Hanno perso tutti, i leader politici sono i veri sconfitti di queste elezioni

Salvini e Berlusconi, Renzi e Di Maio. I veri sconfitti sono loro. In assenza di un chiaro vincitore, personalismi e veti incrociati hanno bloccato ogni vera trattativa. Intanto il Paese resta senza un governo, ostaggio di una politica evidentemente inadeguata alla sfida

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28 Aprile Apr 2018 0745 28 aprile 2018 28 Aprile 2018 - 07:45

Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi. I veri sconfitti sono loro. Le ultime elezioni hanno evidenziato tutti i limiti dei nostri leader politici. È una disfatta trasversale che non fa sconti a nessuno. Protagonisti di imbarazzanti teatrini, prima del voto si sono impegnati in promesse irrealizzabili. A urne chiuse, se possibile, hanno offerto una prova persino peggiore. In assenza di un chiaro vincitore, gli scontri e i veti reciproci hanno bloccato ogni possibile trattativa. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: da ormai cinquanta giorni il Paese rimane in attesa di un governo. Ostaggio di un lungo braccio di ferro tra i partiti e di una classe dirigente evidentemente inadeguata a gestire la delicata partita.

Intendiamoci, si era capito subito che le cose sarebbero andate male. Lo stallo di queste settimane è la conseguenza di una legge elettorale da molti considerata incomprensibile. Un sistema proporzionale, di fatto, calato su un assetto politico tripolare. L’esito non poteva che essere quello poi realizzato: una situazione di totale incertezza. Era chiaro fin dall’inizio che non avrebbe prevalso nessuno. Chiaro a tutti, tranne forse a chi ha ideato e approvato quella riforma poco prima delle elezioni. E il bello è che molti non se ne sono ancora accorti. A due mesi dal voto nessuno è in grado di formare una maggioranza parlamentare, ma almeno un paio di leader continuano a considerarsi vincitori della partita. È una presunzione che talvolta si accompagna a scarse nozioni di diritto costituzionale. Non si spiega altrimenti la posizione del grillino Luigi Di Maio e del leghista Matteo Salvini. Privi dei numeri per governare, entrambi continuano a reclamare la premiership. Come se la scelta del presidente del Consiglio non spettasse al Quirinale. È un cortocircuito istituzionale che evidenzia un altro limite dei nostri leader politici, l’irriducibile protagonismo. Fin dal primo giro di consultazioni, l’intera vicenda è stata scandita da personalismi e veti incrociati. La partita per il governo, già in salita, è diventata presto una questione privata. Autoreferenziali al limite del patologico, ormai alcuni dei leader in campo si lanciano messaggi in diretta tv. I tentativi di dialogo si aprono e chiudono a colpi di tweet. È la politica al tempo dei social, si dirà. Un tempo la linea veniva decisa all’interno di roventi riunioni di partito, adesso per mobilitare una corrente basta lanciare in rete un hashtag di successo. Intanto la delicata fase istituzionale assume il profilo di una telenovela brasiliana. Tra strizzate d’occhio, abboccamenti, gelosie e tradimenti, il teatrino di questi giorni ricorda da vicino una complessa vicenda amorosa.

I veri sconfitti sono loro. Le ultime elezioni hanno evidenziato tutti i limiti dei nostri leader politici. È una disfatta trasversale che non fa sconti a nessuno

A farne le spese è la politica. La strategia dei due forni avviata dai Cinque Stelle ha sdoganato definitivamente il trasformismo istituzionale. I programmi non contano più, gli impegni cambiano a seconda delle convenienze. Le intese di governo non si costruiscono partendo dalla propria identità, ma in base all’interlocutore di turno. Lega Nord o Partito democratico, non fa differenza. Il tramonto delle ideologie è degenerato in un mercato a prezzi di saldo. E poi qualcuno si stupisce se l’elettorato è disorientato. Ancora una volta è difficile non attribuire la responsabilità del fenomeno ai nostri leader. Gli stessi che, nonostante la gravità della situazione, perdono spesso il senso della misura. Il clima da continua campagna elettorale non aiuta. «I Cinque Stelle? È gente che non ha mai fatto nulla nella vita» spiegava pochi giorni fa Silvio Berlusconi durante un comizio in Molise. «Nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi». E forse non è il caso di citare il paragone tra l’ascesa grillina e l’avvento di Hitler in Germania, altra boutade del Cavaliere.

Intanto la crisi politica evidenzia tutti i limiti della classe dirigente. Leader alle prese con partiti e movimenti in ebollizione, a un passo da traumatiche rotture. Privi di strategie e visione, ma anche rancorosi e vendicativi. Lo dimostrano certi esasperati tatticismi. Dietro alcune scelte è legittimo pensare che ci sia solo del risentimento. Intendiamoci, non si tratta di politici sprovveduti. Sicuramente molti dei protagonisti di questa fase hanno una strategia, qualcuno sa muoversi bene e persegue con successo i propri interessi. C’è chi mira a conquistare un’area politica, chi punta a una maggiore fetta di elettorato. Ma è l’interesse generale, ormai, ad essere finito in secondo piano. Non si spiega altrimenti lo stallo che da oltre cinquanta giorni tiene fermo il Paese. Neanche davanti a continui insuccessi i leader sembrano pronti ad assumersi le proprie responsabilità. L’ipotesi estrema di un governo del presidente, con il coinvolgimento di tutti i principali partiti, è già stata sconfessata. Nessuno vuole sostenere un esecutivo che potrebbe mettere in campo riforme impopolari. Troppo alto il rischio di pagarne il conto in termini elettorali. Piuttosto è meglio tornare al voto, spiegano quasi tutti. Anche subito. E poco importa se, in assenza di una nuova legge elettorale, gli italiani si troveranno davanti alla stessa identica situazione di stallo.

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