Meno privacy, più sicurezza? Falso. Anzi, è vero il contrario

Una conversazione con il relatore del nuovo regolamento sulla protezione dei dati dell'Ue (Gdpr), Ian Philipp Albrecht. Il quale sostiene che non avere niente da nascondere non è un buon motivo per non preoccuparsi. E che Black Mirror andrebbe trasmesso in prima serata sulle reti pubbliche

Sorveglianza_Linkiesta

GEOFFROY VAN DER HASSELT / AFP

2 Maggio Mag 2018 1335 02 maggio 2018 2 Maggio 2018 - 13:35

Tra chi grida allo scandalo per le gravi vicende di Cambridge Analytica e il successivo caso Facebook e chi, invece, rivendica a testa alta il proprio consenso ad essere spiato, c’è bisogno di orientarsi e per orientarsi possono essere utili due cose: i libri e le serie tv da un lato, e l’Europarlamentare più interessante sulla piazza brussellese dall’altro.

È un pomeriggio nordico molto caldo quando tiro due respiri belli grossi per calmarmi e confermo il numero di telefono che ho digitato sulla tastiera del mio cellulare. Da Amburgo mi risponde la voce di un ragazzo che ancora ha problemi a farsi il nodo alla cravatta, un ragazzo della mia età che pure è stato il relatore principale di uno dei progetti di regolamento più seguiti di sempre, forse il regolamento che ha subito più pressioni di sempre. Il mio interlocutore è Ian Philipp Albrecht, il Regolamento in questione la General Data Protection Regulation (GDPR).

Ci metto un po’ a trovare la mia voce, ma presto l’interesse comune per gli argomenti e la voglia di parlare di certi libri con qualcuno che finalmente condivide le mie passioni mi sciolgono. Quello che voglio davvero capire durante questa telefonata è quanto importante sia la protezione dei propri dati e se i cittadini europei si rendano veramente conto di che problema complesso sia la questione della sorveglianza. Una domanda a cui lui mi risponde subito di no.

Quando posti davanti alla possibilità che i propri dati siano raccolti e analizzati o le chiamate intercettate, è facile reagire dicendosi di non avere niente da nascondere e in molti casi questo è vero. Ma non sempre e non a tutte le condizioni. Un argomento che Ian Philipp e i suoi colleghi in Parlamento europeo amano presentare è quello dei regimi, e Ian Philipp me ne parla anche ora. È facile dire di non avere niente da nascondere quando si è sotto ad un regime democratico e si presuppone che al governo ci saranno sempre “i buoni”. Ma non è sempre così e non è detto che lo sarà sempre, avverte.

Quando posti davanti alla possibilità che i propri dati siano raccolti e analizzati o le chiamate intercettate, è facile reagire dicendosi di non avere niente da nascondere e in molti casi questo è vero. Ma non sempre e non a tutte le condizioni

Quello che mi sta ripetendo ora è un ragionamento che ho sentito tante volte e se alla prima, ormai qualche anno fa, avevo pensato ridendo a quanto fosse remota la possibilità che si instaurasse un regime autoritario in un paese occidentale, ho poi rapidamente cambiato idea. Un cambiamento di opinione su cui ha vegliato lo sguardo malinconico e severo di Ulrich Mühe ne “Le vite degli altri”.

Da studentessa di tedesco ho sempre amato questo film, forse uno dei prodotti più teneri e commoventi su cui esercitare le mie capacità di comprensione linguistica. Oltre agli occhi di Ulrich Mühe, diverse sono le cose che mi sono rimaste nel cuore: la Sonata per le persone buone e Ricordo di Marie A. di Bertolt Brecht. Eppure, più che un capolavoro commovente, il film è uno schiaffo in faccia a chi pensa che si possa vivere serenamente sotto sorveglianza semplicemente premurandosi di non avere nulla da nascondere. La meticolosa spia della STASI che ascoltava stanza per stanza e riportava pagina per pagina i movimenti delle persone che osservava non è un personaggio di finzione in un paese lontano lontano. È un concittadino europeo. Nel film corre l’anno 1983.

Ian Philipp annuisce rapidamente mentre gli parlo del film, poi cita “The Circle” di Dave Eggers (il libro è stato pubblicato in Italia da Mondadori). Una ragazza che ottiene il lavoro dei sogni presso un social network il quale prima valorizza quindi fagocita i suoi lavoratori e poi, innovazione per innovazione, il mondo esterno. All’inizio del romanzo la vita all’interno del campus di The Circle, questo il nome del network, pare essere la versione migliore del nostro lavoro dei sogni. Alla fine però tutto si rovina, in una totale assenza di valori, o senso della realtà, preda di una follia tecnologica che cannibalizza tutti: impiegati, utenti, persino – facile previsione della realtà odierna – il fondatore stesso di The Circle.

