Nell'era dei social chi si prende il tempo di riflettere vince

Nell'epoca dell'iperconnessione, manca una competenza fondamentale: la capacità di riflessione. Proprio per questo viviamo in un momento magico: chi si fa domande e mette i fatti davanti alle opinioni, fa un affare: nella vita e nel business

Burnout Linkiesta
23 Aprile Apr 2018 1100 23 aprile 2018 23 Aprile 2018 - 11:00

Siamo in un momento magico, soprattutto per chi vuole fare business. Allo stesso tempo, siamo in un momento molto pericoloso per tutti. Forse anche complici i social media e l’abitudine a “digerire” contenuti sempre più veloci, alle persone ormai manca una competenza fondamentale per vivere bene e raggiungere grandi obiettivi: la capacità di riflessione.

La maggior parte di noi vota senza andare a leggere i programmi dei partiti politici. La maggior parte di imprenditori e manager lancia una strategia aziendale senza averne testate altre e lancia nuovi prodotti o servizi senza avere prima avere fatto sufficiente ricerca in materia. Nel mondo delle post-verità, dove le emozioni e le opinioni contano più dei fatti, questa è la tragedia: l’uomo moderno vive eternamente frustrato e rabbioso perché il mondo non va come, secondo lui, dovrebbe andare. Perché una cosa è certa: le tue opinioni ed emozioni non contano, in natura, così come nel mondo del business o nelle relazioni. Non conta che tu pensi che io non mi meriti quel posto perché ho la pelle di un altro colore o perché sono tatuato o perché semplicemente tu credi di essere più bravo: il mondo sta evolvendo e se tu ti attacchi alle tue opinioni, vivrai una vita grama, piena di risentimento e di rancore. Sì: se oggi senti un grande rancore verso il mondo, hai questa disabilità, l’incapacità di impegnarti in una riflessione profonda. Sai quante start-up ho visto cadere per mancanza di riflessione su chi fosse veramente il cliente target e cosa volesse veramente? E quante aziende perdono ogni anno grandi opportunità perché i loro manager agiscono di pancia?

Non siamo abituati a ricercare informazioni, dati reali e oggettivi e ci affidiamo al “secondo me” o a quello che dice quello che urla di più.

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