Gaia, la missione ai limiti dell'universo che rivoluzionerà l'astronomia

Una conversazione con Antonella Vallenari, astronoma dell'Osservatorio di Padova tra i responsabili della missione Gaia, il satellite che ha l'ambizioso compito di rilevare il processo di composizione, formazione ed evoluzione della galassia

Satellite Linkiesta
4 Maggio Mag 2018 0745 04 maggio 2018 4 Maggio 2018 - 07:45

Le stelle sono dei chiodi. Ci inchiodano alla nostra ‘terrestrità’. Le stelle generano e fagocitano i miti, sono l’elusiva certezza che siamo di carne, che siamo vivi (così Dante, nel suo viaggio spirituale e astronomico, ha bisogno di ‘riveder le stelle’). Alle stelle – lontananza conficcata nelle viscere – confessiamo ogni cosa, come a un dio dai molteplici occhi. Fuor di retorica. Gaia è, nell’abbecedario mitico, la terra, mamma dei Titani e degli dèi olimpici. Più semplicemente, per l’Esa, che sta per European Space agency, Gaia significa Global Astrometric Interferometer for Astrophysics, ed è un satellite. Il satellite, partito nel dicembre 2013, sta dando dei risultati davvero ‘stellari’. Il suo compito, giudicato “ambizioso”, infatti, è quello di cartografare la galassia, “creare una mappa in tre dimensioni della Via Lattea, rivelando il processo di composizione, formazione ed evoluzione della galassia”. Al momento – la notizia è stata data con un certo, comprensibile entusiasmo - Gaia ha censito con "con misurazioni ad alta precisione circa 1,7 miliardi di stelle", rivelando dettagli finora inediti della nostra galassia”. Per capire cosa s’intenda con “alta precisione” Antonella Vallenari, astronomo per l’Inaf presso l’Osservatorio Astronomico di Padova, e tra i responsabili della ‘missione’ Gaia, spiega che l’intelligenza del satellite “è tale da riuscire a misurare il diametro di una moneta da un euro sulla Luna”. Ora. I dati radunati da Gaia, “che si basano su 22 mesi di rilevamenti in cielo… dal 25 luglio 2014 al 23 maggio 2016”, sono fondamentali “per indagare la formazione e l’evoluzione della nostra galassia”. Insomma, la galassia è sempre la stessa ma non sarà più come prima: da oggi ne abbiamo una conoscenza assai più raffinata. Gli astronomi, alla luce della scoperta, cominciano già a vedere le stelle. “Le osservazioni raccolte da Gaia stanno ridefinendo le fondamenta dell’astronomia”, ha detto Günther Hasinger, direttore delle attività scientifiche in Esa. Ovviamente, sui numeri interstellari bisogna star quieti. Quasi 2 miliardi di stelle ci pare una cifra ‘astronomica’. Ma comparata alla realtà celeste, è microscopica. Le misurazioni di precisione, infatti, riguardano “circa l’1% della popolazione stellare della galassia”. Basta questo, però, a far dire alla Vallenari che “stiamo inaugurando una nuova era nell’archeologia galattica”. Ragion per cui, m’è parso necessario contattarla. Così, mentre mi tuffo nel fango stellare sulla navicella del mio piccì, facendo una gita nei recessi di quella eterea luminosità, penso a Giovanni Pascoli, il nostro poeta-astronomo. Ne Il ciocco parla delle “solitarie Nebulose”, del “folgorio di Vega”, di “Altair, Algol”, e di “Pleiadi, Carri, Corone”, con fosforescente apocalisse, evocando “una cripta di morti astri, di mille/ fossili mondi, ove non più risuoni/ né un appartato gocciolio di stelle”. Secondo i poveri di cuore, la scienza rende arida la facoltà poetica: vedere le stelle vive e vere sullo schermo ammoscia la visione stellare della mente. Balle. Fare una gita nei precordi del progetto Gaia ispira perfino un pezzo di cemento. Ci sono mondi nuovi da colonizzare con il pensiero e con la scrittura, con la scienza e con la poesia.

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