Altro che “inglese”: la lingua che tutti dobbiamo parlare andrebbe chiamata “americano”

Una provocazione che, di tanto in tanto, si ripresenta e accende gli animi. Filologi contro realisti, inglesi contro americani: eppure oggi tutti studiano e imparano la variante Usa, non quella di Oxbridge

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30 Aprile Apr 2018 0720 30 aprile 2018 30 Aprile 2018 - 07:20

Oggi tutti parlano inglese, cioè la lingua che – come recitava qualche decennio fa l’Enciclopedia Encarta della Microsoft – si parla in America. O no? Il dibattito è sempre dietro l’angolo e distingue tra puristi e provocatori. I primi, forti delle armi della filologia e della storia della lingua, respingono ogni assalto: negli Stati Uniti d’America (quindi non in “America”) si parla, nella maggior parte dei casi, un dialetto dell’inglese, una sua variante, un suo ramo. Comunque sempre di inglese si tratta, non certo di americano.

I secondi, i provocatori, fanno notare che sì, è vero: l’inglese è nato in Inghilterra e prende il suo nome da quel luogo. Ma quello che oggi parlano tutti (tutti chi?) non è certo la lingua della Regina. Basta ascoltare, per fare un esempio, le parole utilizzate nei film e nelle serie tv, gli accenti, le varianti dialettali. Oggi chi studia inglese studia la sua variante americana. È quella la lingua dominante: ha surclassato Londra e perfino i cantanti britannici (sì, lo hanno fatto anche i Beatles) usano un accento americano.

E allora, chi ha ragione? Se è vero che, come dice Max Weinreich, “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”, non si capisce perché l’inglese americano non sia già americano è basta. Secondo questo utente di Quora, la spiegazione è semplice: l’inglese è già una lingua frantumata più o meno come il latino dell’epoca medievale. I tanti inglesi che esistono al mondo sono considerati “varianti” solo perché è più vantaggioso pensare che si tratti sempre della stessa lingua, diffusa e comune.

È una scelta ideologica che spiega meglio di molti trattati due cose: la prima è la permanenza del mito dell’impero britannico, ormai scomparso dalla realtà ma ancora vivo nella fantasia di tanti poveri inglesi, illusi da quel dominio di cartapesta che è il Commonwealth. La seconda è quel senso di incomprensibile subalternità culturale, quasi psicologica, da parte degli statunitensi nei confronti degli inglesi. Li prendono un po’ in giro, li considerano vecchi ma, in fondo, li ammirano. Perché la lingua che parlano, in realtà, l’hanno ricevuta come regalo da quei burberi isolani.

Un controesempio? La situazione della ex Jugoslavia dopo le guerre degli anni ’90. L’antico serbo-croato ora si è suddiviso in varie lingue, il Croato, il Bosniaco e il Serbo, tre idiomi considerati diversi dalla politica ma non dalla linguistica. Gli studiosi individuano differenze piccolissime, gli stessi parlanti si possono capire tra di loro. Ma l’ideologia, in questo caso separatista, ha avuto la meglio.

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