Alleanza Pd-Cinque Stelle? Conviene solo a Matteo Renzi (ma lui è l’unico che non la vuole)

Da Fazio l’ex premier (ed ex segretario, ed ex rottamatore) ha insistito sul «mai accordi con i Cinque Stelle». Eppure, se Renzi lasciasse da parte l’orgoglio, avrebbe solo da guadagnarci

Renzi Dimaio Linkiesta
30 Aprile Apr 2018 0755 30 aprile 2018 30 Aprile 2018 - 07:55

Alla fine è successo quel che era ovvio accadesse. Matteo Renzi a Che tempo che fa è tornato a proferire parola nella prima occasione pubblica dopo le sue dimissioni da segretario Pd, per ammazzare in culla l’ipotesi di un governo Pd-Cinque Stelle. Ripetendo, quasi con le stesse parole, quanto detto lo scorso 5 marzo: «Chi ha perso le elezioni non può andare al governo. Non siamo disponibili a diventare soci di minoranza della Casaleggio».

Fine delle discussioni? Pare dì si: «Su 52 senatori Pd, almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno», spiega Renzi. Che tuttavia, elude il corollario di quest’affermazione: che se uno di quei senatori, segnatamente il senatore semplice di Firenze, Scandicci, Signa, Lastra a Signa e Impruneta - cioè lui - fosse favorevole a un accordo coi Cinque Stelle, lo diventerebbero, nel giro di pochi secondi pure gli altri 51.

E forse un supplemento di riflessione, o magari un pensiero out of the box come quelli di cui è sempre stato maestro Silvio Berlusconi, sarebbe potuto tornare utile, all’ex presidente del consiglio. Perché, è vero, un patto di governo tra il Pd e i Cinque Stelle conviene poco sia al Pd, sia ai Cinque Stelle. Ma per lui, per il futuro della carriera politica dell’ex rottamatore, sarebbe una vera e propria panacea. Ed è curioso - se non assurdo - che sia proprio lui ad affossarlo.

Immaginiamo davvero una stretta di mano a favore di fotografi e telecamere tra Renzi e Di Maio: l’ex rottamatore, primo risultato, vedrebbe riabilitata l’immagine del suo esecutivo - del resto, non si possono smontare cinque anni di governo coi voti decisivi di chi ha governato. L’eredità del governo Renzi, in altre parole, rimarrebbe intatta o quasi. Laddove quel “quasi”, smacco nello smacco, sarebbe figlio delle concessioni a Di Maio dello stesso Renzi.

Persino i rapporti di forza interni ai due partiti, improvvisamente, si ribalterebbero. Per Matteo Renzi, allearsi coi Cinque Stelle, vorrebbe dire sbarazzarsi di tutti i suoi oppositori interni, o almeno levare loro il più potente degli argomenti

Persino i rapporti di forza interni ai due partiti, improvvisamente, si ribalterebbero. Per Matteo Renzi, allearsi coi Cinque Stelle, vorrebbe dire sbarazzarsi di tutti i suoi oppositori interni, o almeno levare loro il più potente degli argomenti. Che potrebbero dire Emiliano e Boccia? E che ne sarebbe dei D’Alema, dei Bersani e di tutti i teorici, più o meno espliciti della necessità di dialogare coi Movimento? Fine dei giochi. Allo stesso modo, specularmente, la partita del dissenso interno si aprirebbe altrove: «Il giorno in cui il M5S, ma non succederà mai, si dovesse alleare con i partiti responsabili della distruzione dell’Italia, io lascerei il Movimento 5 Stelle», ha dichiarato Alessandro Di Battista non più di cinque mesi fa. Difficile se le rimangi, conoscendolo.

Anche da un punto di vista simbolico, Renzi potrebbe segnare un punto clamoroso non chiedendo alcun posto nell'esecutivo in cambio della sua fiducia, ma solo il rispetto degli accordi di programma. I “poltronari”, improvvisamente, diventerebbero gli altri. E lui, il battitore libero in grado di cannoneggiare sull’esecutivo, di contraddirlo e logorarlo, di costruire un’agenda e relazioni politiche alternative, in parallelo. E di staccargli la spina, al momento opportuno, magari dopo aver costruito la sua En Marche italiana, quella forza politica a destra del Pd in grado di prendersi buona parte dell’elettorato di Forza Italia e di emancipare lo stesso Renzi dall’abbraccio soffocante della nomenklatura democratica.

In pratica, Renzi con Di Maio potrebbe fare quel che ha fatto Berlusconi con lui, tale e quale. Ed è difficile credere che Di Maio non si sia reso conto di questi rischi, quanto ha aperto all’ipotesi di un’alleanza con il Pd, senza porre alcuna pregiudiziale anti-renziana. Probabilmente, si aspettava esattamente quel che è accaduto: che Renzi, vittima del suo orgoglio e del suo “ego smisurato” avrebbe sdegnosamente respinto l’offerta al mittente. Probabilmente, era solo un gioco per stanare Matteo Salvini, il vero interlocutore prediletto del premier in pectore del Movimento. Probabile che ieri sera, dalle parti della Casaleggio Associati, qualcuno abbia tirato un sospiro di sollievo.

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