Crisi alle porte? No, un nuovo Rinascimento è possibile. E dipende da noi

L’epoca presente è una sfida: tra le conseguenze della connessione globale e dello sviluppo, tra le forze dell’inclusione e quelle dell’esclusione, e, come scrivono Goldin e Kutarna in "Nuova età dell’oro" (Saggiatore), tocca a tutti noi affrontarle per uscirne e vivere un nuovo Rinascimento

MIchelangelo_Giudizio_Universale_Linkiesta
29 Aprile Apr 2018 0900 29 aprile 2018 29 Aprile 2018 - 09:00

Il momento in cui ci troviamo

Se Michelangelo rinascesse adesso, nel bel mezzo del trambusto che caratterizza il momento in cui ci troviamo, si troverebbe in difficoltà o avrebbe nuovamente successo? Ogni anno, milioni di persone si mettono in fila per entrare alla Cappella Sistina e guardare stupiti la Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti. Sono ancora di più quelli che rendono omaggio alla Monna Lisa di Leonardo da Vinci. Per cinque secoli, abbiamo conservato con cura questi capolavori del Rinascimento, e li abbiamo amati, come paradigmi di bellezza e ispirazione. Ma ci hanno anche messo a dura prova.

Gli artisti che cinquecento anni fa hanno creato queste opere di genio non vivevano in una qualche epoca magica di bellezza universale, ma in un momento piuttosto tumultuoso – caratterizzato da scoperte e pietre miliari storiche, sì, ma anche da sconvolgenti cambiamenti radicali. Il loro mondo stava diventando intricato come mai prima, grazie alla recente invenzione della macchina da stampa di Gutenberg (intorno al 1450), alla scoperta di Colombo del Nuovo Mondo (1492) e alla scoperta di Vasco da Gama della rotta marittima verso le ricchezze dell’Asia (1497). E le sorti dell’umanità stavano cambiando, a volte completamente. La morte nera era passata, la popolazione dell’Europa si stava riprendendo e salute pubblica, benessere e istruzione stavano tutte migliorando.

Il genio prospera sotto queste condizioni, come dimostrato dai risultati artistici (specialmente negli anni che vanno dal 1490 al 1520), dalle teorie rivoluzionarie di Copernico di un Universo eliocentrico (intorno al 1510) e da progressi simili in un’ampia gamma di settori, dalla biologia all’ingegneria, alla navigazione, alla medicina. «Verità» fondamentali e di senso comune indiscusse per secoli, o addirittura millenni, si stavano sgretolando. La Terra non era immobile. Il Sole non le girava intorno. Il mondo «conosciuto» non era neanche la metà di quello effettivo. Il cuore umano non era l’anima; era una pompa. In pochi decenni, la stampa incrementò la produzione di libri, che passando dalle centinaia ai milioni l’anno permise a questi fatti strani e a queste idee nuove di viaggiare più lontano e più velocemente di quanto fosse mai stato possibile.

Ma anche il pericolo prosperava. Nuove tremende malattie si diffondevano in un lampo su entrambe le sponde dell’ormai connesso Atlantico. I turchi ottomani – aiutati da una «nuova» arma, la polvere da sparo – conquistarono per l’islam il Mediterraneo orientale in una serie di vittorie terrestri e navali che gettarono un velo minaccioso su tutta l’Europa. Martin Lutero (1483-1546) sfruttò la stampa di Gutenberg per divulgare una nuova narrativa – secondo la quale le istituzioni santificate della società servivano solo a ingrassare le loro stesse gerarchie –, che si diffuse più velocemente di quanto potevano immaginare le élite compiacenti. L’Europa si spaccò in due metà, protestante e cattolica; guerre e crisi dei rifugiati incendiarono l’intero continente.

Nel frattempo, il frate populista Girolamo Savonarola (1452-1498) accese un fuoco vero – il falò delle vanità – a Firenze, cuore stesso del Rinascimento europeo. Attraverso sermoni apocalittici, Savonarola alimentò nel popolo le peggiori reazioni nei confronti del cambiamento rapido. Promise ai fiorentini un ritorno alle glorie del passato, se solo lo avessero seguito nella sua campagna per spazzare via le élite deboli e i loro corrotti secondi fini. Fece abbastanza da giungere a spadroneggiare sulla repubblica come signore de facto (fino a quando, quattro anni più tardi, non fu crocifisso dai suoi avversari politici).

