Dignità alle scuole professionali, economia aperta e potere alle Pmi: la lezione svizzera per l’economia italiana

Intervista con il professor Stéphane Garelli, esperto mondiale di competitività. «La svolta a destra dei Paesi dell'Est? Nasconde il timore di perdere l'identità, nel Parlamento Europeo servirebbe una camera alta che difenda gli interessi delle nazioni più piccole»

Operaio Linkiesta
26 Aprile Apr 2018 1250 26 aprile 2018 26 Aprile 2018 - 12:50

Il termine guru è usato ed abusato un po’ in tutti i campi. Se c’è un guru mondiale della competitività, però, probabilmente è il Professor Stéphane Garelli.
Il Professore insegna in una delle business school più prestigiose del mondo, l’IMD di Losanna, ha avuto ruoli importanti, tra le altre cose, nell’organizzazione del forum di Davos e in alcune primarie imprese multinazionali, oltre a rappresentare l’assemblea locale che ha riscritto la Costituzione svizzera. Insomma ha un curriculum lungo un chilometro e una lista di pubblicazioni di un prestigio che metterebbe in soggezione chiunque. Se non fosse che la sua voce educata, dall’altra parte del telefono, mette subito a suo agio l’interlocutore, facendogli dimenticare le distanze.

La conversazione si sarebbe potuta svolgere in inglese, ma optiamo per il francese dopo un breve scambio.
Nello spazio di una breve intervista, il Professor Garelli offre spunti sull’Unione Europea, sulla competitività svizzera e sull’Europa Centrale che speriamo faranno riflettere chi si appresta a governare l’Italia e chi avrà ruoli importanti in Europa.

Partiamo dalla Svizzera: dopo l’abbandono del segreto bancario sembrava possibile una perdita di competitività e invece …
E invece la Svizzera ha molti punti di forza, che sono il segreto del suo successo. In altre parole, ci sono una serie di motivi per cui la Svizzera è competitiva. Intanto la sua forza è globale: è un’economia aperta che commercia con il mondo. Poi è diversificata: ha eccellenze che non si sono mai limitate ad un solo settore. Pensiamo alla chimica, all’alimentare, alla meccanica di precisione, ai beni di lusso. In tutti questi settori la Confederazione possiede leader globali (non caso la lista delle aziende con il fatturato maggiore contiene, tra le prime 10, 7 settori diversi e nessuna è nel settore bancario. L’avreste detto?

Il terzo punto di forza è la presenza di un tessuto di medie imprese, principalmente di proprietà familiare, competitive nel loro settore a livello mondiale, diffuse su tutto il territorio, come in Germania, ma anche come nel Nord e Centro Italia, dove però le imprese tendono a restare più piccole. In Germania questo tessuto si chiama Mittelstand. Il Professor Garelli tiene a precisare che in Francia un fenomeno del genere non esiste, dato che la imprese tendono a concentrarsi in 3-4 aree corrispondenti alle città più popolose. Generalmente queste imprese hanno sì proprietà che resta in una famiglia, ma il management è professionale e diverso dalla proprietà. Imprenditori italiani prendere nota.

Il quarto punto è un sistema di apprendistato alternativo al percorso liceo-università, ma con pari dignità. Infatti uno studente che ha frequentato una scuola professionale può sempre continuare gli studi in ottimi politecnici e diventare direttore generale di una qualsiasi impresa. Questo sistema funziona molto bene anche in Germania, ed è uno dei segreti del successo di Paesi centro europei come Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, che hanno sempre avuto questo sistema grazie all’influenza austriaca prima della dissoluzione dell’impero austro-ungarico. Anche la Polonia ha seguito questa strada. L’ultimo punto che rende la Svizzera competitiva è un sistema politico che cerca il consenso: le decisioni prendono tempo ma, una volta prese, tutti le condividono. Per ammissione del Professor Garelli, è anche vero che aiuta in questo caso avere numeri piccoli e ricchezza diffusa. Inoltre la Svizzera non può cercare il consenso aumentando la spesa: ne parliamo meglio sotto.

Allora come si fa a far funzionare un sistema locale di successo su scala più larga?

