagina 129, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) e Pier Paolo Pasolini (che è il titolista del libro) a mo’ di prezzemolo. Mai visto tanto scontato buonismo, senza sconti, condensato in un libro.

Ora. Finita la lettura del libro di Catozzella, mi sovvien l’eterno e un pensierino perverso. Glielo avranno commissionato. Una qualche fondazione per il bene dell’umanità avrà detto a Catozzella di scrivere un romanzo dimostrando quanto è bella l’integrazione, che non bisogna avere paura dell’altro, che siamo tutti stranieri, etc. Tutti temi buoni per una puntata di Otto e mezzo o per una omelia papale, inutili a scrivere un romanzo. Catozzella, mi dico, avrà un pensiero ben più profondo su queste tronfia tappezzeria buonista. Così, guardo il video promozionale del romanzo. Il romanzo, dice Catozzella, è “un inno alla vita”, scritto per rispondere alla fatale domanda “perché gli stranieri veri ci danno fastidio?”. Già, perché? Perché “ci ricordano che stranieri siamo noi”. Cazzo. Catozzella riesce a essere più banale del suo romanzo. Torno nel libro, allora.

Trama troppo facile, sfiancante, condotta con un passo sociologico (leggere una volta in più Materada di Fulvio Tomizza potrebbe tornare utile a Catozzella). Stile snervato, privo di autenticità. A raccontare la storia è l’undicenne Pietro. Sfida interessante per uno scrittore: come parla un undicenne? Catozzella non si pone il problema, passa dalle liete sgrammaticature (“a me l’anno scorso mi ha fatto bocciare”) al dettato omerico (“Arigliana stava là, aggrappata su una montagna di boschi, in mezzo a due fiumi lontani, l’Agri e il Basento, sopra al piccolo torrente Olmo che tagliava la valle e li univa”: che competenze topografiche ha il ragazzino, di solito i coscritti ricordano a mala pena Po, Tevere, Adda, Arno…), ma chi gli crede? Per farsi una idea di come s’inventa il linguaggio di un baby, basterebbe studiare gli illustri precedenti. Ne cito alcuni. Ciò che sapeva Maisie di Henry James, Chiamalo sonno di Henry Roth, Il giovane Holden di Salinger, La veglia all’alba di James Agee. Ma c’è chi preferisce Mark Twain e Truman Capote.

Ciascuno di questi libri offre un registro linguistico – dallo sboccacciato all’epico – utile ad affrontare il tema: come cavolo faccio a dar voce a un ragazzino? Catozzella se ne frega, ha a cuore l’etica, pretesca – vogliate bene agli stranieri – per lui l’estetica – come si scrive un libro? – è lusso inutile. Così, tutto ciò che vorremmo leggere – l’istanza del potere, l’istituzione della ferocia, la violenza degli affetti, la gloria delle demenza, la macellazione dell’innocenza – non c’è, non c’è neanche un pizzico di sesso (a pagina 54, davanti a due che “mezzi nudi” scopano su “un masso”, Pietro scappa, spaventato). Resta solo la solita misera vicenda di vite quotidiane, istericamente cacciate dall’autore negli inferi dell’abulia. Avrebbe voluto scrivere lo Stand by Me dell’integrazione sociale, Catozzella. Ha partorito un orologio a cucù. Fuori orario. Meglio vivere da bravi cristi. Ma per essere bravi scrittori cinismo e ferocia – e feroce compassione – sono attributi elementari.

Giuseppe Catozzella, E tu splendi, Feltrinelli 2018, pp.232, euro 16,00

La carota. Lo sappiamo. La letteratura italiana contemporanea è rasoterra. I generi dominanti sono due. Il romanzo ‘sociologico’ – ergo ‘giornalistico’ – su un tema dominante ‘nel tempo presente’ (esempio, il libro di Catozzella). Oppure, il ‘capolavoro annunciato’. Il romanzo sperimentale (di solito dicono: ‘visionario’), scritto con foia linguistica, non si capisce nulla e per questo è per forza importante. I primi scrivono come se non esistessero Flaubert, Zola, Verga; i secondi come se James Joyce fosse ancora un feto nella panza di una mamma che deve ancora nascere.

In mezzo, ci sono i lettori, che ne hanno le palle piene e preferiscono rileggere, per l’ennesima, Guerra e pace o I fratelli Karamazov. Per fortuna, però, la letteratura italiana non è defunta. Basta guardare nelle catacombe, sotto il trono di quelli che vincono il Premio Strega o sono intervistati da Repubblica e dal ‘Corrierone’. Mauro Orletti, ad esempio. Già autore di un libro ‘di culto’, Piccola storia delle eresie (2014), con Guida alle reliquie miracolose d’Italia Orletti scava, con scafata ingenuità, nell’eccentrico. Il tema, in questo caso, è superficialmente ‘turistico’ – donde stanno le reliquie più incredibili d’Italia? – vagamente storico – breve storia del commercio delle reliquie – audacemente dissacrante – “Quando i corpi a disposizione finiscono, si comincia a farli a pezzi. Dita, mani, gambe, piedi, teste, lingue, cuori e capelli viaggiano da un luogo all’altro d’Europa.

Le parti più pregiate sono quelle che hanno a che fare con la specialità del santo: nel caso di Antonio da Padova, che è un predicatore formidabile, la reliquia più ambita è la lingua. Discorso diverso per Apollonia alla quale, durante il martirio, vengono cavati i denti con le tenaglie. Un suo incisivo o un molare assicurano indiscusso prestigio. E così i denti di Apollonia si moltiplicano e quando Paolo VI incarica di raccogliere quelli sparsi per la penisola, viene riempita una cassetta del peso di 3 chili e mezzo” – profondamente conturbante (ragionamento intorno alla ‘carnalità’ del cristianesimo e alla necessità da parte del fedele di aver fede nel ‘feticcio’).

Scritto con ironica lucidità – un mix tra il cinismo di Jonathan Swift e la felicità di un Erodoto in tuta ginnica – e il sano gusto di soddisfare la voracità del lettore – la storia del “Sacro Capello della Vergine” è un piccolo capolavoro, la vicenda del Santo Prepuzio di Gesù è vigoroso virtuosismo narrativo, quella di San Gengolfo, con la malvagia moglie che “ogni volta che apre bocca, si sente una scoreggia”, pare una pagina, boccaccesca, di ‘commedia all’italiana’ – a me ricorda i libri laterali di Jorge Luis Borges, il Libro dei sogni o Il libro degli esseri immaginari. Libri da tenere sottomano per riconciliarsi con la facoltà fantastica, assai più ‘morali’ degli umorali romanzi ‘a tema’ sfornati pressoché ogni giorno. Non ditelo a Orletti, però. Il giovanotto, che conosce il peso del talento – fa, letterariamente, quello che sa fare, con esaltante semplicità – vive trincerato in una aurea umiltà.

Mauro Orletti, Guida alle reliquie miracolose d’Italia, Quodlibet 2018, pp.240, euro 16,00

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