Questa era l’epoca in cui, l’8 settembre 1504, a Firenze, Michelangelo tolse il velo alla statua del David nella piazza principale della città. Con i suoi 5 metri di altezza e un peso di 6 tonnellate di pregiato marmo di Carrara, il David era un monumento eretto alla ricchezza della città e al talento dello scultore.

Quello di Davide e Golia era un famoso episodio del Vecchio Testamento riguardante un giovane guerriero che, in linea con il cliché degli svantaggiati, riportò un’improbabile vittoria su un avversario gigante in un singolo combattimento. Ma, con martello e scalpello, Michelangelo fissò nella pietra un momento che nessuno aveva mai visto prima e che deve aver generato confusione in chi era presente al momento dello svelamento. Il volto e il collo del David sono in tensione. Le sopracciglia sono aggrottate e gli occhi concentrati con determinazione verso un qualche punto distante. È in piedi, non trionfante sul corpo del nemico (la posa standard), ma pronto, con l’implacabile risolutezza di uno che conosce quale sarà la sua prossima mossa ma non il suo esito. E poi videro chiaramente l’idea dell’artista: Michelangelo aveva scolpito il David in quel momento fatidico tra la decisione e l’azione, tra la realizzazione di ciò che deve essere fatto e l’appello al coraggio necessario per portarlo a termine. Conoscevano quel momento. Ci erano proprio in mezzo.

Il passato è il prologo

Ci siamo in mezzo anche noi. L’epoca presente è una sfida: tra le conseguenze buone e quelle cattive della connessione globale e dello sviluppo umano; tra le forze dell’inclusione e le forze dell’esclusione; tra la fioritura del genio e la fioritura dei rischi. Se ognuno di noi fiorirà o appassirà, e se il XXI secolo verrà ricordato nei libri di storia come uno dei migliori o dei peggiori dell’umanità, dipende da quello che noi tutti facciamo per promuovere le possibilità e mitigare i pericoli che questa sfida porta con sé.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Ognuno di noi ha la pericolosa fortuna di essere nato in un momento storico – un momento decisivo – nel quale eventi e scelte della nostra vita detteranno le condizioni di numerose vite a venire.

Sì, è la presunzione di ogni generazione che induce a pensarla così, ma questa volta è vero. I processi a lungo termine parlano molto più forte di quanto possa farlo il nostro ego. Lo spostamento dell’umanità nelle città, iniziato circa 10 000 anni fa con i nostri antenati neolitici, è giunto a metà strada durante le nostre vite. Siamo le prime generazioni dell’epoca urbana. L’inquinamento da carbonio ha portato i gas responsabili dell’effetto serra a concentrazioni che non si riscontravano dalla fine del Cretaceo; quattordici dei quindici anni più caldi mai registrati si sono verificati tutti nel xxi secolo. Per la prima volta nella storia, il numero di persone povere nel mondo è precipitato (di più di un miliardo di persone dal 1990) e la popolazione totale è cresciuta (di due miliardi) nello stesso tempo. Gli scienziati, oggi, sono più di tutti quelli che sono vissuti fino al 1980, e – in parte grazie a loro – l’aspettativa di vita è cresciuta in misura maggiore negli ultimi cinquant’anni rispetto ai precedenti mille.

La storia viene fatta anche nel breve periodo. Internet, di fatto inesistente fino a vent’anni fa, ha unito un miliardo di persone nel 2005, due miliardi nel 2010 e tre miliardi nel 2015. Ora, più di metà dell’umanità è online. La Cina, dapprima autarchica, è esplosa, diventando l’esportatore e l’economia più grande al mondo. L’India la segue da vicino. Il muro di Berlino è caduto, e la sfida rappresentata dalle ideologie economiche che hanno definito la seconda metà del xx secolo è caduta insieme a lui. Tutto ciò sembra storia antica quando viene confrontato con i titoli di giornale del nuovo millennio: l’11 settembre; i devastanti tsunami e gli uragani; una crisi finanziaria globale che ha lasciato senza parole i cervelli più pagati al mondo; un collasso nucleare nell’ipersicuro Giappone; gli atti di terrorismo da Montréal a Manchester; la «Brexit», il voto del Regno Unito per uscire dall’Europa; il voto dell’America per eleggere Donald Trump come celebrità al comando – e altri eventi che ci sorprendono in modi diversi, come l’esplosione dei cellulari e dei social media, la mappatura del genoma umano, l’avvento della stampa 3D, la rottura di vecchi tabù sul matrimonio omosessuale, la rilevazione delle onde gravitazionali e la scoperta di pianeti simili alla Terra che orbitano intorno a stelle non lontane da noi.

