Dopo il centrodestra, tocca al Pd: è Di Maio il vero rottamatore

Se l’obiettivo era sfasciare i due poli Di Maio c’è riuscito benissimo. Ha fatto litigare Berlusconi e Salvini, e con il possibile accordo col Pd sta riuscendo a distruggere i democratici, spaccati in ala renziana e ala governista

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25 Aprile Apr 2018 0730 25 aprile 2018 25 Aprile 2018 - 07:30

Prima il centrodestra, ora il Partito Democratico. Se il suo obiettivo era sfasciare gli altri due poli, mettendone impietosamente a nudo le contraddizioni e le faide interne, Luigi Di Maio ci è riuscito benissimo. Dietro lo sguardo da parvenu grillino, poco più che trentenne, il buon Giggino ha dimostrato doti da vecchia volpe democristiana che pochi gli avrebbero riconosciuto in partenza, oltreché un’eccellente capacità di tenuta sulla media durata, al contrario dei suoi più scafati avversari.

Gli è bastato un mese e mezzo, in fondo, dal 4 marzo a oggi. E gli è bastato offrire a entrambi gli schieramenti - meglio: a una parte di essi - l’amo di un’alleanza di governo.
Nel centrodestra, l’indisponibilità a qualsiasi trattativa con Berlusconi ha sin da subito scavato un solco tra il Cavaliere furioso e il Salvini incline alla trattativa, col risultato che oggi nessuno dei due si fida dell’altro e nessuno dei due ne fa più mistero, ormai.

Fosse una strategia consapevole - ammesso e non concesso che lo sia, in effetti - lo scopo ultimo del gioco non potrebbero essere che le elezioni anticipate

Lo stesso, specularmente, sta accadendo all’interno del Partito Democratico. Il 5 marzo erano (apparentemente) tetragoni nel respingere un’ipotesi di governo con il Movimento Cinque Stelle, a ruota della fatwa che Matteo Renzi, dimettendosi, aveva lanciato il giorno successivo al tracollo elettorale. Oggi, a distanza di meno di due mesi, è tana libera per tutti, con il segretario Martina che apre ai Cinque Stelle, il presidente Orfini che chiude, l’organo di stampa ufficiale, Democratica, che porta avanti la linea di Renzi, mezza nomenclatura del Partito - da Franceschini a Orlando -che sposa la linea della trattativa, militanti che rispolverano lo slogan #senzadime e altri che rispondono loro per le rime. Col rischio, concreto, che in tutto questo sia Di Maio a decidere di sfilarsi, lasciando i poveri dem da soli a scannarsi tra loro.

Fosse una strategia consapevole - ammesso e non concesso che lo sia, in effetti - lo scopo ultimo del gioco non potrebbero essere che le elezioni anticipate. Ottenute per stallo sopraggiunto e certificato, dopo aver dimostrato di essere un bravo moderato che non spacca il Paese, dopo essersi legittimato con le élite economiche nazionali e continentali, dopo aver spaccato i cocci altrui. Con l’altrettanto rosea alternativa di un’opposizione solitaria mentre tutti gli altri collaborano in un governo del presidente, cosa che facilita, e non di poco, la conquista prossima ventura di Palazzo Chigi.

L’unico rischio, in fondo, si annida qua, nelle ultime mosse prima dello scacco matto. Perché, va ricordato, Di Maio è riuscito a fare quel che ha fatto a centrodestra e Pd perché c’è qualcuno, al Quirinale, che gliel’ha lasciato fare. Chissà cosa accadrà nel giorno in cui le strategie di Mattarella e quella del capo politico del Cinque Stelle non collimeranno più.

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