Facebook Dating, ora Zuckerberg vuole trasformarci in sfigati che non rimorchiano mai

Da quando esiste il web, rimorchiare è sempre stato uno dei principali obiettivi degli utenti. Con la sua nuova piattaforma Mr. Facebook corona un sogno: farci scopare diventando sempre meno capaci di abbordare dal vivo

Zuckerberg_LInkiesta

CHIP SOMODEVILLA / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

3 Maggio Mag 2018 0735 03 maggio 2018 3 Maggio 2018 - 07:35
Tendenze Online

È di ieri la notizia che Facebook implementerà una funzione per il dating online. Immaginate di prendere Tinder, e tutte le app emule del caso, e di infilarle nella più popolare piattaforma social del mondo. Aggiungete un po' di buonismo alla Mulino Bianco, per fugare la sensazione che Zuckerberg stia mettendovi le mani nelle mutande (qualcosa come “noi non lo facciamo per farvi scopaaaaareh, ma per creare relazioni di lungo periodo”) e servite il tutto nello stesso non-luogo-digitale nel quale ci sono i vostri compagni delle scuole elementari, il vostro capo, i vostri parenti, i vostri ex e i vostri carissimi amici ai quali non fate più una telefonata manco per gli auguri del compleanno o per le condoglianze dopo un lutto...et voilà, signori, il presente è servito. La fine del romanticismo, consacrata. Ma andiamo con ordine.

Da quando esiste il web, rimorchiare è stato uno dei principali obiettivi collettivi degli utenti, fin dai tempi della chat piccante di Arianna (uno di quei motori di ricerca spazzati via dall’avvento di Google), alle room su Irc nelle quali si sperimentavano forme rudimentali e verbose di cyber-sex, alle chiamate su NetMeeting antesignane di ChatRoulette e dei vari Webcam Sites, passando per i forum, i blog, i siti di appuntamenti in stile Meetic, fino a una proliferazione di spazi virtuali deputati alla fermentazione di feticismi, pornologie e culto immateriale del sé (e del sesso). Non ci sono dubbi: agli utenti del web la tecnologia interessa soprattutto per fornicare (nel senso più lato possibile, che spazia dall’ancestrale penetrazione del membro fisico nella carnale cavità del partner, fino all’invio di materiale osé a chicchessia). Le dating app, così come ci siamo abituati a conoscerle in questi ultimi anni, sono solo l’estrema conseguenza, ridotta alla sua più brutale essenzialità, di una deriva e di un mercato che esistevano già 15 anni fa e che sono oggi saturi di nicchie e simulacri.

Nell'anno domini 2018 esiste una pluralità perloppiù sconfinata di spazi digitali dedicati al dating: quelli seri per chi vuole trovare marito o moglie, quelli sportivi per chi vuole soltanto divertirsi, quelli etero, quelli gay, quelli per giovani, quelli per vecchi, quelli per vegani, quelli su base razziale, religiosa, politica; quelli per scambisti (si chiamano “swinger community”); quelli per i fedifraghi (paradigmatico il caso di Ashley Madison di tre anni fa); quelli per chi vuole arrivare vergine al matrimonio. Qualunque sia il nostro pensiero, quali che siano i nostri valori, i nostri gusti, i nostri desideri, esiste un'app che potenzialmente può aiutarci a realizzarli. Perlomeno in teoria. Il paradosso della contemporaneità, infatti, contraltare di questa abbondanza virtuale, è che quanto più questi strumenti si moltiplicano, tanto meno il sesso si concretizza. Quanto più subappaltiamo agli algoritmi i nostri istinti naturali, la spinta propulsiva alla conquista, la danza fluida della seduzione, tanto meno scopiamo. Esistono così tanti spazi digitali ai quali attingere monoporzioni di pelle, fantasie usa e getta, ed erotismi istantanei a buon mercato, che servirebbe un consulente solo per destreggiarsi tra le infinite possibilità del rimorchio online.

Da quando esiste il web, rimorchiare è stato uno dei principali obiettivi collettivi degli utenti. Le dating app sono solo l’estrema conseguenza, ridotta alla sua più brutale essenzialità, di una deriva e di un mercato che esistevano già 15 anni fa

Tinder che tutti conosciamo (per quei lettori alienati che non sanno cosa sia, si consiglia la visione propedeutica di “Tinderella” su YouTube); Happn che ti consente di ritrovare le persone che hai incrociato durante la giornata; Bumble nella quale solo le donne possono contattare gli uomini; Once che per non confonderti con l’eccessiva pluralità di scelta ti propone un profilo al giorno selezionato per te da un “matchmaker”; SnapChat il cui boom era dovuto al fatto che fosse pensata appositamente per il sexting. Ma ancora: OkCupid, Badoo, Grindr, Romeo, Brenda, Lovoo, Sapio dove puoi trovare partner che si considerano più intelligenti della media (se ti piace il genere Ingegnere), TheInnerCircle dove in teoria trovi candidati upper-class, e un interminabile elenco in continuo aggiornamento di altre app, per tutti coloro intenti a tecno-scopare. In pratica, l’amore e il sesso subiscono la Sindrome Netflix: entri nel tunnel bulimico del binge-watching (o binge-fucking), e dopo un po’ perdi quasi del tutto l’interesse.

