Orsina: «Salvini ha giocato bene le sue carte, Di Maio si sta logorando. Ora le urne si avvicinano»

«Il leader della Lega non è un fesso. Perché lasciare Berlusconi, quando può contare su un elettorato potenziale del 40 per cento?» spiega lo storico. «Renzi si è esposto, ha chiuso le porte a ogni accordo. Ma quando sarà evidente che la conseguenza è il voto anticipato, il partito lo seguirà?»

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30 Aprile Apr 2018 2312 30 aprile 2018 30 Aprile 2018 - 23:12

Matteo Salvini non ha sbagliato una mossa. Nella difficile fase politica che da ormai due mesi tiene bloccato il Paese, il leader della Lega sembra avere individuato una strategia vincente. La fedeltà al centrodestra e al proprio programma elettorale è destinata a pagare. Al contrario, la linea di Luigi Di Maio è stata tutt’altro che perfetta. E il grillino adesso rischia di logorarsi per le sue stesse ambizioni. Ne è convinto Giovanni Orsina, editorialista de La Stampa e noto storico, vice direttore della School of Government presso l’università Luiss. Intanto, mentre i partiti restano distanti per convenienze e veti contrapposti, la nascita del nuovo governo rimane un miraggio. Le urne si avvicinano. «Ormai l’ipotesi di un voto anticipato è sempre più probabile» conferma Orsina, che ha da poco pubblicato con Marsilio La democrazia del narcisismo. Un libro che offre un’interessante chiave di lettura per comprendere l’attuale fase politica.

Professore, sono trascorsi sessanta giorni dalle elezioni e si resta al punto di partenza. Trovare una maggioranza sembra impossibile.
Lo stallo era evidente fin dal primo giorno. Nessuno vuole fare un passo indietro. Non lo fanno Lega e Cinque Stelle, che si considerano vincitori. E non lo fa nemmeno il Pd, che rivendica il ruolo di perdente e preferisce lasciare agli altri l’onere di formare un governo. In Italia c’è una chiara, drammatica, distorsione cognitiva che riguarda il funzionamento del sistema politico e la sua percezione. Abbiamo un sistema elettorale proporzionale, ma elettori e politici ragionano in termini maggioritari. Per formare un governo qualcuno dovrebbe cedere, ma in virtù di questa interpretazione nessuno è disposto a farlo. E così resta tutto immobile.

Partiamo dal Pd. L’ex segretario Matteo Renzi ha deciso di sfilarsi: non sosterrà alcun governo con i Cinque Stelle. È realismo o opportunismo?
Non so che strategia abbia in mente, non so neppure se è indovinata. Probabilmente Renzi vuole ripagare i suoi oppositori con la loro stessa moneta. Ma in politica questa non sempre è una scelta vincente. L’ex premier corre un grande rischio: se si torna al voto, come al momento è possibile, forse persino probabile, il Pd potrebbe andare incontro a un’altra brutta sconfitta. E sarebbe fatale per il partito. Per carità, l’accordo con i Cinque Stelle nasconde un altro pericolo: i dem potrebbero essere fagocitati dal Movimento di Di Maio. Ma almeno la partita possono giocarsela.

Il ritorno alle urne è un’opzione abbastanza robusta ormai, ma prima bisogna capire cosa succederà nel centrosinistra. L’anello debole è il Partito democratico. Renzi si è esposto, ha chiuso le porte a ogni accordo. Ma quando sarà evidente che la conseguenza è il voto anticipato, il partito lo seguirà?

Poi ci sono i Cinque Stelle. In queste settimane hanno cercato un accordo con la Lega e con il Pd, modificando il proprio programma in base all’interlocutore. Dopo il tramonto delle ideologie siamo arrivati a una nuova fase di trasformismo politico?
La neutralità ideologica è tipica dei Cinque Stelle. È l’aspetto straordinariamente interessante del modello grillino, ma anche il segno di una degenerazione drammatica della nostra cultura politica. Secondo questa visione, la politica è fatta di provvedimenti. Non c’è alcuna idea di Paese, né un progetto per il futuro. Non c’è una linea e non c’è una guida: devono essere i cittadini a decidere, di volta in volta. I Cinque Stelle sono coerenti, intendiamoci. Ma questa non è politica. Aggiungo un paradosso: a questa neutralità ideologica i grillini abbinano un’incredibile animosità comunicativa. Sono disposti a trovare un’intesa con chiunque, ma insultano tutti gli interlocutori.

Tanto per complicare ulteriormente il quadro, Di Maio non sembra disposto a rinunciare alla premiership. Secondo lei il leader grillino ha poca strategia o troppo protagonismo?
Forse entrambe le cose. Sicuramente Di Maio sente l’occasione storica di diventare premier, e non se la vuole far sfuggire. In questi giorni il leader Cinque Stelle ha accusato Renzi di avere un ego smisurato, ma anche lui appartiene alla categoria dei politici narcisisti e completamente incentrati su se stessi. Bisogna anche dire che questo avviene in un contesto di politica personalizzata. Lui ci ha messo la faccia. Nell'odierna politica degenerata, Di Maio può legittimamente sostenere che la sua premiership rappresenta un’assicurazione per i milioni di elettori che lo hanno votato.