Sembra che ci svegliamo ogni giorno con un nuovo shock. E lo stesso shock è la prova più convincente che quest’epoca è molto diversa, perché è un dato che viene dall’interno. Lo shock è la nostra prova personale del cambiamento storico – una collisione psichica di realtà e aspettative – ed è stato l’inesorabile tema delle nostre vite. Ci turba e ci anima. E continuerà a farlo. Al momento non parliamo molto di geoingegneria, energia organica, macchine superintelligenti, epidemie create dalla bioingegneria, nanoimprese o «bambini su misura», ma un giorno non lontano – sorpresa! – potrebbe sembrare che non si parli d’altro.

Ci manca – e abbiamo bisogno di – prospettiva

Non sappiamo dove stiamo andando, e così ci lasciamo trascinare – addirittura maltrattare – dalle crisi improvvise e dalle ansie che queste ultime evocano. Ci ritiriamo anziché tendere la mano. In un’epoca in cui dobbiamo sconfiggere la paura con il coraggio, noi invece esitiamo. Questo è l’attuale stato d’animo a livello globale. I governi britannico e americano, una volta principali promotori del libero scambio, ora incalzano i rispettivi cittadini contro di esso. L’industria, in tutto il mondo, sta accumulando o distribuendo livelli record di contanti, invece di investirli. Verso la fine del 2015 è stato stimato che le corporation globali trattenevano più di 15 trilioni di dollari in contanti e in forme equivalenti al contante – quattro volte tanto l’ammontare stimato una decina di anni prima. Le aziende componenti l’indice S&P 500, come gruppo, hanno distribuito nel 2014 quasi tutti i loro profitti agli azionisti (tramite dividendi e riacquisti di proprie azioni), piuttosto che scommettere su nuovi progetti e nuove idee. In politica, sia l’estrema destra (che cerca di invertire la tendenza all’apertura della società verso omosessuali, immigrati e responsabilità globali) sia l’estrema sinistra (che cerca di invertire la tendenza all’apertura della società verso il commercio e l’impresa privata) godono di successi elettorali in una buona parte del mondo sviluppato. Negli anni novanta, la parola «globalizzazione» era onnipresente. Per molti significava un’unione globale, e rappresentava grandi speranze di un mondo migliore per tutti. Oggi, il termine è un anatema (eccetto per i politici, che imputano alla globalizzazione i problemi che non riescono a risolvere; vedi figura 1.2).

Quello che ci manca, e di cui abbiamo urgentemente bisogno, è una prospettiva. Con essa, possiamo vedere meglio il contesto che definisce la nostra vita e affermare in modo più efficace la nostra volontà sulle più ampie forze che sconvolgono il mondo. Quando arriveranno i prossimi shock, potremo fare un passo indietro rispetto alla loro immediatezza e collocarli in un contesto più ampio, nel quale abbiamo più potere sul loro significato (e sulla nostra risposta). I leader civili e politici hanno bisogno di prospettiva per creare una visione positiva che colleghi i grandi fattori di cambiamento alle nostre vite quotidiane. Gli operatori economici hanno bisogno di prospettiva per dare un taglio al caos delle notizie e informazioni che ci bombardano quotidianamente e poter prendere decisioni competenti. I giovani hanno bisogno di prospettiva per trovare le risposte alle loro grandi e urgenti domande e la strada verso le loro passioni. La prospettiva è ciò che permette a ognuno di noi di trasformare la totalità dei nostri giorni in un viaggio epico. Ed è quello che aumenta le nostre possibilità di far diventare, tutti insieme, il xxi secolo il migliore dell’umanità.

