Perché un Partito Democratico unito non ha più senso (ammesso l’abbia mai avuto)

Sono due partiti in uno, divisi su tutto, dalle alleanze, ai programmi, sino alla leadership: finché stanno assieme faranno notizia solo le liti interne. Divisi, possono ricominciare a fare politica senza ambiguità. E allora, cosa aspettate?

Pd Linkiesta

MARCO BERTORELLO / AFP

26 Aprile Apr 2018 0750 26 aprile 2018 26 Aprile 2018 - 07:50

Magari sono solo schermaglie tattiche, a uso e consumo dei media, per negoziare meglio. Ma fa specie vedere Matteo Renzi e Maurizio Martina, nello stesso giorno - quel 25 aprile che, in teoria, dovrebbe essere uno di quei giorni in cui la sinistra si ritrova sotto un’unica bandiera - usare le chiacchiere con i militanti del Partito Democratico per riaffermare le proprie antitetiche posizioni rispetto a un accordo di governo con il Movimento Cinque Stelle.

Fa specie, perché quel che emerge da queste consultazioni di piazza rappresenta perfettamente lo stato dell’arte all’interno del Partito Democratico, in cui convivono - non sappiamo in che proporzioni, ma sono entrambe significative - un partito di gente che non lo voterà più, finché Renzi continuerà a contare qualcosa e uno che straccerà la tessera se si farà un accordo con il Movimento Cinque Stelle.

A memoria, non ci ricordiamo nulla di simile in passato, in nessun partito. Ed è una faglia che continua ad allargarsi, anziché a chiudersi, nonostante gli elettori del Pd si siano dimezzati. E sarebbe sbagliato attribuirla alla sola figura polarizzante del senatore Matteo Renzi. È la faglia che divide chi vorrebbe riportare il partito più a sinistra e chi invece ritiene che la vera polarizzazione, oggi, sia tra chi è populista e chi non lo è. È la faglia che divide chi ritiene che per riprendersi i voti finiti a Cinque Stelle si debba dialogare con Di Maio e compagnia, contro chi ritiene che si debba scommette sul bacino potenziale del berlusconismo prossimo alla libera uscita. È la faglia tra chi ritiene che l’azione di governo sia concausa del pessimo risultato elettorale e chi ritiene che gli ottimi risultati dei governi di Renzi e Gentioni siano stata sepolti dalle liti interne e dalle raffiche di fuoco amico.

Meglio allora sarebbe che questi due partiti che convivono sotto il medesimo tetto avessero il coraggio di dirsi ciao. E che da questa separazione consensuale nascessero una forza in grado di riunire la sinistra e di tentare, senza più remore, di riunire la galassia di sigle alla sua sinistra e di contendere l’elettorato ai Cinque Stelle. E, parallelamente, un partito neocentrista e fieramente anti-populista che andasse prendersi i voti di Forza Italia

Difficile che due anime tanto antitetiche possano convivere all’interno dello stesso partito. Ed è ancor più difficile credere che, stando assieme, possano fare il bene del Partito Democratico. A meno che non si ritenga che un partito con una linea ambigua, incapace di prendere una decisione senza scatenare una fronda interna, incapace anche solo di esprimere una leadership che non sia divisiva al suo interno, possa prendere più voti di quelli che ha preso il 4 marzo scorso. Sinceramente, dubitiamo.

Meglio allora sarebbe che questi due partiti che convivono sotto il medesimo tetto avessero il coraggio di dirsi ciao. E che da questa separazione consensuale nascessero una forza in grado di riunire la sinistra e di tentare, senza più remore, di riunire la galassia di sigle alla sua sinistra e di contendere l’elettorato ai Cinque Stelle. E, parallelamente, un partito neocentrista e fieramente anti-populista - Macron? Sì, Macron - che andasse prendersi i voti di Forza Italia sul suo terreno proponendo una classe di governo più moderna e affidabile di quella berlusconiana.

Entrambe queste forze potrebbero esprimere la loro leadership - Renzi e Martina? Calenda e Zingaretti? - senza più alcuna remora nei confronti di un pezzo di elettorato che non capirebbe. E finalmente consapevoli della loro identità potrebbero ricominciare a fare politica, a proporre idee, a riconquistarsi la centralità del dibattito non solo per le baruffe interne.

Non è detto funzioni. Non siamo più nell’epoca del Pci e del Psi, del resto: il sogno del Pd di sinistra potrebbe tramutarsi in una resa senza condizioni all’agenda dei Cinque Stelle. E quello del Pd macroniano potrebbe far la fine che fece il Patto Segni nel 1994, schiacciato tra Casaleggio e Salvini come allora lo fu tra Berlusconi e Occhetto. È un rischio inevitabile, tuttavia, se il Pd non vuole sparire, se non vuole consegnarsi a un nuovo bipolarismo Lega-Cinque Stelle senza alcuna condizione. È stato un bel sogno, il Pd. Oggi è solo una zavorra. Chi fa la prima mossa?

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