Dopo due mesi di trattative senza esito, il leader 5 Stelle non rischia di logorarsi?
Secondo me un po’ sì. Negli ultimi due mesi tutte le retoriche grilline hanno mostrato la trama. Anche gli attivisti hanno capito che per governare bisogna fare accordi e compromessi, è necessario sporcarsi le mani con la politica. Eppure in tutto questo tempo i Cinque Stelle non sono riusciti a formare un governo. Devo dire che la partita non è stata giocata bene. Anzi, considero Di Maio uno degli sconfitti di questa vicenda. Ma potrebbero non esserci grandi ripercussioni in termini di consenso, almeno per ora: finora gli elettori grillini si sono sempre dimostrati piuttosto impermeabili ai fallimenti.

E così si arriva al centrodestra. Matteo Salvini continua ad assicurare lealtà agli alleati. Alla fine rimarrà insieme a Silvio Berlusconi, contrariamente a quanto ci si attendeva.
Veramente io non ho mai creduto che Salvini avrebbe lasciato Berlusconi. Secondo me le indiscrezioni su una presunta rottura del centrodestra sono nate in ambito renziano. Era l’idea dell’ex segretario dem: un modo per togliere credibilità a chi, all’interno del suo partito, puntava a dialogare con i Cinque Stelle. Ma era anche la speranza di chi attendeva il disastro di un governo populista per potersi riprendere il Paese. Onestamente Salvini mi sembra tutt’altro che fesso. Perché andare a una trattativa con il suo 17 per cento, quando può presentarsi con il 37 per cento dell’intero centrodestra? Secondo gli istituti demoscopici oggi Salvini può contare su elettorato potenziale del 40 per cento. Può aspettare. Perché mai dovrebbe rompere con Forza Italia e fare un governo con Di Maio?

Abbiamo un sistema elettorale proporzionale, ma elettori e politici ragionano in termini maggioritari. Per formare un governo qualcuno dovrebbe cedere, ma in virtù di questa interpretazione nessuno è disposto a farlo. E così resta tutto immobile

È possibile la nascita di un governo di minoranza del centrodestra?
Mi sembra che i risultati elettorali in Friuli e Molise abbiano allontanato questo scenario. Con un governo di minoranza Salvini sarebbe ostaggio dei suoi avversari, lo farebbero impazzire. E poi dove li dovrebbe prendere quei voti? Quanto sarebbero solidi? Certo, è una strada che si può tentare. Ma un governo di minoranza durerebbe al massimo sei mesi. Può andare bene a Berlusconi, ma perché il leader leghista dovrebbe accettare?

Senza considerare che l’ultima parola spetta al presidente della Repubblica, un dato che molti dimenticano.
Sergio Mattarella è contro il voto anticipato, questo è chiaro. Ma il presidente valuta anche la situazione. Piuttosto che far trascorrere altro tempo senza nessun risultato, non è meglio tornare al voto?

Lei crede che si tornerà al voto entro l’autunno?
È un’opzione abbastanza robusta ormai, ma prima bisogna capire cosa succederà nel centrosinistra. Per me l’anello debole è proprio il Partito democratico. Renzi si è esposto, ha chiuso le porte a ogni accordo. Ma quando sarà evidente che la conseguenza è il voto anticipato, il partito lo seguirà?

Negli ultimi due mesi quale leader ha giocato meglio la partita? A sentire lei pare di capire Salvini…
Sì certo, Salvini. Non solo ha giocato meglio degli altri, ha giocato proprio bene. Ha fatto esattamente quello che doveva. Ha mantenuto l’alleanza di centrodestra. Si è detto disposto a fare un passo indietro, se necessario. Ha tenuto il punto sugli elementi programmatici del partito, confermando la parola data agli elettori. Che altro gli si poteva chiedere?

In tutta questa vicenda manca un attore. È scomparsa la sinistra.
Ma se prendi il 3 per cento… È evidente che al momento i Cinque Stelle hanno divorato quell’area politica. L’elettorato di sinistra ha cominciato da tempo la fuga dal Pd: il 4 marzo ha scelto il M5S in opposizione al centrodestra. A questo aggiungiamo che Liberi Uguali è stata percepita come un’operazione di Bersani e D’Alema, qualcosa di vecchio. Un progetto che è stato affidato a Pietro Grasso. Una figura debole anche dal punto di vista mediatico.

E adesso come se ne esce? Un governo del presidente di pochi mesi, magari il tempo di approvare una nuova legge elettorale e poi tutti al voto?
Intanto diciamo che in questi sessanta giorni i partiti hanno dilapidato molta fiducia reciproca. Chi troverà un accordo sulla legge elettorale? Nel frattempo un’opzione può essere la conferma del presidente Gentiloni a Palazzo Chigi, ma serve un accordo con le forze politiche. Oppure può nascere un governo balneare, con l’unico scopo di dar tempo al parlamento di approvare una riforma elettorale e tornare alle urne tra settembre e ottobre. Oppure, ancora, si può andare alle elezioni con questa legge, immaginando che gli italiani percepiscano il voto come un ballottaggio tra Lega e Cinque Stelle. Ma se così non fosse? Si rischia di tornare alla situazione di stallo attuale. E a quel punto qualcuno dovrà davvero cedere.

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