Rabbiosa e disperata: benvenuti nell'Italia della mediazione impossibile

Gli elettori, come testimonia il popolo dei social, sono sempre più radicalizzati, ”assertivi”, politicamente sicuri di tutto. Anche delle bufale. E adesso ci troviamo di fronte a dinamiche politiche sempre più raffinate, che hanno bisogno di mediazione, e attenzione

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21 Aprile Apr 2018 0745 21 aprile 2018 21 Aprile 2018 - 07:45

Quanti triangoli riesci a contare? Il 98% degli utenti ha sbagliato la risposta! È un quiz che gira su Facebook da un po’ ma che negli ultimi giorni è diventato virale. Il gioco è fatto apposta per trarre in inganno ma basta un po’ di attenzione per rendersi conto di come i triangoli siano molti di più di quanti sembrerebbero ad un’occhiata superficiale.
La cosa davvero interessante, tuttavia, è il dibattito che si scatena nei commenti: non tanto perché la maggior parte delle risposte siano sbagliate, quanto per la sicumera mostrata da chi sostiene soluzioni completamente errate.
Ogni dieci/venti interventi spunta lui, l’Uomo della Strada, quello che ha studiato “all’Università della vita” e che, convinto che i triangoli siano 4 o 6 o 8, non si capacita di come possa sorgere un dibattito attorno a una cosa talmente ovvia.
Davanti all’immagine del quiz persino il più somaro degli studenti sentirebbe puzza di trabocchetto, ma l’Uomo della Strada tira dritto senza essere sfiorato dal dubbio e a nulla servono i pazienti tentativi di chi vuole fargli cambiare ricorrendo anche a pratici schemini. L’Uomo della Strada se ne fotte, e sebbene abbia facce e nomi diversi la sua dialettica è sempre la stessa: accusa gli altri di essere ubriachi, dice che “un triangolo ha forma a piramide, se i lati sono allungati sono trapezi”, alla fine insulta e abbandona la conversazione.
Sembra un divertissement: e invece il meccanismo non è poi tanto diverso da quello responsabile dello stallo in cui da settimana è impantanata la politica italiana.

Da quando i social sono diventati parte preponderante dell’esperienza umana – più o meno da quando vostra madre ha aperto un profilo Facebook –il vero Pensiero Unico dei nostri tempi è diventato il Radicalismo

Da quando i social sono diventati parte preponderante dell’esperienza umana – più o meno da quando vostra madre ha aperto un profilo Facebook –il vero Pensiero Unico dei nostri tempi è diventato il Radicalismo: ogni idea, ogni opinione, ogni reazione deve essere espressa solamente in termini radicali.
Basti pensare a Buzzfeed, uno dei siti di informazioni più cliccati nel mondo. Per commentare i vari articoli le scelte a disposizione degli utenti si riducono a LOL, WTF – ovvero “what the fuck”, letteralmente “macheccazzo!” – e OMG, oh mio Dio!. Nessuna via di mezzo, nessuna sfumatura: che si parli delle chiappe di Kim Kardashian o della recrudescenza del conflitto tra israeliani e palestinesi sono ammesse solo reazioni nette, urlate, senza nessuno spazio per la riflessione.
È la comunicazione nell’era delle emoticons, ormai diventate un linguaggio universale parallelo codificato, con le proprie convenzione fatte di sfilze interminabili di cuoricini mandati alla persona conosciuta da una settimana, faccine che vomitano bile o ridono alle lacrime, stronzi fumanti, pollici alzati enormi tipo Donald Trump, con il massimo della sottigliezza rappresentato da un occhiolino.
Insomma: senza accorgersene siamo diventati, a livello globale, un mondo di estremisti della comunicazione, che ha espulso dal proprio dominio ogni sfumatura di grigio per ragionare solo con la pancia, a colpi di rutti, espellendo ciò che non si riesce a comprendere immediatamente proprio come i laureati all’Università della vita di cui sopra si rifiutano di rimettersi a contare i triangoli, per non rischiare di dover ammettere di aver sbagliato.