Tutte le federazioni che funzionano, comprese Germania e Stati Uniti, hanno due camere con funzioni diverse tra loro. La camera alta (il Senato americano e il Bundesrat tedesco) hanno funzione di rappresentanza degli stati o regioni.
I problemi dell’Unione Europea sono fondamentalmente due: contano troppo i Paesi più popolosi, perché il potere vero è nelle riunioni dei ministri nazionali, e nel Parlamento europeo e non esiste una camera alta che si occupi di rappresentare le istanze degli Stati più piccoli. Alla fine la democrazia è far sì che la maggioranza decida, ma rispettando le minoranze.
Secondo Garelli, la svolta a destra dell’Europa Centrale, dall’Austria al V4 (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia), è dovuta in gran parte al timore di perdere l’identità. Questo vale soprattutto per i Paesi ex comunisti, che hanno avuto un’identità repressa sotto il comunismo nel nome del pan-slavismo sovietico (ancor più assurdo in Paesi non slavi come Romania e Ungheria) e dell’internazionalismo comunista e adesso hanno paura di dissolversi in un’Europa in cui il voto capitario li vede in minoranza cronica: infatti nessuno di questi Paesi, a parte la Polonia, supera i 15 milioni di abitanti. (Altro discorso è che alcuni politici di questo si approfittino ndr)

Il Professor Garelli ha mostrato la strada anche per l’Italia: partiamo dall’istruzione ridando dignità al percorso professionale, senza implicare l’impossibilità di proseguire gli studi anche part-time (che è una delle grandi mancanze dell’università italiana) e limitiamo la spesa dello Stato per costituzione

Anche il Presidente francese Macron sembra avere l’idea di maggiore integrazione, ma questa continuerà ad essere guardata con sospetto dai Paesi piccoli a meno che non si metta in essere un meccanismo, che potrebbe essere una camera alta, dove questi abbiano voce.
Inoltre bisogna che ci siano almeno politica estera e difesa gestite a livello europeo: su queste cose bisogna poter procedere anche a maggioranza, mentre su altre, compresi trattati di commercio internazionale e le politiche economiche, si deve poter procedere cercando il consenso di tutti, espresso, secondo il Professore, in una camera alta che rappresenti gli Stati. Questo non è diverso da quanto succede in Svizzera o, a maggior ragione, negli Stati Uniti, in cui il negoziatore prima di sedersi al tavolo deve aver trovato una posizione che accontenti sia gli Stati agricoli, che quelli industriali, che quelli che vivono di tecnologia e servizi. È difficile ma si può fare, e la stessa cosa vale per le politiche economiche.
L’alternativa era stata espressa da alcuni studiosi e imprenditori, compreso l’olandese Freddy Heinieken (quello della famosa birra), che vedevano un’Europa delle regioni, che tenesse conto delle differenze anche all’interno degli attuali stati nazionali, che non sono comunque entità omogenee. Queste regioni sarebbero poi dovuto confluire in un’Europa federale, aumentando anche l’efficienza amministrativa grazie ad un più stretto controllo della spesa operato dai cittadini a livello locale.

Naturalmente quest’ipotesi non piacque agli stati nazionali, che la bocciarono sonoramente. Si noti che in questo caso i piccoli stati resterebbero come sono. Questa però è un’utopia al momento non realizzabile, proprio perché implicherebbe il superamento dell’idea di stato nazionale che al momento è ancora radicata almeno a livello legale e di trattati internazionali. Una camera alta sembra però un’ipotesi percorribile. Anche per l’Italia l’idea di un Senato delle Regioni sarebbe quindi un’idea migliore del sistema che abbiamo in essere, ma ci sarà il coraggio di riformare la Costituzione per farlo?
Il Professor Garelli, che, ripetiamo, è un esperto a livello mondiale di competitività, ha mostrato la strada anche per l’Italia: partiamo dall’istruzione ridando dignità al percorso professionale, senza implicare l’impossibilità di proseguire gli studi anche part-time (che è una delle grandi mancanze dell’università italiana) e limitiamo la spesa dello Stato per costituzione.
Il Professore, infatti, ha insistito che nella Costituzione svizzera venisse reso obbligatorio non accumulare debiti, coprendo le maggiori spese con maggiori entrate. Questo servirebbe, tra l’altro, anche ad evitare avventure populiste di chi cerca il consenso elargendo soldi altrui. Ogni riferimento all’Italia degli anni 70- 80 e a certi governi europei attuali non è certo casuale.

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