La merce, in tutto questo, siamo noi, che ci mettiamo in vetrina come su uno scaffale, in composta fila indiana secondo un principio di prossimità geografica, al solo scopo di essere approvati o bocciati da uno sconosciuto che, leggendo 2 righe su di noi e guardando una gallery di foto quasi sempre troppo sature, decide se siamo abbastanza interessanti oppure no. Il tutto, mentre noi facciamo la stessa identica cosa con lui, e con altri. Osserviamo, valutiamo, mettiamo nel carrello, a volte procediamo fino all’acquisto (il date nella vita reale). AdottaUnRagazzo.it, un sito per donne nel quale le utenti sono considerate clienti che simbolicamente comprano gli uomini (a loro volta classificati secondo categorie vagamente puerili come “Tatuati”, “Stilosi” e “Palestrati”, per citarne alcune) è l’estrema dimostrazione della logica commerciale sottesa al dating online. Forse, proprio per via di questa ruffianeria smaccata, per quei servizi aggiuntivi a pagamento, per quel sentore di macelleria industriale malamente edulcorata, oltre un certo limite queste app non funzionano, falliscono nel loro intento ufficiale, sclerotizzano, s'impallano, ottengono persino l’effetto opposto (il mondo è pieno di reduci di Tinder che dichiarano che non lo useranno mai più). Piuttosto, l'homo digitalis cerca altrove l'appagamento del suo self(ie), sconfinando in spazi che non erano originariamente preposti allo scopo, ma nei quali si rimorchiava già, da sempre (pensate a quelli che broccolano su Facebook, su Instagram, su LinkedIn, su Twitter, nei commenti delle pagine pubbliche di Facebook, sotto le foto, nei like che hanno il profumo cristallino della corna, nei gruppi attorno a certi interessi).

Forse, proprio per via di questa ruffianeria smaccata, per quei servizi aggiuntivi a pagamento, per quel sentore di macelleria industriale malamente edulcorata, oltre un certo limite queste app non funzionano, falliscono nel loro intento ufficiale, sclerotizzano, s'impallano, ottengono persino l’effetto opposto

Facebook, a ben vedere, ha fatto persino di più. Esso è entrato nella grammatica amorosa, generando e ammazzando relazioni, diventando significato oltre che strumento: la richiesta d’amicizia, chi mette like a chi, il commento, il cuore, le risposte, i messaggi privati, i tag, il “visualizzato alle” sono tutti fenomeni significanti, a cui diamo valore e attribuiamo senso anche quando non è detto l'abbiano. Facebook è penetrato nel nostro dna relazionale, nelle vertebre sentimentali dell'oggi, manna dal cielo per gli avvocati divorzisti. Esso è il magma purulento nel quale ribollono i nostri ardori e i nostri risentimenti, è l’officina dei nostri flirt, è il placebo delle nostre amicizie, è il feticcio del nostro ego schiacciato su una dimensione piatta. Facebook è il luogo ufficiale della nostra alterità digitale e Zuckerberg — che è un genio, forse malefico, ma un genio — non poteva non prendersi ciò che era già suo, suo per definizione: le nostre relazioni. Esse languono e vibrano, s'inceppano e volano, chiuse nella grande scatola sociopatica del virtuale, costruita per noi da uno che, ricordiamolo, al college non scopava (praticamente come andare a cena da chi è dichiaratamente inabile ai fornelli).

D'altra parte, ci tocca riconoscere il fatto che il mondo è pieno di coppie "nate online", il cui amore ha avuto origine in un ambiente digitale, compreso tra una chat del 2002 e un match del 2018, una corrispondenza su Meetic del 2007 e un'azione di stalking proficuo su Facebook nel 2010. E anche se questo può sembrare ancora "triste" agli occhi di qualcuno, poco avvincente, o meno dignitoso da raccontare, rispetto all'incontro con il partner a un corso di balli latino americani, è una realtà pacifica con cui fare i conti. E forse sì, forse il dating online (e in particolar modo le dating app) ammazza il romanticismo, svilisce la retorica sul destino e rinnega definitivamente il mito dell'anima gemella. Ma tutto questo, di per sé. mi sembra un bene poiché, in fondo, stiamo solo rinunciando a una lunga serie di luoghi comuni sull'amore (l'amore non è il match, ma tutto ciò che accade dopo; il match, di per sé, è puro caso, proprio come nella vita reale).

Alla luce di ciò, il fatto che Facebook introduca una funzione apertamente dedicata al dating online, più che una grande novità, appare il coronamento di un sogno personale, la chiusura del cerchio, il compimento definitivo della missione universale di Mark Zuckerberg: farci scopare (e consumare) e aiutarci a diventare sempre meno capaci di rimorchiare nei locali, sul treno, in una sala d'attesa, in libreria (pensate a quando imbroccate qualcuno nella vita reale, senza averlo neppure vivisezionato sui social, avete presente quella sensazione vintage? Come se ascoltaste un vinile? Ecco, appunto). Indurci silenziosamente a relazionarci sempre più online, sempre più attraverso un display, un'interfaccia, un file.

In altri termini ad assomigliare tutti di più a quel giovane Zuckerberg che non scopava mai.

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