Per le forze populiste di tutto il mondo, il cambiamento si è stato una manna dal cielo: slogan, insulti e strumentalizzazioni barbare sono state sdoganate, da bassezze di cui vergognarsi a vanto da esibire con orgoglio per dimostrare di parlare “il linguaggio della gente”. La situazione, complicata di per se, è da noi ulteriormente peggiorata, a causa del paradosso venutosi a creare tra una società di questo tipo e una legge elettorale ispirata allo spirito di un’epoca finita da un pezzo.

Per le forze populiste di tutto il mondo, il cambiamento si è stato una manna dal cielo: slogan, insulti e strumentalizzazioni barbare sono state sdoganate, da bassezze di cui vergognarsi a vanto da esibire con orgoglio per dimostrare di parlare “il linguaggio della gente”. La situazione, complicata di per se, è da noi ulteriormente peggiorata, a causa del paradosso venutosi a creare tra una società di questo tipo e una legge elettorale ispirata allo spirito di un’epoca finita da un pezzo

Dapprima l’intero arco parlamentare si è tuffato nella melma populista per sguazzarci impunemente, in una lotta all’ultimo voto; poi, come se nulla fosse, ha pensato che bastasse scrollarsi di dosso il fango per infilarsi la cravatta e fare appelli al senso di responsabilità nazionale.
La scorsa estate, per esempio, il terreno di scontro delle prime schermaglie tra le forze politiche non fu la riduzione del debito pubblico o la lotta alla disoccupazione giovanile: fu il reato di stupro. Ricordate?. C’era stato lo stupro di Rimini ad opera di alcuni migranti, e per qualche giorno, a leggere i giornali o i social pareva fossimo sul rischio di una catastrofe nazionale causata dai “buonisti”; ma ecco che – clamoroso al Cibali! – arrivava la notizia dell’insperato pareggio, lo stupro di due ragazze americane ad opera di due carabinieri. E così, con Salvini da una parte e la Boldrini dall’altra nel ruolo di lanciacori, la palla tornò al centro, e giù a randellarsi per decidere quale popolo fosse più cattivo dell’altro.

E come dimenticare l’unico tema attorno al quale, fino a due mesi fa, è ruotato il dibattito politico di una Nazione che, stando al Finacial Times, subisce il sorpasso della Spagna nel potere d’acquisto dei cittadini?
Forse adesso ve ne siete dimenticati, ma fino al 4 marzo un fantasma si aggirava per il Belpaese, ovvero il temutissimo “ritorno del Fascismo”, lo spauracchio che avrebbe dovuto inghottirci e farci ripiombare dritti nel Ventennio.
Un’idiozia sesquipedale allora e che oggi, dopo che da settimane assistiamo a una melina politico-istituzionale che avrebbe fatto venire una crisi di nervi perfino a Badoglio, trascende ogni confine del ridicolo; un’idiozia, però, cui tutti hanno fatto finta di credere perché faceva guadagnare voti o lettori a chi la cavalcava (inclusi i fenomeni della CNN e del New York Times, quelli in prima linea contro le fake news) e che, al contrario, assicurava fiumi di insulti a chi faceva notare che i problemi erano altri.

In un mondo radicalizzato, insomma, dove persino su una vaccata come il quiz dei triangoli ci si rifiuta di discutere, le forze politiche italiane hanno avuto gioco facile ad alzare il livello dello scontro fino al parossismo per trasformare gli elettori in ultras da compiacere a tutti i costi in cambio del voto; e poi, con il Paese ridotto a una curva, si sono illuse di passare da picchiatori in felpa a Padri della Patria in giacca e cravatta nel giro di un amen.
Logico che gli elettori si siano sentiti traditi e che ad ogni accenno di apertura o tatticismo abbiano gridato all’eresia, azzoppando ogni tentativo di mediazione. Hai voglia a dire “la guerra è finita” se fino al giorno prima hai promesso alla tua gente lo scalpo del ladro, del massone, dell’idiota. Hai voglia a inseguire un accordo se quello per te è un mafioso e tu per lui sei un pulitore di cessi. Hai voglia a parlare di responsabilità se fino al giorno prima promettevi di risanare il Paese a colpi di “Ruspa!”.
Gli elettori-ultras sono andati a votare sognando Braveheart: si sono ritrovati con una serie di pallide imitazioni di Amintore Fanfani.
Prima o poi presenteranno il conto, e per chi li ha illusi la parola d’ordine sarà una sola. Viuulenza!

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