Ma, chiedo a Ian Philipp, possono esserci casi in cui avere accesso ai dati delle persone può rivelarsi utile? Non sarebbe quasi ragionevole barattare la propria privacy a fronte di una garanzia di sicurezza? Penso, gli racconto, agli attentati terroristici degli ultimi anni e a come la radicalizzazione sia viaggiata anche online.

Ma anche in questo caso lui risponde convinto a favore della protezione dei dati: non si tratta di dover scegliere tra una cosa e l’altra e, ora parla lentamente e scandisce bene le parole, non ci può essere sicurezza senza privacy. Il discorso è quello di prima: cosa succede se al potere non ci sono i buoni? Cosa succede se le vittime della sorveglianza sono persone innocenti? È fatto di cronaca che David Miranda, partner di Glenn Greenwald, il giornalista di The Guardian che aveva curato l’inchiesta sullo scandalo Prism e intervistato Edward Snowden, sia stato trattenuto all’aeroporto Heathrow di Londra sotto la legge antiterrorismo e interrogato per nove ore – il massimo prima che la polizia sia tenuta ad arrestare formalmente o rilasciare un individuo. Le sue colpe: una relazione con la persona sbagliata e il fatto che entrambi avessero messo la propria vita al servizio della libertà di stampa.

Un caso estremamente chiaro di come una legge nata per motivi di sicurezza possa essere piegata per ottenere l’esatto contrario del suo scopo dichiarato, annullando diritti e libertà di una persona.

Penso a Margaret Atwood quando nelle interviste i giornalisti si stupiscono di come molte delle sue previsioni distopiche sembrino avverarsi: spiega che non predice il futuro come una veggente, ma che semplicemente si tiene informata

Penso allora a Margaret Atwood, che è una donna fenomenale. La sua scrittura sembra scaturire da una biro che ha l’inchiostro di uno scienziato e la punta di una ballerina. Sorride, quando nelle interviste i giornalisti si stupiscono di come molte delle sue previsioni distopiche sembrino avverarsi: spiega che non predice il futuro come una veggente, ma che semplicemente si tiene informata. Non è un caso, quindi, se uno dei romanzi che meglio illustrano come non si possa e non si debba scegliere tra sicurezza e libertà sia frutto della sua mente. The heart goes last è uscito nel 2015 ed è passato sotto tono dopo il successo planetario della Trilogia dell’Adamo Pazzo, ma è un romanzo di attualità lancinante.

Ambientato in un futuro distopico di povertà ed epidemie, racconta la storia di una coppia che si vede offrire una possibilità: vivere al sicuro e circondata da ogni comfort in una sorta di campus, Positron, in cui la vita ruota attorno ad una prigione e in cui tutti, a turni alterni, si trovano a vestire i ruoli di carcerati. Un mondo in cui però chi è fuori dal carcere non è per questo meno prigioniero, vittima come gli incarcerati di una realtà ad altissima sorveglianza in cui gli individui vengono costretti alle azioni più ripugnanti in cambio della sicurezza – o della sua apparenza.

Il tempo è volato. Chiedo a Ian Philipp se mi consiglia un libro, lui mi dice che legge solo saggi, ma che The Circle è la cosa più interessante che abbia sfogliato negli ultimi anni. Io gli riparlo entusiasta di Margaret Atwood e, da come mi chiede di fargli lo spelling del nome, mi piace pensare che lo stia annotando su un taccuino.

C’è un’ultima domanda – lui stava per iniziare i saluti – un’ultima domanda, se posso. Pensa che la letteratura possa fare qualcosa? Almeno in questo caso, nel caso della protezione dei dati, in un dibattito che è per forza influenzato dal mezzo e dalle multinazionali che hanno investito milioni nel tentativo di annacquare le disposizioni della GDPR, l’arte e la letteratura possono servire ad indirizzare il confronto, a dare prospettiva, a ricordare a tutti i valori in gioco? Può l’arte essere interlocutore della politica? Ian Philipp risponde di sì ancora prima di pensarci, poi, dopo avere raccolto i pensieri un istante, aggiunge senza scherzare: “Bisognerebbe passare Black Mirror sulle reti pubbliche in prima serata”.

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