«La prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene.» Quando scrisse queste parole, Leonardo da Vinci (1452-1519) stava dando consigli agli artisti, ma avrebbe potuto facilmente dare consigli a tutta la sua generazione. Contemporaneo di Michelangelo (1475-1564), Leonardo viveva nello stesso momento di scontro fatidico che il suo collega aveva catturato nel marmo. Per acquisire una prospettiva sull’epoca attuale, abbiamo solo bisogno di fare un passo indietro, guardare al passato, e comprendere: ci siamo già passati. Le forze che cinquecento anni fa confluirono in Europa per scatenare il genio e sovvertire l’ordine sociale sono nuovamente presenti nella nostra vita. Solo che sono più forti, e globali.

Questo è il messaggio principale del nostro libro. Dovrebbe riempirci di speranza e determinazione. Speranza, perché in mezzo al caos il Rinascimento ha lasciato un’eredità che celebriamo ancora oggi, dopo cinquecento anni, come una delle più luminose. Anche noi possiamo cogliere l’occasione: possiamo rifiorire ancora, superando largamente in grandezza, estensione geografica e conseguenze positive per il benessere umano lo sbocciare del primo Rinascimento – o, addirittura, un qualsiasi altro momento di fioritura della storia. Determinazione, perché questa nuova età dell’oro non arriverà mai in modo semplice. Dobbiamo conquistarla, sfidando apertamente le forze che la lacerano.

Nel 1517, Niccolò Machiavelli (1469-1527), uno dei principali filosofi del suo tempo e padre fondatore della scienza politica moderna, scrisse:

Chi vuol vedere quello che ha ad essere, consideri quello che è stato; perché tutte le cose del mondo, in ogni tempo, hanno il proprio riscontro con gli antichi tempi. Il che nasce perché essendo quelle operate dagli uomini, che hanno ed ebbero sempre le medesime passioni, conviene di necessità che le sortischino il medesimo effetto.8

Siamo avvisati. Il primo Rinascimento è stato un periodo di cambiamenti radicali sconvolgenti che hanno spinto la società verso, e spesso oltre, il punto di rottura. Ora, rischiamo di brancolare nel buio di nuovo, come individui, come società e come specie – e siamo già inciampati diverse volte. Ciò ha reso molti di noi cinici e timorosi del futuro. Se vogliamo raggiungere quella grandezza che ancora una volta è resa disponibile all’umanità, dobbiamo avere fede nella sua possibilità. Dobbiamo ampliare e condividere maggiormente i benefici del progresso. Dobbiamo combattere l’ignoranza con i fatti, e la paura con il coraggio. E dobbiamo aiutarci a vicenda per far fronte agli shock che nessuno di noi vedrà arrivare.

La strada davanti a noi

Abbiamo ridefinito l’epoca attuale come un secondo Rinascimento, articolando il nostro discorso in quattro parti. La Parte prima espone le importanti, nude verità del nostro tempo, e confuta la retorica approssimativa e spesso irresponsabile che pervade il discorso pubblico contemporaneo. Facciamo un passo indietro ed esplicitiamo le forze connettive e di sviluppo che cinquecento anni fa hanno definito il Rinascimento e che, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, hanno completamente rimodellato il mondo in cui viviamo adesso. Le scoperte di Colombo, il crollo del muro di Berlino – entrambi questi eventi hanno segnato la caduta di antiche barriere erette da ignoranza e mito, e l’apertura di sistemi nuovi e globali di scambi politici ed economici. La stampa di Gutenberg e Internet hanno entrambi indirizzato l’intera comunicazione umana verso un nuovo standard: abbondanza di informazioni, distribuzione a prezzi modici, estrema varietà e ampia partecipazione.

Le forze dello sviluppo – miglioramento della salute, del benessere e dell’istruzione – erano anche allora alla base del progresso umano, e adesso ci elevano. Guerre e malattie, i due freni che maggiormente hanno ostacolato il progresso umano nel corso della storia, erano calate nei decenni precedenti al Rinascimento. Oggi, le morti totali sul campo di battaglia sono in notevole calo – anche tenendo in considerazione le violenze che accompagnano la guerra civile siriana – e le campagne di successo contro malattie e invecchiamento hanno aggiunto quasi due interi decenni all’aspettativa di vita globale.9 Inoltre, l’alfabetizzazione e il saper far di conto, da lussi elitari, sono diventati beni preziosi. Ora, la generazione di adulti in arrivo è la prima della storia a essere quasi universalmente alfabetizzata.

Queste rivoluzioni tecnologiche, demografiche, economiche e sanitarie danno impeto e vitalità al complesso dell’attività umana. Ogni volta, accumuliamo e reinvestiamo più capitale umano, e cambiamo e agiamo con un’intensità sempre crescente, finché, come mostriamo nella Parte seconda, un momento di fioritura del genio ci imprime un’accelerazione ulteriore.

L’eredità positiva del Rinascimento è stata un’esplosione del genio: risultati eccezionali nell’arte, nella scienza e nella filosofia europee, incomparabili con quelli del millennio precedente, che portarono l’Europa verso la Rivoluzione scientifica e l’Illuminismo nei secoli successivi. Siamo nel pieno di un’altra esplosione simile, che supera di gran lunga quella precedente in termini sia di portata sia di ampiezza. Lo sappiamo perché, innanzitutto, le condizioni corrispondono e, in secondo luogo, grazie all’elenco delle scoperte fondamentali che abbiamo già iniziato a stilare. Mostriamo come le forze identificate nella Parte prima stiano adesso aiutando il genio a nascere, e preannunciamo i profondi cambiamenti che questa fioritura apporterà all’umanità. Esploriamo anche i poteri in espansione dell’umanità per quanto riguarda i risultati collettivi: la nostra nuova, dirompente capacità di condivisione e di collaborazione che estende i limiti del possibile. Durante il Rinascimento, gli sforzi collettivi eressero le cattedrali più grandi al mondo; ora, le collaborazioni di massa stanno trovando nuove cure per le malattie, stanno rendendo multilingue la base di conoscenza dell’umanità e stanno mappando l’Universo visibile.

La Parte terza, «La fioritura del rischio», bilancia la speranza con la cautela. Le stesse forze connettive e di sviluppo che alimentano l’immaginazione umana generano anche complessità e concentrano le nostre attività in modi pericolosi. Queste conseguenze parallele aumentano la nostra esposizione a una specie particolarmente pericolosa di rischio, il rischio «sistemico». Cinquecento anni fa, shock sistemici hanno causato alcuni dei momenti di maggiore crisi – nuove malattie sconosciute che colpirono e si diffusero a una velocità allarmante; disastrosi collassi finanziari in nuovi mercati del credito; l’obsolescenza, dovuta allo spostamento del commercio sulle rotte marittime, di intere comunità costruite lungo le vie della seta. La crisi finanziaria del 2008 ci ha già insegnato a considerare questo tipo di minaccia, ma non ci rendiamo ancora conto di quanto sia diventata diffusa.

Stiamo, tuttavia, familiarizzando con i rischi sistemici che si formano lentamente all’interno della nostra geopolitica e politica nazionale. Un’epoca rinascimentale crea grandi vincitori e grandi perdenti. Il nostro contratto sociale si sta indebolendo, proprio quando le tecnologie per invocare la solidarietà, o incitare alla ribellione, sono rese pubbliche e potenti. Cinquecento anni fa, il falò delle vanità, le guerre di religione, l’Inquisizione e altre rivolte popolari sempre più frequenti lacerarono la pace nella quale il genio faticosamente avanzava e spensero alcune delle luci più brillanti dell’epoca. Ora, allo stesso modo, le voci dell’estremismo, del protezionismo e della xenofobia lacerano le connessioni che scatenano il genio contemporaneo, e la rabbia popolare ha svuotato le nostre istituzioni pubbliche della legittimità necessaria per attuare azioni coraggiose.

Il viaggio finisce con la Parte quarta, «La sfida per il nostro futuro». Esponiamo quello che dobbiamo fare noi tutti – i governi, le imprese e la società civile, tutti noi – per raggiungere la grandezza e superare le crisi che quest’epoca rende possibili. Replicheremo le glorie del primo Rinascimento, la sua miseria, o entrambe le cose? Questa è la domanda, il Golia, che tutti noi dobbiamo affrontare.

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